Mario Draghi, l’artefice

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Dedichiamo uno spazio nella nostra rivista al vero e proprio leader che ha avuto l’Europa negli ultimi anni, ossia l’ex Presidente della BCE Mario Draghi; in un periodo per nulla facile per l’Unione a causa delle crisi politiche ed economiche attraversate, ha saputo sempre mantenere la rotta. (Tutte le nostre attività e iniziative sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/GfeSezVerona/?fref=ts)

Non ha perso tempo. Quando c’era da saltare il fosso della crisi economica più dura dell’ultimo mezzo secolo l’ha fatto senza mezze misure. Un carattere che non ama perdersi in chiacchiere, che sa che quando è il momento di agire bisogna farlo senza se e senza ma. Così lo raccontano i due giornalisti del Sole 24 Ore Alessandro Speciale e Jana Randow nel libro “Mario Draghi. L’artefice. La vera storia dell’uomo che ha salvato l’euro”. A differenza del suo predecessore, Jean Claude Trichet, che adottava il metodo collegiale, per cui tratteneva i suoi collaboratori fino a notte inoltrata in estenuanti riunioni prima di giungere ad una soluzione, Mario Draghi viaggiava su tempi brevi. Era più presidenziale, se non decisionista. E chi avrebbe mai detto che negli anni in cui l’istinto politico di segretari di partito, come Matteo Renzi e Matteo Salvini, suggeriva loro di muoversi in fretta, di puntare sulla figura dell’uomo solo al comando, a raccogliere i frutti migliori di questo modus operandi sarebbe stata la sagoma scialba di un tecnocrate. Mario Draghi è stato parco di discorsi sia all’interno della sua cerchia di collaboratori sia nelle occasioni ufficiali davanti alla stampa. Amava il contradditorio se questo portava a trovare risposte efficaci alla crisi, disprezzava i vuoti giri di parole. Per questa sua attitudine nell’arrivare preparato alle riunioni del consiglio direttivo della BCE, l’organo in cui siedono i governatori delle banche centrali dell’eurozona, con la soluzione già in tasca, molti membri del consiglio lo ricordano come “impaziente”. Per tutto il suo mandato ha pesato le parole. E questo ha fatto sì che molti suoi discorsi siano divenuti già celebri. Quello di Londra, nel luglio del 2012 in occasione della Global Investment Conference, in cui annunciava che la BCE era pronta a fare tutto il necessario per salvaguardare la moneta unica, quello di Amsterdam nell’aprile del 2014 in cui dichiarava misure straordinarie per combattere la deflazione, e infine la conferenza stampa del 22 gennaio del 2015 in cui rompeva gli indugi e ammetteva che era pronto un piano che avrebbe immesso nuova liquidità nell’economia europea, il cosiddetto Quantitative easing, o “alleggerimento quantitativo”.

Non è stato un percorso in discesa il suo. Dal giorno della sua nomina a presidente della BCE, il 24 giugno del 2011, nel bel mezzo della crisi del debito sovrano, ha dovuto scongiurare il rischio che la recessione che veniva da oltreoceano portasse al fallimento della moneta unica. Nel frattempo, si doveva difendere dalle critiche che gli piovevano addosso dal fronte interno del Consiglio direttivo. La spina nel fianco per tutto il suo mandato, i dissapori con il governatore della Bundesbank, la banca centrale tedesca, Jans Weidmann, e con il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Accusato dai “falchi” di essere stato troppo morbido nei confronti dei paesi periferici dell’Europa, di aver aggirato le regole dell’austerity e incentivato i Paesi del sud ad aumentare la spesa pubblica, Mario Draghi si è mosso con attenzione entro il perimetro delle prerogative dell’istituzione di cui era a capo. E ha saputo sfruttare al meglio gli strumenti di cui disponeva. Interpretando il ruolo del presidente non conservativo, ha rafforzato i poteri della politica monetaria della BCE, dando a quei poteri una dimensione federale. Livellando i differenziali dei tassi di interesse tra i debiti sovrani, ha salvaguardato il mercato interno e incentivato gli investitori stranieri a comprare i titoli di stato di quei Paesi che rischiavano il default. Seppure abbia lasciato il suo incarico con un livello di inflazione lontano dall’obbiettivo del due per cento, Mario Draghi ha reso il progetto della moneta unica irreversibile. Ha affrontato le sfide del suo tempo, e “rompere le convenzioni”, così è intitolato un capitolo del libro, è stata la sua stella polare per salvare l’euro. E l’ha salvato, con coraggio.

Autore: Salvatore Romano