Ogni cittadino ha più di un rappresentante

Operazioni di voto in un seggio elettorale a Roma, 24 febbraio 2013. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

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In ogni elezione la retorica è sempre la stessa e fuorviante. Serve maggiore consapevolezza dei cittadini e di chi si candida a rappresentarli.
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Ogni anno eleggiamo qualcuno. Alle elezioni europee, alle statali, alle regionali o alle comunali, ogni anno eleggiamo i nostri rappresentanti. Regolarmente qualcuno in Italia ha la possibilità di rinnovare le cariche di questi delegati. Il meccanismo di rinnovo periodico è fondamentale per una corretta democrazia e per un senso di responsabilità, il quale dovrebbe fare capo a ciascuno di noi; ci dovrebbe tenere attivi e informati, dovrebbe arricchire il nostro senso civico e la nostra conoscenza di ciò che avviene nel paese. Esso è svolto in buona parte regolarmente ogni cinque anni, il tempo ritenuto necessario per poter attuare alcune delle politiche promosse da coloro che sono stati eletti e per poterne valutare l’operato politico. Nel 2020, in otto regioni su venti (Emilia-Romagna, Calabria, Veneto, Campania, Liguria, Toscana, Puglia e Marche) si voterà per rinnovare l’amministrazione locale, dopo essere trascorsi i regolari 5 anni di mandato. Leggendo l’articolo 117 della Costituzione della Repubblica italiana, capiamo che le regioni sono organi subordinati allo Stato, istituiti per rendere più efficienti le singole politiche regionali e per renderle più in linea con il principio di sussidiarietà, il quale prevede che le funzioni pubbliche debbano essere svolte al livello più vicino ai cittadini e che tali funzioni verranno svolte dal livello territorialmente superiore solo laddove questo sia in grado di svolgerle meglio di quello di livello inferiore. Nell’articolo citato, si evince inoltre che alle regioni rimane una competenza prevalentemente sussidiaria, ovvero esse non possono legiferare nelle materie che competono allo Stato come per esempio la politica estera o la sicurezza interna; si delineano quindi vari livelli di rappresentanza per cui i cittadini sono chiamati a votare. Non c’è un potere unico, non c’è un potere centrale esclusivo come nelle migliori dittature, bensì esiste una distribuzione di esso che dovrebbe garantire la realizzazione di tutti gli interessi del singolo cittadino. Interessi che vanno dalla sua voglia di una politica estera fino alla voglia di avere un lampione funzionante sotto casa. Ogni richiesta ha bisogno del suo grado di rappresentanza, non può esserci un potere esclusivo che sappia rappresentare entrambe. È importante avere coscienza del perché si vota e soprattutto per “cosa” si vota: è corretto votare per un organo più prossimo che intervenga direttamente nel quartiere in cui si vive, per questioni come il filobus, e di un organo maggiore che si occupi di materie che coinvolgono molte più persone come ad esempio l’economia, la politica estera e l’istruzione. Questo meccanismo di separazione delle competenze in principio, come detto prima, è efficiente ma ha un grande limite: la schizofrenia.

Il sistema fondamentalmente idilliaco e armonioso della votazione periodica crolla nella realtà dei fatti. Le elezioni italiane sono una vera schizofrenia, e di “periodico” hanno più che altro deliri e allucinazioni. Questo perché i diversi livelli di rappresentanza risultano oscurati e di difficile comprensione: nel momento in cui la campagna elettorale si svolge in ambito regionale, questa viene spinta in maniera predominante su scala nazionale. Questo fatto è altamente fuorviante e ci porta a vivere le elezioni in maniera non corretta. Viene da pensare infatti che siano i rappresentanti statali ad occuparsi delle regioni ma non è così. Il più delle volte sorgono contrasti tra i vari livelli nel momento in cui bisogna ridistribuire le risorse e quindi decidere quali siano gli interventi ad avere la precedenza: se la città necessita di dare priorità agli interventi locali, così anche lo Stato, nell’interesse generale, deve decidere su cosa investire. Proprio per questo ci sono più organi competenti di livello diverso. Sarebbe assurdo pensare che a livello statale si possa intervenire su ciascun quartiere di ogni singola città. Così l’impronta statale in ogni elezione è fuorviante: il passaggio dalla volontà generale alle singolarità regionali non è automatico. È corretto e necessario che le regioni esistano, che i comuni esistano, e si può fare questo discorso al contrario e dire che non è automatico il passaggio dalle specificità regionali agli obiettivi generali, per questo lo Stato esiste ed è per questo che l’Unione europea esiste. Avere più livelli è fondamentale per poter gestire efficacemente tutti gli interessi dei cittadini.

Ecco invece che si delinea la lettura dei risultati regionali come risultati di elezioni nazionali; un po’ come fatto per le elezioni europee in generale non sappiamo più distinguere i livelli di rappresentanza. È così che si crea il circolo della schizofrenia: per ogni tornata elettorale si guarda al governo nazionale, e ogni anno dovremmo cambiare governo. Delirio. Il risultato del voto alle scorse elezioni europee non è stato nazionale ma europeo, anche se ha ottenuto più voti il centrodestra ciò non comporta la modifica della maggioranza del governo italiano, nata dalle elezioni precedenti. Votare uno schieramento alle europee e poi non vederselo governare nel proprio Stato? Sopruso! In realtà questo è corretto, se solo prima pensassimo a che cosa stiamo votando e dove si collocherà quel rappresentante che stiamo eleggendo. Continuando con questa frenetica, insistente e spesso scorretta campagna elettorale che ci fa credere ogni volta che andiamo alle urne per l’elezione del governo nazionale, finiremo per non poterne più.

Le elezioni regionali più vicine sono quelle del 26 gennaio, in Emilia-Romagna e in Calabria, mentre per le altre regioni il voto si terrà tra maggio e giugno. Le aspettative sono in linea con le tendenze nazionali, appunto, e sarà importante vedere cosa succederà in Emilia, regione storicamente di sinistra ora in bilico. In Veneto tutto tranquillo, i sondaggi confermano la storica coalizione di centrodestra pronta o meno per la terza legislazione consecutiva. In Emilia i candidati sono stati annunciati, con i rispettivi schieramenti, in Veneto dovremo rimanere in trepidante attesa mentre il Mose non separa ancora le acque, mentre il mistero dell’amianto nella Pedemontana incompleta ci sorvolerà velocemente in testa, mentre penseremo ad esportare del buon vino senza dazi e promuoveremo delle olimpiadi invernali. Oggi i politici e i principali giornali sostengono la campagna elettorale nazionale. Sono in secondo piano le politiche regionali, quelle per cui siamo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti alle prossime elezioni amministrative. Le regioni rientrano in un contesto ampio e allargato, essendo parte di uno Stato italiano e di una comunità europea; tenendo conto di ciò dobbiamo aver chiaro il senso del nostro voto. Informiamoci dei progetti per la regione in un contesto internazionale, non basiamoci solo sulle propagande nazionali. Non può funzionare la retorica nazionalista in un sistema democratico in cui possiamo eleggere dei rappresentanti a più livelli. Alcuni politici fanno perdere contenuti e dibattiti. Bisogna stare quindi attenti a non confondere il risultato di alcune elezioni come un risultato generale dell’opinione pubblica. I problemi provinciali, regionali, statali ed europei non sono gli stessi. Certo è anche impossibile pensare che uno non influenzi l’altro, ma è sempre bene prima prestare attenzione a ciascun caso.

Autore: Andrea Golini