“Emmanuel Pension”

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In questo articolo di “Eureka!” trattiamo il delicato tema del sistema pensionistico, con l’occhio puntato su ciò che è successo in Francia.
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Troppe eccezioni: riformare il sistema pensionistico è indispensabile ma l’esperienza francese insegna che la sfida è molto ardua.

Vivremo più a lungo, questo lo sappiamo. Nel continente europeo l’aspettativa di vita continua a salire e la popolazione più anziana supererà la popolazione più giovane, se non l’ha già fatto. E come li manteniamo questi anziani? Cosa faremo quando noi saremo anziani? È chiaro che dopo tanti anni di duro lavoro non ne potremo più, il fisico inizierà a darci i primi segni di cedimento e determinati lavori non saremo più in grado di farli. Per fortuna abbiamo diritto ad una pensione, un premio mensile per aver lavorato e contribuito al funzionamento della società per lungo tempo. Chi paga questo premio? Non parliamo dell’Italia ché di Fornero siamo abbastanza saturi, parliamo della Francia. Le risorse per il sistema pensionistico francese, in generale, vengono prelevate dalle casse nazionali. In linea di massima paga lo Stato, in aggiunta ogni cittadino può ricorrere privatamente a fondi pensione. Possiamo dire che il sistema è prevalentemente pubblico e la Francia è il terzo paese europeo che spende di più in pensioni dietro a Grecia e Stivale. Fonti OCSE dicono che lo Stato francese ha una spesa pensionistica pari al 14% del PIL e tale percentuale è destinata ad aumentare. Secondo il report del Consiglio di orientamento pensionistico francese, al 2025 il deficit conseguente al sistema pensionistico oscillerà tra i 7,9 miliardi fino ai 17,2 miliardi di euro. C’è da aspettarselo, se l’aspettativa di vita aumenta lo Stato dovrà mantenere i pensionati più a lungo.

Come funziona l’attuale sistema pensionistico francese? In primis funziona con il sistema di ripartizione: è basato sul cosiddetto “patto tra generazioni” nel quale i contributi che versiamo durante il periodo lavorativo pagano la popolazione in pensione. Mentre lavoro una parte del mio stipendio viene trattenuta ai fini pensionistici, il 55% della quota trattenuta lo versa il datore di lavoro mentre il restante 45% lo versa il lavoratore; la quota trattenuta del mio stipendio andrà a finanziare le pensioni attive. Quindi la pensione che io percepirò, seppur calcolata in base ai contributi che ho versato, non verrà “pagata” direttamente da me, non metto fisicamente da parte moneta per riaverla in futuro, ma viene pagata da chi ancora lavora. Ecco che si innesca un rapporto tra la popolazione che lavora e la popolazione in pensione. Per questo il sistema funziona se è presente un equilibrio: se la generazione impiegata nel mondo del lavoro riesce, con i propri contributi, a finanziare la generazione in pensione. Un secondo aspetto è la moltitudine di casse pensionistiche: il sistema francese attuale conta 42 casse pensionistiche differenti, in media si stima che ogni francese disponga di 2,5 casse per la propria pensione. A seconda della categoria del lavoro svolto esistono diverse regole per andare in pensione, non c’è un sistema pensionistico uguale per tutti. Sebbene si conti l’82% di lavoratori sotto regime “generale”, che segue un sistema contributivo con età pensionabile posta a 62 anni, altri lavoratori come i minatori, gli insegnanti, i notai, i dipendenti della Banca di Francia e più in generale i lavoratori statali di imprese come la Sncf (ferrovie) sono tutti sotto regimi eccezionali. Questi regimi eccezionali vengono favoriti dall’attuale sistema pensionistico: nel caso della Sncf i lavoratori vanno in pensione circa a 57 anni e percepiscono una pensione al di sopra della media. Questo “favore” alla pensione, oltre ad essere basato su una legge del secondo dopoguerra in cui i macchinisti erano fisicamente più sollecitati, viene socialmente visto come una compensazione dei salari molto bassi rispetto ad altre realtà europee.

