Paura e disgusto a Washington

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La notizia, diffusa in tempo reale da centinaia di mezzi d’informazione, ha rapidamente raggiunto i più disparati angoli del globo. Per coglierne l’aspetto più rilevante è sufficiente una parola: acquitted, ossia “assolto”. È il verbo che si staglia a caratteri colossali sulla prima pagina dei quotidiani che lui, il presidente statunitense Donald Trump, nelle ore e nei giorni successivi ha sollevato trionfante dinanzi ai flash, facendosi ritrarre in scatti che probabilmente odoreranno di storia. Il 5 febbraio 2020, a Washington, si è concluso il processo di impeachment intentato dai democratici guidati dalla speaker della Camera Nancy Pelosi contro Trump. Due i capi d’accusa approvati alla Camera: abuso di potere (per i fatti legati all’Ucrainagate) e ostruzione del Congresso (per alcuni atti volti a intralciarne le indagini compiuti dall’entourage di Trump e dai repubblicani). Uno il verdetto pronunciato al termine del processo svoltosi nel Senato: assoluzione completa. Negazione di qualsiasi reato. La vittoria conquistata da Trump è stata (quasi) schiacciante: la votazione relativa alla prima incriminazione è terminata con 52 voti a favore dell’assoluzione e 48 contrari; quella riguardante la seconda, invece, con 53 voti a favore dell’assoluzione e 47 contrari. In nessuno dei due casi i democratici sono riusciti a raggiungere il quorum qualificato previsto dal Senato, ossia i due terzi dei voti: 67 senatori su 100.

L’unico “dettaglio scomodo”, come l’ha definito su “La Repubblica” Federico Rampini immergendosi nella prospettiva di Trump, è stato costituito dal senatore repubblicano dello Utah Mitt Romney, primo parlamentare della storia statunitense – come segnala “Il Corriere della Sera” – a votare per la destituzione di un membro del suo stesso partito. Liberale e moderato, sulla linea di figure come George Bush senior, devoto mormone che da governatore del Massachusetts varò una riforma sanitaria per certi versi simile all’Obamacare, Romney ha reso conto del suo voto con motivazioni religiose e morali: stando a quanto riportano le pagine de “Il Sole 24 ORE”, il senatore ha accusato Trump definendolo “colpevole di un terribile abuso della fiducia del popolo” e ha parlato di corruzione del processo elettorale. L’“ultimo galantuomo anti-Trump”, riprendendo Rampini, ha compiuto un atto rischioso, un atto con il quale ha voluto anche raccogliere idealmente l’eredità di un autorevole repubblicano ostile a Trump quale John McCain, scomparso nell’agosto del 2018. A tale atto il clan Trump ha risposto con la consueta ferocia: il figlio del tycoon più sfrontato d’America su Twitter ha sostenuto che il voto contrario di Romney sia stato una manifestazione della sua frustrazione derivante dalla sconfitta alle presidenziali del 2012. Rincarando la dose, Donald Trump Junior, sempre su Twitter, si è spinto a invocare l’espulsione di Romney dal partito.

Le parole del figlio non hanno ancora raggiunto la loro concretizzazione, ma sicuramente – come è accaduto più volte nella storia dell’umanità – la vittoria conquistata da Trump dopo una fase di contestazione tanto onerosa ha fornito allo stesso un incremento di potere tale da permettergli di stilare una sorta di lista di proscrizione. E con i fatti del 7 febbraio il furore del presidente ha individuato una sua chiara esplicitazione: il membro del Consiglio nazionale per la sicurezza Alexander Vindman e l’ambasciatore statunitense presso l’UE Gordon Sondland, entrambi rei di aver testimoniato contro il presidente alla Camera, sono stati rimossi dalle loro cariche. Uguale sorte ha colpito persino Yevgeny Vindman, gemello di Alexander che operava come consulente legale alla Casa Bianca. Inoltre, il medesimo tono di sfrontata e rinnovata prepotenza è risultato patente, seppur in forma diversa, all’interno di una clamorosa dichiarazione fatta da Trump il 14 febbraio in relazione a una delle figure più rilevanti del processo cui è riuscito a sopravvivere, ossia l’avvocato Rudy Giuliani. Trump ha ammesso di averlo inviato in Ucraina affinché raccogliesse informazioni sui Biden e – come riferisce il TGcom – l’ha paradossalmente definito “un grande combattente del crimine”.

