Quale destino per Schengen?

Pubblichiamo di seguito il secondo estratto dal numero di Eureka di Marzo, in cui l’autore, Alberto Viviani, ci illustra il significato del trattato di Schengen, le sue condizioni e un’ ipotesi su un futuro scenario europeo… L’articolo si apre e si chiude con due citazioni del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman:

“Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia. Per avere questo ruolo, per imporre ordine al caos, rendere il mondo comprensibile e vivibile, i confini devono essere concretamente tracciati…”

Lo spazio Schengen, uno degli avanzamenti più concreti dell’Unione europea, è una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. Lo spazio Schengen è attualmente composto da 26 paesi, di cui 22 membri dell’Unione europea e quattro non membri (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Non ne fanno parte Bulgaria, Cipro, Croazia e Romania, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e Irlanda e Regno Unito, che non hanno aderito alla convenzione esercitando la cosiddetta clausola di esclusione (opt-out).

L’appartenenza a Schengen implica una cooperazione di polizia tra tutti i membri per combattere la criminalità organizzata o il terrorismo, attraverso una condivisione dei dati (per esempio con il sistema d’informazione condiviso Schengen, o Sis).

Anche se le frontiere interne dovrebbero esistere soltanto sulla carta, i membri dello spazio Schengen hanno comunque la possibilità di ristabilire controlli eccezionali e temporanei. Questa decisione dev’essere giustificata da una “minaccia grave per l’ordine pubblico e la sicurezza interna” o da “gravi lacune relative al controllo delle frontiere esterne” che potrebbero mettere in pericolo “il funzionamento generale dello spazio Schengen”, come si legge nella documentazione della Commissione europea.

La decisione delle autorità tedesche di reintrodurre i controlli alle frontiere lungo il confine con l’Austria per opporsi al flusso di migranti sembra “a prima vista” corrispondere a questa regola, come ha sottolineato la Commissione in un comunicato. Prima dell’iniziativa di Berlino il ripristino temporaneo dei controlli frontalieri si era già verificato una ventina di volte dal 1995 e sei volte dal 2013. Tuttavia “è la prima volta che le frontiere vengono chiuse a causa della pressione migratoria”, ha precisato una fonte comunitaria.

I paesi Schengen che hanno reintrodotto i controlli

In accordo con un recente studio del centro di ricerca tedesco Prognos, una chiusura permanente delle frontiere all’interno della zona euro potrebbe costare all’incirca 1.4 trilioni di euro entro il 2025, una cifra inimmaginabile.

Un altro studio della tedesca Bertelsmann Foundation ha scoperto che anche in uno scenario ottimista, che implica che i prezzi dei beni importati dalle altre nazioni europee possa crescere di un moderato uno per cento, la crescita calerebbe sostanzialmente. In uno senario pessimista – crescita del 3 per cento dei prezzi – il Pil tedesco calerebbe di 235 miliardi di euro e in Francia di 244 miliardi.

Tuttavia, oltre a questi scenari di recessione per tutti i cittadini europei, verrebbe a mancare quella libertà di percorrere l’Europa senza restrizioni. Questo sentimento, ormai dato per certo da quelle generazioni nate dopo l’introduzione di Schengen, causerebbe solamene tensioni e un senso di distaccamento e non appartenenza a questa grande Unione, che invece dovrebbe ergersi unita nell’affrontare i tempi difficili.

“…I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.”