Per il dopo-coronavirus serve una strategia comune ed ecologica

“Cosa te ne frega di pensare all’ambiente in un momento in cui le persone perdono il lavoro?”

Reading time: 4 min

In questo periodo di chiusura dovuta all’emergenza coronavirus le emissioni di sostanze inquinanti si sono ridotte. Secondo il Sole 24 ore, se prendiamo come riferimento la Cina, la cui dinamica può essere paragonata a quella dell’Italia, le emissioni si sono ridotte di un quarto rispetto allo stesso periodo del 2019. Con i dati riportati da Italy for Climate vediamo gli effetti del cambiamento climatico prima dell’emergenza virus: in Italia i casi estremi connessi ad esso sono aumentati del 60% rispetto al 2008 e le emissioni di gas serra, in totale oggi circa 423 milioni di tonnellate di MtCO2eq, sono diminuite solo dell’1% rispetto al 2019. Tale andamento non ha dimostrato una decisa intenzione a diminuire le emissioni, il che ci porta a credere che così non sarebbe stato, o sarà, per molti altri anni. Il distanziamento sociale non può continuare nonostante il vantaggio ecologico dovuto alla chiusura delle principali attività commerciali: è certamente impensabile bloccare le persone al solo scopo di diminuire di qualche punto percentuale l’inquinamento.

Tuttavia, bisogna davvero rendersi conto del paradosso in cui stiamo vivendo: secondo il Global Food, Environment and Economic Dynamics, una delle conseguenze della diffusione del COVID-19 è la riduzione dell’inquinamento atmosferico dovuto alla riduzione dell’attività economica. L’inquinamento atmosferico è causa di circa 400.000 morti premature all’anno solo in Europa (EEA Report – Air Quality in Europe). La nostra attività economica è insostenibile. Questo per comprendere quanto importante sia necessario che gli Stati si impegnino insieme per la transizione ecologica, necessaria non solo per vivere con un consumo sostenibile o perché siamo grandi ammiratori delle api, ma anche per salvare vite umane. La sfida che si prospetta ai leader mondiali è difficile, richiede coraggio e responsabilità. Ora è necessario far ripartire l’economia per evitare l’impoverimento dei cittadini e per evitare che Stati con economie meno avanzate si fermino. Secondo le previsioni dell’Ocse il trend del PIL mondiale potrebbe dimezzarsi arrivando ad una crescita del 1,5% annua dall’iniziale previsione del 3%, mentre l’FMI parla della peggior depressione dal 1930 dando stime ancora più basse, poiché vi sono coinvolti la quasi totalità degli Stati mondiali.

Bisognerà mettere in atto una strategia comune per la riapertura del commercio e la “rinascita” economica e i cittadini dovrebbero far presente ai leader che tale strategia avrà delle conseguenze climatiche. Glen Peters del Center for International Climate and Environment Research mette in evidenza che le recenti crisi economiche, come gli shock petroliferi e le crisi finanziare, sono state seguite nel breve periodo da una riduzione dell’inquinamento atmosferico, mentre nel lungo periodo con lo scopo di rilanciare la crescita economica vennero incentivati ed aumentati i consumi di risorse non rinnovabili con il conseguente aumento delle emissioni; due anni dopo la crisi finanziaria del 2008, per esempio, l’aumento delle emissioni è stato del 5,1%. La crisi causata dal virus potrebbe quindi avere conseguenze negative per la transizione energetica sostenibile, soprattutto tenendo presente che gli investimenti mondiali in energia sostenibile dipendono per il 70% da finanze pubbliche, che a seguito di questa crisi dovranno essere direzionate innanzitutto a sostegno dei lavoratori e delle imprese.

La Commissione europea guidata da Ursula Von der Leyen si è battuta fortemente per il “Green Deal” europeo, e si è mossa nella giusta direzione: i finanziamenti concessi dall’Unione europea con l’European Recovery Fund per contrastare l’emergenza coronavirus verranno indirizzati verso progetti che tengono conto dell’impatto ambientale. La politica, soprattutto in Europa, dovrà rilanciare l’economia con l’impronta della sostenibilità ambientale, favorendo i progetti “green” piuttosto che le risorse non rinnovabili. La sostenibilità non è un qualcosa a cui dovremo rinunciare, bensì potrà essere il metro di giudizio per investire su progetti verdi e moderni, che cambino l’economia, per trasformare la nostra società e renderla tecnologica, avanzata e sostenibile. L’Unione europea ne ha la possibilità. Il cambiamento climatico non accetta pause di riflessione; come ha ribadito il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, è un fenomeno che richiede un’azione costante.

Autore: Andrea Golini