Una Festa dell’Europa per difendere 25 aprile e primo maggio

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In questa soleggiata primavera nell’era del coronavirus, stando rinchiusi in casa senza grigliate con amici o gite fuori porta con morose o morosi, capita di riflettere un po’ di più sul significato del 25 aprile e del primo maggio. L’immagine di Mattarella che il 25 aprile scende dalla scalinata dell’Altare della patria, solo, portando come tutti una mascherina, ha suscitato in molti un senso di forza tranquilla e rassicurante. Guardare, durante il concerto del Primo Maggio, da soli in casa cantanti che si esibiscono da soli davanti a una videocamera incute una sensazione straniante. Entrambe queste ricorrenze sono il risultato di lotte condotte in gruppo, a una rigorosa distanza inferiore a un metro, per tendere assieme un’imboscata ai nazifascisti o stretti gomito a gomito in un corteo sindacale. Ma in un tempo in cui le distanze sono rigorosamente superiori a un metro, e in cui oltretutto la crisi dei corpi intermedi ha portato in un certo senso anche a un processo di desacralizzazione di queste ricorrenze, qual è il senso di festeggiarle? Quali sono i valori ancora significativi per noi oggi?

Bisogna forse ripensare al modo in cui guardiamo al 25 aprile, al primo maggio, al 2 giugno e a tutte le festività del nostro calendario. Ognuna di esse nasce in un preciso momento storico, e disegnate dai contorni di quei momenti storici le ricordiamo. Vale anche la pena forse di riflettere su come sia stato possibile che queste festività abbiano attraversato decenni e siano sopravvissute fino a noi. Ciò non è affatto scontato: sono i processi della storia che determinano quali valori siano alla base di una società e quali no, e quindi quali date celebrare e quali no. Il regime fascista abolì la festa del Primo Maggio e istituì al suo posto la festa del 21 aprile, natale di Roma. Il calendario repubblicano della Rivoluzione francese abolì la domenica e con essa tutta la settimana, preferendo un mese diviso in tre decadi (in ogni mese tre primidi, tre duodi, tre tridi ecc).

Qualsiasi festività quindi che in questo momento celebriamo, che sia laica o religiosa, non è eterna, il suo destino dipende in toto da quello dei valori della società in cui è inscritta. La domanda centrale quindi diventa: sono in pericolo i valori fondamentali della nostra società? La democrazia liberale che abbiamo ereditato dalla seconda metà del Novecento è in pericolo? La domanda è enorme e un semplice articolo non può certo fornire risposte risolutive. Qualche spunto lo si può però offrire.

Uno spunto può essere il fatto che la vita dell’Italia del dopoguerra è pressappoco coincisa con quella del processo di integrazione europea. Il primo gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione repubblicana e già il 9 maggio 1950, con la dichiarazione Schuman, ebbe ufficialmente inizio il processo di integrazione europea. Ma l’idea che la ricostruzione degli Stati europei ridotti in macerie dovesse compiersi all’interno di un progetto di unità europea, per evitare di ricadere nelle sanguinose divisioni delle due guerre mondiali, era ben presente già prima del 1950. Nasce allora la domanda: cosa sarebbe successo all’Italia democratica se il processo di integrazione europea fosse fallito e ci fossimo trovati allora o ci trovassimo oggi con 27 Stati nazionali indipendenti l’uno dall’altro, in competizione l’uno con l’altro?

Difendere i propri valori è possibile solo se si ha le istituzioni in grado di far prevalere quei valori; un sistema di valori può prevalere solo grazie alla forza delle istituzioni che lo sostengono. Non riconoscere questo dato fondamentale significa oscurare la realtà storica. Riconoscerlo porta a riflettere sulle istituzioni che oggi proteggono i nostri valori, che le festività che celebriamo rappresentano. E viene da pensare che le istituzioni che difendono i nostri valori della democrazia liberale siano fragili.

A livello mondiale, la Cina, col suo sistema autoritario sempre più imperniato sulla figura di Xi Jinping, prosegue la sua lenta risalita per detronizzare il predominio degli USA, dove non possiamo ancora dire con certezza (le elezioni di novembre saranno un momento chiave in tal senso) se Trump intaccherà in maniera più o meno duratura la stabilità della democrazia americana. Chiunque fra Cina e USA prevarrà nella lotta per il potere, non sarà il modello di valori europeo a imporsi, finché non si riuscirà a dotare l’Unione europea del potere politico necessario ad affermare i propri valori. Il che ha implicazioni anche molto concrete: basti pensare al fatto che oggi l’innovazione digitale è totalmente in mano ai giganti privati della Silicon Valley (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) o ai giganti di Pechino controllati dallo Stato (Huawei, Alibaba, Baidu, Tencent). Pressoché nessuno dei prodotti tecnologici leader nel mercato è in mani europee. Così, in un mondo che sempre più fatica a mantenere un ordine cooperativo invece che competitivo, come europei dipendiamo totalmente da tecnologie che sono in mano ad altri.

Non ci resta quindi che una strada per cercare di preservare i nostri valori anche nei decenni a venire: condividerli con istituzioni europee adatte a giocare un ruolo attivo nelle dinamiche politiche globali di oggi. Costruire dunque una Federazione europea.

Sarà dunque il caso di rimanere a casa da lavoro un altro giorno, dopo il 25 aprile e il primo maggio: il 9 maggio, per celebrare quella che già oggi è riconosciuta come la Festa dell’Europa.

Autore: Gianluca Bonato