Il trionfo sull’impeachment è stato accompagnato anche da eventi meno cupi, benché non privi della consueta e smargiassa spregiudicatezza. Il 16 febbraio The Donald, primo presidente degli Stati Uniti a farlo, si è presentato all’inaugurazione della 500 Miglia di Daytona, una delle gare motoristiche più celebri al mondo. Come riporta l’Ansa, Trump ha dato inizio alla corsa tra le ovazioni dei centomila spettatori gridando ai microfoni “Signori, accendete i motori!”, e ha poi fatto un giro di pista a bordo della limousine presidenziale. Retrocedendo, pare opportuno ricordare anche i fatti avvenuti il 13 febbraio nello Studio Ovale della Casa Bianca. In occasione della visita del presidente ecuadoregno Lenín Moreno, la prima da parte di un presidente dell’Ecuador in vent’anni, Trump ha scelto di abbandonarsi a una sfilza di considerazioni per certi versi imbarazzanti e per altri preoccupanti. Ha definito i democratici “crooked” (ossia “disonesti”, ndr) e “vicious” (ossia “cattivi”, ndr). Inoltre, destando l’inquietudine di molti, si è espresso intorno al caso Roger Stone richiedendo con decisione al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato dal repubblicano di orientamento trumpista William Barr, una riduzione della pena indicata dai procuratori. Soffermandosi su tali dichiarazioni, il giornalista della CNN Kevin Liptak ha sottolineato l’ennesima infrazione delle norme attinenti al “presidential behaviour” da parte di Trump nonostante l’impeachment appena conclusosi (come a dire: il lupo perde il pelo ma non il vizio!), e ha scorto nelle stesse un “one clear message: the once-typical wall between White House political motives and Justice Department decision-making has fallen”.

Tuttavia, non sono questi gli eventi più significativi tra quelli legati alla celebrazione della vittoria. Un momento particolare ha attratto l’attenzione dei commentatori, soprattutto quella dei giornalisti statunitensi: l’incontro nella East Room della Casa Bianca a meno di ventiquattr’ore dalla proclamazione della sentenza di assoluzione. Tale incontro si è svolto in presenza della stampa e di buona parte degli esponenti di maggior rilievo dell’area repubblicana: tra gli astanti, oltre ai componenti della squadra legale del presidente, si trovavano figure quali il leader della Maggioranza del Senato Mitch McConnell e il leader della Minoranza della Camera Kevin McCarthy. Il commentatore della CNN Chris Cillizza (da alcuni tacciato non a torto di “infotainment”, è bene precisarlo) ha riferito alcune delle frasi offensive pronunciate a ruota libera da Trump in tale occasione. Il tycoon ha definito “a horrible person” Nancy Pelosi, e con riguardo alla stessa ha poi aggiunto “I doubt she prays at all”; a proposito di Romney, invece, ha avanzato dubbi sulla religiosità del suo voto riconducendo il medesimo a motivi dettati dalla frustrazione. Un “Trump on steroids”, secondo Cillizza, al quale i grandi esponenti dell’area repubblicana hanno dedicato plausi aperti ed entusiastici. Degli stessi, sprezzante, Cillizza ha scritto: “[…] to sit by or even celebrate while Trump used the White House as a combination of a campaign venue, or a bathroom wall on which to write his darkest thoughts about those who oppone him, was beyond unforgivable”. Non troppo diverse, relativamente ai fatti verificatisi nella East Room, paiono le parole del corrispondente della BBC New York Nick Bryant, che li ha definiti come un “triumph of trumpism” e una nitida esternazione del processo di “republican radicalisation” favorito dall’approccio di Trump. A proposito dei repubblicani che si sono inchinati dinanzi a The Donald, Bryant ne ha liquidato il comportamento bollandolo come “slavishly loyal”.

Nel trambusto costituito dai fatti sinora descritti non può evitare di farsi largo una domanda relativa al principio degli stessi: che cosa è accaduto durante il processo cui Trump è stato sottoposto? Prima di descrivere i fatti legati alla battaglia, pare opportuno tratteggiarne quantomeno i principali attori e fornire qualche premessa.

