Le elezioni in India: la vittoria di Modi e una lezione per l’Europa

Spostiamoci al di fuori dei confini europei e analizziamo ciò che è successo nel mondo della politica indiana: può essere un grande esempio per le istituzioni europee.
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Lo scorso 19 maggio si sono concluse le elezioni generali in India, che hanno visto la schiacciante vittoria del Partito del Popolo Indiano del primo ministro uscente Narendra Modi. Della tornata elettorale della più grande democrazia del mondo se ne è parlato molto poco sui giornali italiani, appiattiti come sempre su tematiche strettamente nazionali. Al contrario la politica indiana andrebbe molto approfondita, essendo l’India uno straordinario e (quasi) unico esempio di stato post-coloniale novecentesco che è riuscito ad attuare la transizione verso una (seppur imperfetta) forma di democrazia.

Come detto prima, di queste elezioni se ne è parlato poco e anche nelle poche notizie relative all’India si è incorsi nel classico errore degli analisti politici occidentali: analizzare la situazione politica di un paese non occidentale con categorie concettuali proprie solo dell’Occidente, per l’appunto. Se è vero che una direttrice molto importante, se non fondamentale, del conflitto politico europeo è la dicotomia destra-sinistra, o quella nazionalisti-internazionalisti (diremmo noi, federalisti), ciò non può essere del tutto esatto per quanto riguarda paesi al di fuori della cultura occidentale. Dipinto dai giornali europei e nordamericani come xenofobo e nazionalista hindu, Modi in realtà ha significato per tanti indiani un segno di cambiamento. Infatti il neo Primo ministro, più che come integralista hindu, si è posto come oppositore dei privilegi. Nell’implementare le sue politiche pubbliche non ha fatto distinzioni fra etnie e religioni; per questo, alle elezioni è stato premiato in modo trasversale rispetto alle divisioni etniche dell’elettorato indiano. Dunque una nuova frattura che va oltre le differenze ideologiche, ossia quella popolo-élite. Il popolo era Modi e l’élite era Rahul Gandhi (del partito di centrosinistra del Congresso Nazionale Indiano). Una divisione che va oltre le divisioni ideologiche, oltre il problema religioso o etnico.

Al di là dell’effettiva peculiarità della politica indiana (e asiatica in generale), l’analisi di culture e pratiche politiche differenti da quelle europee e occidentali è fondamentale nell’ottica di una più efficiente governance dei problemi più rilevanti dell’agenda politica internazionale – dal tema ambientale, a quello del commercio internazionale, fino al problema migratorio – e anche nell’analisi di ciò che sta succedendo in Europa. Riguardo a quest’ultimo punto, è da sottolineare come i partiti sovranisti euroscettici abbiano fatto leva proprio sulla divisione che è stata fondamentale nelle elezioni indiane: quella, appunto, tra popolo ed élite. Il problema diffuso, quindi, è quello della vicinanza delle istituzioni ai cittadini e la capacità della politica di ascoltare e risolvere i loro problemi. Questa divisione – dimostrandosi applicabile in diversi contesti – è stata fondamentale nell’ascesa di Trump, nell’esperienza di Putin in Russia, nella politica latino-americana, e ora è una direttrice forte della politica europea.  

Il tema è quindi opporre a quella che è a tutti gli effetti una “malattia” della politica contemporanea non un ritorno al passato, ma uno slancio verso il progresso e la gestione condivisa dei problemi. Proprio in questo senso, almeno in Europa, la riforma delle istituzioni dell’UE in senso democratico e federale darebbe una risposta alle esigenze dei cittadini e attenuerebbe, appunto, la frattura tra popolo ed élite.

Autore: Giovanni Coggi