Inquietudini neobarocche

Articolo pubblicato sul blog Eurovicenza.eu

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Mentre il Recovery Fund impegna in aspri dibattiti e bizantine trattative i vertici dell’Unione Europea, mentre l’epidemia causata dal coronavirus prosegue mietendo vittime in molte aree del continente americano, mentre in Italia i media si rivolgono al ponte Morandi e al suo atteso collaudo, il rapper e produttore Kanye West ha annunciato la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Il contrasto tra la figura di West e gli altri eventi menzionati è palese. Perché, allora, direzionare l’attenzione verso un individuo che durante il suo primo comizio, svoltosi a Charleston (South Carolina) il 20 luglio 2020, si è presentato indossando una sorta di giubbotto antiproiettile, ha proposto di scoraggiare l’aborto donando un milione di dollari a chiunque abbia un figlio, e ha sbraitato di voler realizzare una non ben definita “terra promessa”? Sicuramente la risposta non risiede nel desiderio di procurare “audience” a un personaggio quale Kanye West. Circa i pericoli derivanti da un’irriflessa attribuzione d’importanza mediatica a individui come West si è ben espresso il giornalista Paolo Mastrolilli sulle pagine de La Stampa, scrivendo: “Noi giornalisti dovremmo avere la forza e il coraggio di rinunciare ai guadagni in termini di audience che derivano da questi spettacoli, non attraverso la censura, ma svolgendo bene il nostro mestiere per verificare la credibilità di chi si propone di guidare le democrazie”. Non manca, tra le righe di Mastrolilli, un forte riferimento al passato recente: “Nel 2016 […] le televisioni americane non fecero questo lavoro (cioè il lavoro cui Mastrolilli allude nello stralcio precedente, ndr), mandando in diretta fiume i comizi di Trump perché garantivano audience”. Le conseguenze di una scelta simile, oggi, sono ben note a tutti.

La domanda posta in precedenza, tuttavia, torna a fare capolino, comprensibilmente insoddisfatta: perché occuparsi di West? Non soltanto per denunciare la bassezza politica dell’operazione architettata dal medesimo – personaggio che non dispone di alcuna capacità politica –, ma anche per evidenziare il clima di generale degradazione in cui oggi sembrano essere scivolati ampi comparti della realtà politica mondiale. Oggi, infatti, all’interno di una democrazia quale la repubblica statunitense – la stessa cui rivolsero i propri sforzi uomini come Jefferson, Franklin, Adams e altri pensatori destinati a rinvigorire con slancio nuovo le idee degli illuministi d’oltremanica, all’epoca ancora non consapevoli di poter davvero porre termine all’antico regime – persino la candidatura di Kanye West è qualcosa di possibile. Non si tratta di una questione d’elitarismo: nel contesto democratico chiunque deve avere il diritto di potersi esporre. È però innegabile che, posta in esame una determinata fase della vita di una repubblica, il profilo di chi si candida all’interno di tale fase dica qualcosa circa la qualità del momento politico che la repubblica di cui prima sta attraversando. Non tutte le stagioni sono uguali. Questa, la stagione dei Trump che affrontano con indifferenza un’epidemia globale e dei Kanye West che scoppiano in lacrime durante un comizio, non è certo una fase di alta qualità. Questa, piuttosto, è una fase di alto tradimento degli ideali che dovrebbero animare quantomeno coloro che partecipano all’agone politico di una democrazia.

Ecco, allora, perché parlare di Kanye West. Il motivo per cui sottolineare ciò che il rapper statunitense sta facendo è racchiuso nella configurazione del suo stesso personaggio: Kanye West rappresenta oggi il perfetto emblema fenomenico di una dimensione politica scossa da profonde inquietudini neobarocche. Il riferimento, ovviamente, non è al barocco cesellato dalle finissime espressioni artistiche di Marino e Borromini, e nemmeno al barocco che vide svolgersi la rivoluzione di Copernico e Galilei o innalzarsi l’utopia di Campanella. Il riferimento, piuttosto, è a un barocco nuovo, esplicito e brutale nelle sue proporzioni, ma strettamente legato al barocco passato: quel barocco che il critico Giovanni Getto definì come una civiltà la cui unica certezza “è nella coscienza dell’incertezza di tutte le cose, dell’instabilità del reale, delle ingannevoli parvenze, della relatività di tutte le cose”. Si tratta di un barocco cui ben si adattano le categorie concettuali che affiorano tra le parole del critico Andrea Battistini: il periodo dell’“effimero, dell’instabile, del transitorio, della labilità dell’esistere”. In una formula, quella coniata dal gesuita e scrittore spagnolo Baltasar Gracián (1601-1658), oggi è in vita una politica perturbata da tensioni che hanno la propria radice nella regola – barocca un tempo e neobarocca oggi – secondo la quale “il sapere più grande consiste nell’arte dell’apparire”. E Kanye West, marito di colei che ha costruito un impero multimilionario sfruttando proprio il social dell’apparenza, ossia Kim Kardashian, è quanto di più sfacciatamente neobarocco si possa incontrare: uno pseudo-candidato che a Charleston, durante il comizio di cui prima, è salito sul palco con la scritta “2020” rasata a regola d’arte dietro alla testa e se ne è uscito di scena sulle note intonate da un coro gospel. Che l’abbia fatto per pubblicizzare l’uscita del suo prossimo disco o per ostacolare la corsa dei due rivali Trump e Biden, poco importa.

Quale destino, allora, per un mondo che proprio negli ultimi anni, tra catastrofi ambientali, tragedie umanitarie ed epidemie, si è (ri)scoperto fragilissimo? Come potrà proseguire il cammino dell’Unione Europea, scossa da manifestazioni di rigetto quale la Brexit recentemente compiutasi? Quale strada per un’Italia divisa tra gli slogan di Salvini e l’inconsistenza ideale di Conte? L’autore di queste righe, purtroppo, manca della profetica ispirazione necessaria a un affidabile vaticinio. L’impressione, però, è che serva un illuminante cortocircuito: qualcosa che permetta di cominciare (o ricominciare?) a fare politica con sguardi profondi. Pensando grande, pensando forte.