Durante il processo, portato al Senato sull’onda del moto generato dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, si sono fronteggiati due schieramenti. Da un lato, i sette manager del partito democratico capitanati da Adam Schiff nel ruolo di Intelligence Commitee Chair. Dall’altro, una formazione che su “La Repubblica” il corrispondente Federico Rampini non ha esitato a definire con ironia un “dream-team” di legali: trattasi dei difensori del presidente. La squadra in questione, avente la sua figura apicale nell’autorità di Pat Cipollone, oltre all’avvocato personale di Trump Jan Sekulow, includeva alcune figure piuttosto controverse. Le più rilevanti erano sicuramente gli avvocati Kenneth Starr e Alan Dershowitz. Starr, al centro di un paradossale incrocio di destini, nel 1998 fu tra coloro che condussero le indagini dalle quali scaturì l’impeachment di Bill Clinton. Secondo l’analisi sviluppata dal giornalista de “Il Fatto Quotidiano” Massimo Cavallini, Starr propugnò l’impeachment contro Clinton senza disporre degli elementi che lo stesso Starr, in occasione dell’impeachment contro Trump, ha inserito nell’“architrave giuridico-politica” della difesa presentandoli come conditio sine qua non del processo: assenza di un giudizio largamente bipartisan, mancanza dell’appoggio unanime dell’opinione pubblica, e non sussistenza di reati estremamente gravi. Dershowitz, invece, è oggi noto ai più perché fu coinvolto come difensore nel processo a O.J. Simpson svoltosi nel 1995, un processo dal quale scaturirono conseguenze in parte paragonabili, secondo Nick Bryant, a quanto è successo dopo l’assoluzione di Trump. Dershowitz, inoltre, ha difeso diverse celebrità (tra le quali Mike Tyson), ed è stato tra i legali dell’inquietante finanziere Jeffrey Epstein. Ebbene: descritti i due schieramenti, è ora possibile indicare – o, meglio: ripetere – il luogo in cui si sono affrontati, ossia il Senato di Washington. Lo scontro si è sviluppato sotto la sorveglianza e la guida del giudice John Roberts, capo della Corte Suprema di orientamento repubblicano.

L’intero processo, come hanno sottolineato più commentatori, è stato caratterizzato da una forte impronta politica: così dev’essere, anche secondo la stessa Costituzione statunitense, nel caso relativo ai processi per impeachment – non casualmente Douglas Heye, giornalista della CNN, ha individuato uno dei maggiori errori dei democratici proprio nel loro trascurare la dimensione politica del processo. Il 18 gennaio, prima dell’inizio del dibattimento previsto per il 21 gennaio, i manager democratici hanno depositato un documento di quarantasei pagine contenente le ragioni dell’impeachment. A tale documento è seguita la risposta del collegio difensivo, concentrata in sei furenti pagine firmate da Cipollone: in tali pagine si negava qualsiasi reato e veniva ammesso soltanto il temporaneo congelamento degli aiuti militari all’Ucraina. Iniziato il processo, la corte ha rapidamente impedito la convocazione di qualsiasi testimone o il ricorso alle molteplici prove raccolte dai democratici. Si è così verificato ciò che Cavallini ha definito come un “sistematico e preventivo occultamento”. Tale occultamento è stato possibile grazie alla penetrante ingerenza della Casa Bianca, che tramite Mitch McConnell – come confermato dallo stesso, definitosi ben presto un “non objective juror” – aveva dettato con fermezza la linea da seguire ai repubblicani prima ancora che il dibattimento cominciasse. Dunque, i repubblicani hanno agito obbedendo a una granitica forma di ostruzionismo. Tra gli esiti più clamorosi di tale strategia, la mancata convocazione di John Bolton, ex membro del Consiglio di sicurezza che aveva da poco pubblicato un libro – alcuni estratti del quale resi visibili dal “New York Times” – contenente una limpida conferma delle azioni illegali perpetrate da Trump. Dinanzi a un contesto simile, ben poco hanno potuto fare i manager democratici, costretti spesso a incassare la retorica sfoderata dalla difesa di Trump. Dershowitz è giunto a sostenere che il presidente, al fine di essere rieletto, possa fare ciò che vuole. Insistendo sulla prospettiva repubblicana per la quale Trump è un presidente regolarmente eletto, la difesa ha sostenuto anche che lo scopo dei democratici fosse di annullare la volontà del popolo espressa nell’ultima elezione con pretesti e mezzi giudiziari – discorso, quest’ultimo, al quale si era piegato, come ricorda l’Ansa, lo stesso presidente Putin in dicembre intervenendo a favore di Trump. In sostanza, un tripudio eminentemente politico di slogan che hanno trasformato il processo, come è stato sottolineato con intelligenza da Rampini, in un messaggio destinato all’opinione pubblica. Con tale messaggio Trump ha voluto sfruttare l’affaire legato al suo impeachment, il cui finale pareva scritto prima ancora che si giungesse al processo, per screditare la sinistra statunitense presentandola come una forza intenzionata a sospendere la democrazia e a sottrarre la decisione sulla futura presidenza al popolo americano. A rendere ancora più bruciante e quantomeno dubbio l’esito del processo, poi, si devono considerare i seguenti fatti: 1. nell’attuale Senato statunitense i senatori repubblicani, pur essendo maggioranza, rappresentano circa diciotto milioni di elettori in meno rispetto ai senatori democratici; 2. tra le varie formule di assoluzione, come delineato da Cavallini, è stata scelta la più forte e schiacciante, quella per non aver commesso il fatto: tale formula ha implicitamente presentato l’intero impeachment come un tentativo di golpe. Alla luce di quanto è stato descritto finora, si può ben comprendere perché alcuni commentatori abbiano parlato di “non processo” e di degradazione delle istituzioni legate alla democrazia statunitense. Cavallini, su “Il Fatto Quotidiano”, si è spinto a parlare di “tragicommedia della crisi della democrazia americana”.

