Take back control?

Facciamo ora il punto sulla questione Brexit; gli anni passano, ma l’epilogo dei negoziati rimane ancora molto lontano, e questa fase di stallo porta con sè più ombre che luci.
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La data fissata era il ventinove marzo scorso. Brexit avrebbe dovuto essere già un ricordo, storia passata. Gli europei avrebbero già digerito il boccone amaro, lasciando l’isola andare alla deriva sicura della sua splendid isolation. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, un po’ per tutti. La premier Theresa May il ventinove marzo di due anni fa, invocando l’art.50 del Trattato di Lisbona, preparava l’uscita del suo Paese dall’Unione europea. Due anni di trattative. Due anni di colloqui con Bruxelles, con il caponegoziatore dell’Ue per la Brexit, Michel Barnier, due anni spesi a serrare le fila del partito conservatore, a cercare di esserne leader e non capro espiatorio di quei fuoriusciti che la incolpavano di un accordo non vantaggioso per il Regno Unito, quelli che adesso, dopo le sue dimissioni, ne rivendicano la poltrona. Boris Johnson per esempio, ex ministro degli Esteri del gabinetto May, promotore della campagna “take back control” nell’estate del 2016 e mandante di quel suicidio politico in cui la Brexit si sta trasformando. Due anni rivelatisi infruttuosi fino adesso. Alla fine dei quali la Brexit rimane ancora un titolo da prima pagina per i quotidiani della stampa internazionale, ma niente più di questo. Lo slogan con cui i leavers accompagnano la rivendicazione della propria autonomia dal continente europeo, delle mai sopite ambizioni imperiali. Un titolo onorifico, “brexiters”, ma che piomba sul capo del Regno Unito come una corona di spine.

“Take back control”, dunque. Una versione più edulcorata di “prima gli italiani” e “America first”? O forse gli inglesi, come molti popoli europei e non, si sono riscoperti nazionalisti? Se così fosse, sarebbe un tradimento delle proprie origini, perché, come scrive il sociologo Krishan Kumar sul mensile Limes ne “Lo strano caso dell’imperialismo britannico e del nazionalismo inglese”, gli inglesi sono sempre stati un popolo imperiale, non hanno mai percepito se stessi come una nazione. Citando il poema satirico di Daniel Defoe, “Il vero inglese”, ricorda che lo scrittore sentenziava: «un vero inglese è una contraddizione (…) una metafora usata per descrivere un uomo assimilabile all’intero universo».

Ma l’immagine che gli inglesi restituiscono ai popoli europei dopo la consultazione referendaria del 2016 è proprio in contraddizione con la loro storia, anche se per il momento è quella che ha prevalso. Così come nell’opinione pubblica l’espressione “Brexit” si è imposta con autorevolezza. Un’affermazione però non sostenuta da fatti che raccontano un’altra storia. Infatti Brexit, continua ancora Krishan Kumar, «lascia intendere che siano la Gran Bretagna e i britannici che vogliono abbandonare l’Unione europea, mentre in realtà sono soprattutto gli inglesi e l’Inghilterra a voler uscire dall’Ue». Se si guarda ai risultati, si scopre che scozzesi e nordirlandesi hanno votato per il cosiddetto “remain”, la permanenza del Regno Unito nell’Ue, con percentuali rispettivamente del 62 e 55,78 per cento. La conseguente vittoria del “leave” ha, da una parte, provocato la reazione di Edimburgo di voler indire un altro referendum, dopo quello del 2014, sull’indipendenza dal Regno Unito, e, dall’altra, ha involontariamente riacceso la questione nordirlandese. L’uscita del Regno Unito dall’Ue si porterebbe dietro la comparsa di un limes tra la Repubblica d’Irlanda (Paese membro dell’Ue) e l’Irlanda del Nord, attraverso cui i beni, le merci e le persone non potranno più circolare liberamente, come fanno dagli accordi del Venerdì Santo del 1998, ma si troverebbero sottoposti ai controlli di frontiera come succede con i Paesi non facenti parte dell’Ue.

Per scongiurare questa ipotesi, ed evitare che un hard border possa essere la miccia per un’altra guerra civile, un’altra stagione infausta, come quella causata dai troubles degli anni Sessanta, May aveva trovato un accordo con Bruxelles. Veniva garantita la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale, e per l’Irlanda del Nord veniva assicurata la permanenza anche nel mercato unico. A queste condizioni sarebbe dovuta avvenire la Brexit il ventinove marzo scorso, se la Camera dei Comuni avesse dato il via libera. Ma questo non è accaduto. Poco dopo Theresa May si è dimessa dal suo ruolo di primo ministro. Per ora il Paese è ancora fuori controllo.

Autore: Salvatore Romano