Editoriale: Dal Recovery Fund le solite storpiature del metodo intergovernativo

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Dopo interminabili trattative nel Palazzo Europa di Bruxelles, i capi di governo dei 27 sono usciti con un importante accordo per rispondere alla crisi causata dalla pandemia. Subito dopo è iniziata la sfilza di conferenze stampa da parte dei vari capi di governo con i rispettivi media nazionali, pronti a riflettere dalla propria prospettiva nazionale quanto definitivamente emerso dalle trattative. Tutti i Paesi sembrerebbero aver vinto la propria battaglia, ognuno a difesa del proprio interesse nazionale e spesso in contrapposizione con le posizioni altrui. Così in Italia Conte sembra aver sconfitto i cattivi olandesi e dice di essere orgogliosamente italiano, in Francia Macron sembra aver posto la Francia al pari della Germania nella locomotiva europea, in Ungheria Orbán sembra aver finalmente messo a tacere le richieste europee di garanzie per lo stato di diritto. Si potrebbe continuare con la lista degli spacciati successi ottenuti da ciascuno dei 27 capi di governo per il proprio elettorato nazionale. Insomma, tanta fatica a Bruxelles, ma, sembrerebbe, al ritorno a casa davanti ai propri elettori tutti sono felici ed entusiasti della propria vittoria.

Ecco come si consuma un altro episodio di trattative europee da cui emerge eloquentemente la differenza radicale fra il funzionamento del sistema intergovernativo e del sistema federale. Anche questa volta, nel momento delle scelte decisive, seduti attorno al tavolo ci sono solo i capi di governo, rappresentanti dei singoli e parziali interessi nazionali. E per arrivare a un voto finale unanime, ciascuno dei 27 pretende di ricevere una qualche concessione da spacciare come successo al rientro nella propria capitale. Le trattative si prolungano indefinitamente, gli interessi europei rimangono indifesi, le minacce di veto proliferano, i tempi si allungano, i compromessi sono sempre al ribasso e per qualche passo in avanti si tende a farne almeno un altro indietro.

Insomma, anche il Recovery Fund sta dimostrando come l’Unione Europea debba risolvere il vicolo cieco strutturale del Consiglio europeo e delle sue procedure decisionali. Per sciogliere questo nodo la linea federalista è chiara: serve una modifica dei trattati che conceda maggiori poteri agli organi rappresentanti dei cittadini europei, la Commissione e il Parlamento, dotando inoltre l’Unione di un vero e proprio bilancio federale tramite una capacità fiscale propria. L’Unione Europea deve poter agire autonomamente nell’interesse comune dei cittadini europei, svincolandosi dai veti nazionali e dalle ratifiche nazionali, dando contemporaneamente maggiore legittimità di azione al Parlamento europeo.

D’altro canto, non va taciuto il fatto che nel Consiglio europeo qualche passo avanti inedito e probabilmente inatteso è stato fatto. Anzitutto è stato raggiunto un accordo già in luglio, fatto che, al di là del contenuto specifico, non era affatto scontato e che permette di dare un messaggio forte e chiaro ai suoi cittadini e al mondo. Inoltre, va sottolineata l’importanza dell’emissione di debito a livello comunitario che tanto era stato richiesto anche dallo stesso governo italiano. Infine, di centrale rilevanza è anche l’introduzione di nuove risorse proprie ricavabili tramite imposte dirette, che presumibilmente riguarderanno la cosiddetta Plastic Tax, ma magari anche una Digital Tax o qualche altra proposta che arriverà dalla Commissione.

Al di là del merito e del contenuto dell’accordo, il punto cruciale riguarda sempre ciò che l’Unione Europea vuole diventare. Da un lato la possibilità di rimanere la somma di 27 interessi nazionali con il potere nelle mani dei capi di governo tramite il metodo intergovernativo, dall’altro lato la concreta ambizione di procedere verso l’unione politica dei cittadini europei, che permetterebbe anzitutto tempestività di intervento, abbondanza di risorse e di ricchezza, potenziale di avere un ruolo di primo piano nel mondo.

Autore: Andrea Zanolli