A questo punto, cosa vuole fare Emmanuel Macron? Premesso che il sistema del “patto tra generazioni” non verrebbe alterato, quello che vuole il presidente francese è introdurre un nuovo regime pensionistico che inizierebbe nel 2025 e che porrebbe tutti i lavoratori in un unico regime per tutte le professioni con età pensionabile progressivamente aumentata da 62 fino a 64 anni nel 2027, anche se il primo ministro Edouard Philippe ha “provvisoriamente” ritirato l’innalzamento per ridurre le proteste dei sindacati. Come sale l’aspettativa di vita, sale l’età pensionabile: vivendo più a lungo dovremo sostenere pensioni più lunghe e per farlo dovremo versare più contributi ossia lavorare di più. Per chi volesse andare in pensione prima e ricevere meno potrà comunque farlo, l’età di 64 anni se confermata è l’età “pivot”, una sorta di bonus-malus dove se vado in pensione in anticipo all’importo verrà tolto il 5% per ogni anno in meno, viceversa, se vado in pensione più tardi otterrò un aumento del 5% per ogni anno in più. Il nuovo regime tocca altri punti, ne cito due: l’aumento della pensione minima da 900 a 1000 euro o pari all’85% del salario minimo percepito e l’aiuto verso i lavoratori meno costanti inclusi i casi di maternità in cui vi sarebbe un bonus pensionistico a partire dal primo figlio e non più dal terzo.

Sebbene un recente sondaggio Ifop mostra il 76% dei cittadini francesi favorevoli ad una riforma del sistema pensionistico, meno della metà si fida della proposta di Macron. C’è un malcontento generale e gli scioperi di cui sentiamo parlare, promossi dai sindacati che giustamente cercano di tutelare i lavoratori che rappresentano, ne sono la prova. Se dovessimo guardare la manovra senza le ragioni di bilancio potremmo dire che il presidente ha intenzione di aumentare l’età in cui dovremo andare in pensione e che probabilmente la cifra che otterremo sarà più bassa di quella attuale. Ma uniformare il sistema pensionistico comporterebbe pensioni dello stesso livello per tutti i lavoratori eliminando così le disparità di trattamento in base al lavoro. Se dovessimo guardare solo le ragioni economiche della manovra potremmo dire che alzare l’età pensionabile e quindi far versare più contributi ai lavoratori renderebbe più sostenibile l’erogazione delle pensioni a lungo termine diminuendo il deficit pubblico. Economicamente per pagare le pensioni serve lavorare, ma i cittadini dopo la riforma si vedrebbero diminuire la pensione senza essere compensati con un aumento dei salari, attualmente al di sotto della media proprio a causa del sistema pensionistico a loro favore. I sindacati mettono in luce altri due aspetti importanti: la variabilità del regime pensionistico proposto, facilmente manipolabile dai governi visto il sistema a punti previsto nel calcolo delle pensioni e l’incentivo a lavorare dovuto ai bonus ritenuto discriminatorio e in contrasto con la stabilità generazionale. Alcuni aspetti della riforma rimangono poco chiari e questo non aiuta il presidente francese e sindacati ad arrivare ad una sintesi. È chiara la necessità della riforma, ma si discute ancora sui risvolti economici e sociali. I predecessori di Macron tentarono un cambio del sistema pensionistico e in quelle occasioni vennero bloccati dalla fermezza dei sindacati e delle piazze. Forse la strada dell’attuale presidente avrà lo stesso esito; anche se l’intenzione è giusta la stabilità verrebbe pagata dai lavoratori statali che fanno parte della numerosa classe media francese e non dalla cosiddetta “elité” molto vicina, secondo chi sciopera, al presidente. Però i privilegi alle pensioni rimangono e sono difficili da rimuovere se sono visti come una compensazione sociale dello stipendio. Sono altrettanto difficili da rimuovere se per farlo dovrebbero pagare tutti i lavoratori, anche quelli sotto il regime “generale”.

Siamo destinati ad andare in pensione sempre più avanti con gli anni ed è giusto protestare affinché la pensione rispecchi lo stipendio e l’utilità sociale del lavoro svolto. Ma chi prende una pensione sproporzionata o va in pensione in anticipo rispetto agli altri, è davvero legittimato a protestare per qualcosa che non gli spetta? Per me rimane paradossale. Una volta consapevoli dell’insostenibilità di un certo sistema dovremmo essere disposti a rinunciare a ciò che ci è stato dato e che non potevamo permetterci. Si ha il diritto di lottare per stipendi equi e pensioni corrette, ma lottare per difendere pensioni sproporzionate suona come la difesa del consumo di carbone.

Rimane ancora un quesito irrisolto: la presenza dei fondi pensione privati che secondo i sindacati verrebbero incentivati e che andrebbero progressivamente a sostituire il sistema statale. Nell’Unione europea la vigilanza bancaria e dei fondi di investimento rimane comunque serrata concedendo poca speculazione al settore privato, però la questione rimane aperta. Comunque sia, il sistema pensionistico dimostra che gli interessi dei singoli persistono e ancora una volta si tende a perde la visione comunitaria di una riforma che coinvolgerà le prossime generazioni francesi.

Autore: Andrea Golini