Riflessione europea sulla crisi in Medio Oriente

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Nel secondo articolo di “Eureka!” trattiamo un approfondimento sulla delicata questione medio-orientale, soggetta a un forte stato di tensione a causa dei recenti attacchi fisici ed economici.
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La relazione tra USA e Iran è sempre stata particolarmente tesa, non solo durante la presidenza Trump, ma già a partire da Bush con il conflitto iracheno. La prima elezione di Barack Obama nel 2008 ha comportato una variazione della politica estera statunitense, aprendo un periodo di distensione e relativa stabilità nella zona. In particolare nel 2015, fondamentale è stato il Piano d’azione congiunto globale, comunemente chiamato “patto sul nucleare iraniano”, un accordo che consentiva all’Iran di avere centrali nucleari a scopo energetico e di ricerca con forti limitazioni per monitorarne l’eventuale uso militare; in vigore fino al 2018, quando il presidente Trump decise di uscirne unilateralmente, rilanciando le pesanti sanzioni allo scopo di indurre “il brutale regime iraniano” a “cessare la propria attività destabilizzante”, ovvero ritirarsi dalla Siria dove l’Iran sosteneva il governo di Bashar al-Assad.

In un clima già teso, sabato 28 dicembre scorso Trump ordina una ritorsione, dopo l’uccisione d’un contractor americano in una base a Kirkuk attaccata da milizie filo-iraniane: raid aerei contro cinque postazioni filo-iraniane in Iraq e in Siria, almeno 25 vittime, “un successo” secondo il Pentagono.

Il 3 gennaio, nel raid all’aeroporto di Baghdad viene ucciso, insieme ad altri miliziani, il Generale Maggiore Qasem Soleimani, capo della Niru-ye Qods, braccio destro del capo di stato iraniano Ayatollah Ali Khamenei. Alla sua morte sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale e a Soleimani è stato conferito il titolo di shahid, martire, nonché quello di tenente maggiore. Una folla di milioni di persone è scesa nelle varie piazze iraniane per i funerali, a Kerman, e a causa della ressa sono morte almeno 56 persone e 212 sono rimaste ferite. Per questo motivo l’Iran ha deciso di posticipare la sepoltura. Al momento della notizia del suo decesso, tutti i canali di televisione pubblica hanno interrotto le trasmissioni per annunciare la notizia, mandando in onda la preghiera islamica per i defunti: “Veniamo da Dio e da Dio ritorniamo”, con a fianco l’immagine del generale.

Soleimani non solo era una figura chiave nelle Guardie della Rivoluzione, nel regime Khamenei e nella cultura popolare iraniana; ma il suo ruolo poteva essere paragonato al direttore dei servizi segreti o ad un Ministro degli Esteri, in tutto e per tutto insostituibile e indispensabile. Per questa sua enorme importanza, molti analisti internazionali temono che l’Iran risponderà all’attacco in egual proporzione. La decisione del Presidente Trump non poteva essere considerata che una dichiarazione di guerra, che fosse o no l’intenzione iniziale del raid.

Qual è il ruolo dell’Unione Europea in questa crisi? L’UE è stato uno dei firmatari dell’accordo sul nucleare del 2015, fortemente contraria all’uscita degli USA nel 2018. I raid di dicembre mostrano per l’ennesima volta la completa ininfluenza e impotenza dell’Unione, a prova il fatto che gli USA abbiano informato dell’imminente attacco gli alleati Mediorientali come l’Arabia Saudita, ma non gli europei.

La reazione di vari attori geopolitici è stata immediata, mentre l’Alto Rappresentante e i ministri degli esteri nazionali dei Paesi europei rinviano a data da destinarsi la missione in Libia.

Se da un lato l’Unione è relativamente più vicina agli USA, è arrivato il momento di prendere coscienza del fatto che dal 1945 l’Europa è stata considerata più come una consumatrice di sicurezza e che oggi la priorità estera statunitense è la questione cinese, che si svolge prevalentemente nel Pacifico. È il momento di costruire una vera rete di sicurezza dell’Unione, l’attuale debolezza non è giustificabile, considerando che è un polo economico a livello di USA e Cina; nonché, nel suo insieme di stati membri, terza per spesa militare, spendendo più della Russia, della Turchia, dell’Iran, dell’Arabia Saudita, di Israele e dell’Egitto.

Il grande problema della difesa europea è la sua divisione, 28 difese nazionali, una più inutile dell’altra, oltre alla mancanza di standardizzazione dei sistemi d’arma e l’utilizzo della spesa principalmente incentrato sugli stipendi del personale, invece che in ricerca e materiali. È proprio vero che l’Unione è “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”, molto forte dove i poteri sono stati ceduti al livello sovranazionale, ma debolissimo dove la falsa sovranità è restata in mano agli stati nazionali. In sostanza l’Unione è forte e gli Stati membri deboli.

Autrice: Sofia Viviani