Un nuovo mandato per Pedro Sanchez

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Nel seguente articolo di “Eureka!” commentiamo le elezioni spagnole, che, vista la loro ripetitività, hanno celato parecchie ombre di incertezza nel Paese.
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Il 10 novembre, in Spagna, abbiamo assistito alle quarte elezioni in quattro anni, le seconde in meno di un anno dopo quelle di aprile. Il paese non riesce a uscire da un’instabilità che vede sempre come protagonisti i socialisti di Pedro Sanchez, fermi al primo posto con la responsabilità di formare un nuovo governo. Le ultime elezioni di aprile avevano portato la Spagna in una situazione simile, con Vox per la prima volta in Parlamento, ottenendo il 7%, e 24 seggi, mentre Sanchez con il 35% decise di formare l’alleanza di governo con i partiti di sinistra radicale. Il governo cade pochi mesi dopo a causa della bocciatura della legge di bilancio, provocata parzialmente dai partiti di sinistra facenti parte del governo stesso.

Sette mesi dopo, il 10 novembre, si torna alle urne. PSOE vince di nuovo, ma non ha mai abbastanza consenso per formare un governo in modo autonomo, evitando le contrattazioni con gli altri partiti. Il Parlamento si trova sostanzialmente diviso in due blocchi di tre partiti ciascuno: la destra è formata da i liberali di Ciudadanos, che si riprende parzialmente dal crollo di aprile, il Partito Popolare di Pablo Casado, nettamente il più votato dal bacino elettorale di centrodestra, e infine dal partito nazionalista e populista Vox, in allarmante ascesa. Il blocco di destra in totale ha raggiunto 150 seggi su 350, il che vuol dire che anche se decidessero di allearsi per formare un governo, non ne avrebbero i numeri, ma neanche la possibilità, visto che sia i liberali che i popolari si sono sempre espressi duramente nei confronti del partito nazionalista. Per quanto riguarda la sinistra invece, troviamo oltre ai socialisti, Unidas Podemos di Pablo Iglesias, evoluzione di Podemos dopo la fusione con i partiti femministi, e Mas Pais di Inigo Errejon, uno dei padri fondatori di Podemos, uscito pochi mesi prima. Questi tre partiti totalizzano 158 seggi, 18 dalla maggioranza. L’ago della bilancia è quindi nelle mani dei partiti regionalisti, in particolare quelli Baschi, delle Canarie e ovviamente i Catalani che in totale hanno guadagnato 42 seggi. Pedro Sanchez ha deciso però di non scendere a compromessi né con la destra, né con i radicali di Mas Pais, accettando di formare un governo molto debole con gli alleati di sempre, Unidas Podemos. Cinquantatré giorni dopo le quarte elezioni in cinque anni e dieci mesi di governo senza poteri, Sanchez è riuscito a ottenere la fiducia dal Parlamento: 167 sì, 165 no, 18 astenuti. La Spagna ha un governo, il primo di coalizione nella democrazia post Francisco Franco.

Ma l’elefante nella stanza della politica spagnola rimane sempre quello: la questione catalana, ed è proprio grazie all’astensione dell’Esquerra Repubblica Catalana che il nuovo governo ha ottenuto legittimità. Nella contrattazione con l’ERC i Catalani hanno guadagnato la promessa di un dialogo con il governo centrale per un futuro referendum, il vero problema dell’accordo è l’incongruenza delle intenzioni dei diversi partiti indipendentisti. Il Presidente della Generalitat de Catalunya Quim Torra, leader di Junts per Catalunya, partito di centro destra, si è già espresso a sfavore della collaborazione con i socialisti; inoltre lo stesso ERC è stato a febbraio uno dei responsabili della caduta del governo.

In Unione Europea, la riconferma di Sanchez a capo di governo, rafforza il rapporto con il Portogallo di Andrea Costa, a supporto di Emmanuel Macron ed il suo piano di integrazione europea e soprattutto dell’appoggio alla nuova presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. La Spagna nella neo commissione ha ottenuto la carica di Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella figura di Josep Borrell per continuare il lavoro di Federica Mogherini, a cui  toccherà, tra gli altri, il delicato compito di gestire le relazioni tra Bruxelles e i Balcania rischio deterioramento dopo il rifiuto del Consiglio europeo di aprire i negoziati di adesione con Albania e Macedonia del Nord.

Sanchez si trova davanti più fronti caldi e per gestirli servirà non solo la stabilità di governo, assente da più di quattro anni, ma anche un più stretto legame con Bruxelles.

Autrice: Sofia Viviani