Che Brexit sia: cosa ne sarà del Regno “Unito”?

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E’ il momento di parlare della Brexit, perchè il momento definitivo è giunto. Cosa succederà di qui in avanti? Una delle più spinose vicende europee dell’ultimo decennio sta per avere una risoluzione, ma sarà positiva o no? E per chi?
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Le terze elezioni in cinque anni hanno finalmente sancito una maggioranza chiara a Westminster. Boris Johnson ha condotto il partito Conservatore alla vittoria, trainato dalla promessa di “get Brexit done”. Sul lato degli sconfitti troviamo ancora una volta il Labour Party di Jeremy Corbyn e i Liberal Democratici di Jo Swinson. I primi, attanagliati ancora al sogno di radicale socialismo del proprio leader, non si sono uniti sotto un’unica bandiera e hanno lasciato al proprio principale avversario campo libero. I secondi, invece, sono stati la maggiore delusione per il fronte anti-Brexit, che, evidentemente, non è riuscito a trasformare in voti le molteplici manifestazioni per un nuovo referendum. Così, la strategia di allontanarsi dal centro per andare sempre più a destra e a sinistra ha (stra) premiato i Tories.

In soldoni, il Regno Unito dovrebbe lasciare – davvero – l’Unione Europea a breve, forse addirittura il 31 gennaio 2020.

Tuttavia il primo problema di Brexit pare non essere più quello economico. I danni economici che l’uscita dall’Unione Europea arrecherà all’economia britannica sono passati in secondo piano. L’attenzione britannica si è spostata sulla questione dei confini fra le regioni del Regno.

Il primo problema è quello della Scozia. Lo Scottish National Party ha fatto incetta di seggi nelle circoscrizioni scozzesi. Trascinati dalla propria leader Nicola Sturgeon, gli indipendentisti scozzesi sono riusciti a compattarsi attorno a un’idea di futuro molto chiara: una Scozia fuori dal Regno Unito, ma dentro l’Unione Europea. Infatti, dopo la vittoria per rimanere sotto la regina Elisabetta nel referendum del 2014, gli scozzesi hanno votato per il Remain in occasione del referendum su Brexit del 2016. Da ciò la promessa, già formalizzata, di un ulteriore referendum per abbandonare il Regno Unito. Con la sua coerenza e la sua determinazione, Sturgeon è stata premiata dai cittadini scozzesi. E ora la battaglia potrebbe entrare nel vivo, aprendo un contenzioso con Johnson e con tutto il resto del Regno. Resta da vedere fino a dove il partito indipendentista e gli scozzesi vorranno tirare la corda.

Il secondo problema riguarda il confine fra la Gran Bretagna e l’isola di Irlanda. L’accordo d’uscita sancito fra Johnson e l’Unione Europea prevede una sorta di dogana fra la Scozia e il Nord Irlanda. Se questa intesa venisse effettivamente ratificata e applicata, nei fatti il Nord Irlanda rischierebbe di essere abbandonato dal Regno Unito. A quel punto, l’influenza della Repubblica Irlandese potrebbe, sul lungo termine, essere determinante. Spingendoci ai limiti della fantapolitica, la situazione potrebbe diventare ancora più ostica: se, eventualmente, la Scozia si avviasse verso l’indipendenza, la posizione dell’Ulster sarebbe ancor più complessa; la distanza dal resto del Regno diverrebbe immensa, soprattutto se rapportata alla distanza da Dublino.

Boris Johnson e la sua maggioranza parlamentare sembrano convinti del percorso da seguire. Anzitutto, uscire dall’Unione Europea il prima possibile e dunque non negoziare ulteriori accordi con le istituzioni europee, ma ratificare l’intesa già raggiunta. E successivamente negare ogni possibile acchito di indipendenza nelle periferie del Regno. Il voto ha legittimato queste posizioni, consegnando all’inquilino di Downing Street le prossime decisioni in merito.

Tuttavia, al di là degli aspetti economici, queste scelte potrebbero aprire una fase nuova nella storia dell’ex – ribadiamo: ex – Impero britannico. Gli scozzesi dimostreranno davvero di voler lasciare il Regno Unito? E Johnson riuscirà a gestire queste eventuali pressioni? Il Nord Irlanda sarà abbandonato e subirà, sul lungo termine, le influenze della vicina Repubblica Irlandese?

Autore: Andrea Zanolli