Per i democratici la sconfitta non ha avuto luogo soltanto all’interno dell’aula senatoriale. Le conseguenze derivanti dall’assoluzione di Trump hanno favorito lo stesso su più fronti prima ancora che il processo si concludesse. Secondo quanto evidenziato da Cillizza, il 4 febbraio Trump ha raggiunto la sua più alta percentuale di approvazione secondo l’indice Gallup: il 49% dei consensi. Lo stesso sondaggio, poi, ha indicato come pari al 94% il grado di approvazione nei confronti dell’operato di The Donald da parte dei “self-identified republicans”. In sintesi, il processo per impeachment non sembra aver leso la popolarità del presidente; anzi: stando a quanto viene riferito da David Heye, pare che si sia trasformato in un “financial boon” pari a 46 milioni di dollari raccolti nell’ultimo quarto del 2019. Ecco perché, allora, lo stesso Heye, riferendosi alla frase di Nancy Pelosi secondo la quale “impeachment is forever”, ha scritto: “If in impeaching Trump democrats help reelect him, four years may be more consequential than forever”.

Sulle pagine del “The Guardian”, tentando di fornire una analisi delle ragioni legate alla débâcle dei democratici, Tom McCarthy ha individuato i fattori della stessa nei seguenti punti: 1. “the base stuck with him (ossia Trump, la destituzione del quale era sostenuta soltanto dall’8-10% della base repubblicana, ndr); 2. “elected republicans stayed in line” (come testimoniato dal forte ostruzionismo rotto solamente da Romney, ndr); 3. “the senate is broken” (perché non rappresentativo delle proporzioni legate alle parti dell’elettorato, ndr). McCarthy allora ha concluso scrivendo, pressappoco come Heye: “While Trump will forever be an impeached president, his acquittal should count as a major political win”.

Paura e disgusto a Washington, rielaborando il titolo del celeberrimo romanzo dello sregolato Hunter Thompson. Paura per la crescente onnipotenza di Trump e per il suo infaticabile sprezzo nei confronti delle istituzioni e del loro significato politico, civile, ed etico. Disgusto per il processo totalmente impregnato di assurdità e paradossi del diritto che non ne ha nemmeno scalfito in misura rilevante la popolarità. Allo scenario sconfortante non può che aggregarsi lo stato di crisi in cui sembrano essere scivolati proprio coloro che vorrebbero porre fine all’amministrazione più controversa degli ultimi decenni: i democratici. In una intervista con il politologo Ian Buruma comparsa su “L’Espresso”, il giornalista Alberto Flores D’Arcais ha posto in evidenza le divisioni interne al partito, divenute più patenti in seguito all’assoluzione di Trump. I candidati alle primarie democratiche, poi, non sembrano dotati delle qualità necessarie a compattare la sinistra statunitense guidandola a uno scontro ad armi pari con Trump. In attesa dei primi dati importanti, come quelli legati al “supertuesday” che si svolgerà il 3 marzo, tutto pare a favore di Trump: è sufficiente pensare al caso dei caucus tenutisi in Iowa. Forse, però, un giorno The Donald verrà ricordato soltanto come l’ombra ormai svanita di una lisergica visione simile alle tante raccontate da Hunter Thompson. Il potere, diversamente dall’impeachment, non è mai per sempre.

Autore: Francesco Formigari