Eureka – Luglio 2019 – Editoriale

Sull’onda della crisi del governo italiano, torniamo a parlare prepotentemente di Europa, partendo da quelle che sono state le recenti elezioni. Il popolo ha espresso la sua preferenza per partiti pro-europa, che hanno trionfato su quelli sovranisti, ma il comportamento dell’imminente legislatura è tutt’altro che scontato: serviranno grandissimi sforzi e scelte coraggiose per riformare l’Unione e seguire la strada che deve essere percorsa: gli Stati Uniti d’Europa!

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Di analisi sui risultati delle scorse elezioni europee ce ne sono state a iosa. Quello che pare certo a tutti è che i veri vincitori a livello europeo sono l’affluenza, i Verdi e i Liberali. I partiti nazionalisti, invece, si ritrovano in netta minoranza, considerando che anche unendosi in un unico gruppo parlamentare anti-Unione raggiungerebbero solo il 18% dell’emiciclo. Accanto a ciò, siamo costretti a considerare la particolare situazione italiana. Consideriamo due fatti: l’affluenza è calata e le forze nazionaliste ed euroboh sono in costante crescita. E aggiungendo anche le nomine dei capi di governo per le principali cariche delle istituzioni europee, constatiamo che l’Italia è isolata e non conta nulla, perché in minoranza e perché i suoi governanti si divertono a vilipendere i propri colleghi europei.

A circa un mese dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, i capi di governo si sono rinchiusi nelle loro stanze per proporre, in particolare, i nomi per la Presidenza della Commissione, la Presidenza del Consiglio Europeo, il ruolo di Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e la Presidenza della Banca Centrale Europea. Ore di colloqui e poi sono usciti i nomi. Ursula von der Leyen alla Commissione, Charles Michel al Consiglio Europeo, Joseph Borrell come Alto rappresentante e Christine Lagarde alla BCE. Concentriamoci soprattutto sul ruolo che per la prossima riflessione ritengo più rilevante: Ursula von der Leyen, attuale Ministro della difesa tedesco.

Calpestati e, forse, dimenticati gli Spitzenkandidaten, ora von der Leyen si presenterà davanti al Parlamento Europeo e necessiterà del voto maggioritario della rinnovata aula per diventare a tutti gli effetti la prima donna alla guida della Commissione. Accadrà o non accadrà? Von der Leyen propone un programma rivolto al federalismo o allo status quo? Questioni interessanti che meritano di essere approfondite, ma non qui e ora.

Qui e ora contano maggiormente il metodo e le istituzioni. Cosa sceglierà di fare il Parlamento Europeo? Accetterà inerte la proposta dei capi di governo, oppure deciderà di fare valere il voto dei propri cittadini reclamando la propria voce nella questione? Mi spingo a sostenere che la scelta fra le due alternative sia di esistenziale rilevanza per il futuro dell’Unione Europea. Davanti alla nomina del prossimo Presidente della Commissione, il Parlamento troverà sulla propria strada un bivio decisivo almeno per i prossimi cinque anni. Cosa sceglieranno di fare i grandi gruppi partitici europei, che nelle persone dei propri capi di governo nazionali hanno trovato un grosso accordo intergovernativo?

Nel caso in cui il Parlamento si piegasse alle decisioni del Consiglio Europeo, i parlamentari europei abdicherebbero parte del proprio ruolo, rischiando di aumentare ulteriormente la sfiducia degli europei nei confronti delle istituzioni comunitarie. Non solo. Una legislatura che cominciasse con un tale atto marcherebbe indelebilmente la minima ambizione del Parlamento, consegnando di fatto le chiavi della legislazione europea dei prossimi cinque anni ai governi nazionali e al metodo intergovernativo. A maggior ragione dopo che nel 2014 si seguì il metodo degli Spitzenkandidaten, tramite il quale si elesse come Presidente della Commissione il candidato dei Popolari, primi nelle urne.

Inoltre, un Parlamento Europeo che reclami il proprio diritto democratico a farsi coinvolgere nelle negoziazioni potrebbe dare all’aula una forza straordinaria. Quella forza indispensabile per spingere verso le riforme dei trattati necessarie all’Unione Europea. Quelle riforme che tutti i partiti hanno ostentato nel corso delle campagne elettorali, in cui lo slogan comune a tutti era “Questa Europa va cambiata”. È giunto il momento di farlo e non si può con un Parlamento relegato a un ruolo di secondo piano. Ma se la posizione assunta dai parlamentari nei confronti del Consiglio Europeo sulle nomine delle istituzioni europee fosse di arretramento, allora il Parlamento non avrebbe alcun peso politico per proporre riforme ambiziose del malfunzionante status quo.

In un’istituzione come l’Unione Europea, in cui la trasparenza e la vicinanza ai cittadini sono richiestissime, il Parlamento non può concedere alcun passo indietro a vantaggio dei governi nazionali. Il Parlamento deve reclamare il proprio ruolo di perno della democrazia europea, cerando di minare le basi del metodo intergovernativo e non acconsentendone le decisioni. Come fa da quando è stato istituito.

Autore: Andrea Zanolli