Rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”: Intervista a Nada Ladraà

La rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni” vuole capire, attraverso varie testimonianze, com’è mutata l’idea di Europa nell’ultimo mezzo secolo. Oggi vedremo l’Europa attraverso gli occhi di una ragazza, Nada Ladraà, che, dopo tre anni di liceo scientifico a Lecco, è stata ammessa ai Collegi del Mondo Unito nella sede di Duino (TS), dove ha avuto l’opportunità di vivere e studiare due anni con ragazzi da tutto il mondo. Dopo questa esperienza si è presa un anno sabbatico che ha sfruttato per passare sei mesi in Marocco.
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«Come quando sei in classe e qualcuno fa qualcosa e tutti sapete che lui fa quella cosa perché ha un determinato carattere, perché ha la tendenza a fare così, perché pensa così. All’inizio sei “Oddio, tutte queste persone vengono da tutti questi Paesi”. Poi, a un certo punto, inizi a capire che sì, lei è palestinese, lui è palestinese e poi in realtà possono essere palestinesi in due modi completamente diversi. Ed è la stessa cosa per tutte le persone: è vero che la cultura è un po’ appartenere a un gruppo, per il quale so che, se tu sei afgano, tendenzialmente non sei abituato a vedere ragazze in bikini per strada, però questo non vuol dire che non possiamo avere una relazione in generale molto più aperta mentalmente rispetto che con un cattolico americano. Quando inizi a vedere queste cose, diventa naturale considerare tutte le persone come persone. Quindi so che, se sto parlando con un ragazzo dell’Arabia Saudita, magari su certe cose ci vado un pochino con calma, ma oltre a questo perdi completamente quell’Arabia Saudita. Diventa semplicemente una delle tante etichette che diamo alla persona e che questa persona porta con sé.»

Ciao Nada, prima mi hai parlato di avere un impatto sul mondo. Ma cosa vuol dire rendere il mondo un posto migliore? Come si può raggiungere questo scopo?

Per me vuol dire ascoltare. Sono entrata a Duino dicendo tante cose e ne sono uscita imparando a pensarle mentre ascoltavo gli altri. Mi sono resa conto che possiamo avere delle idee su quale sia l’assetto politico o economico giusto, su come gli altri dovrebbero comportarsi, come dovrebbero mangiare, vestirsi, banalmente se una persona sia bella o brutta. E queste idee hanno un senso, però sostanzialmente non servono a niente; perché se le vuoi costruire devi avere delle altre persone con te e l’unico modo per avere persone con te è capirsi l’un l’altro. È un po’ il motivo per cui a volte mi dà fastidio il modo in cui la sinistra in generale tende ad affrontare alcune problematiche come il neofascismo: è vero che ci sono degli estremismi con cui è difficile, se non impossibile, parlare, però è anche vero che molte delle persone che votano Casa Pound, o almeno quelle che ho incontrato io nella mia vita, spesso lo fanno per tutta una serie di motivi che stanno dietro al loro ruolo. Imparare ad ascoltare e capire perché queste persone votano in questo modo serve molto di più che cercare di indottrinarli in modo diretto. Ed è più efficace.

Quando hai sentito parlare di “Europa” per la prima volta e sotto quali vesti?

Credo di aver prima sentito parlare di “Europa” in senso geografico. Successivamente, forse alle medie, ho sviluppato un po’ più di coscienza di Unione Europea. Però fino a due/tre anni fa l’UE è stata un’entità molto lontana, che mi sembrava non stesse influenzando molto la mia vita. Mi sono resa conto del potere reale dell’Unione sia con Brexit sia quando quest’anno sono stata in Marocco, dove ho lavorato con questi rifugiati immigrati siriani, subsahariani, emiriti, che cercano di passare attraverso il Marocco per poter andare in Spagna. Quando esci dall’area “Schengen” l’UE come entità politica può essere fortissima. Lavorando con questi rifugiati, i ricercatori, affrontando le dinamiche di frontiera, mi sono resa conto che in molte cose, più di quelle che pensiamo, esiste prima l’Europa e poi i singoli Paesi al suo interno. Io da italiana non me ne ero mai resa conto prima di quest’anno.

Come un’Europa unita ha influenzato la tua vita?

Penso che ci sia tutta una questione storico-economica che oggettivamente l’Ue ha migliorato e che inevitabilmente ha toccato me personalmente. Però non saprei indicarti esattamente come mi ha toccato perché ritengo che siano questioni economiche, sociali, legali, che non posso ancora comprendere a fondo. Tuttavia, in Marocco mi sono resa conto che è abbastanza assurdo come noi cresciamo ed è ovvio che possiamo andare in Francia, in Svizzera ecc. È normale, quando leggiamo i nostri giornali, sapere cosa succede in Spagna o in Francia. Si sente comunque un po’ un senso di fraternità: sappiamo che c’è l’UE che dice questo e poi la Francia che ribatte quest’altro e l’Italia che afferma un’altra cosa. E lo senti che è come se ci fosse una grande casetta e noi siamo lì e magari è vero che vorremmo dirci divisi, però in realtà sappiamo che possiamo tranquillamente passare da un posto all’altro, che poi vuole anche dire crescere sapendo cosa sono le realtà negli altri Paesi. Non è una cosa ovvia. Quando ero in Marocco, mi sono resa conto che il 99% di quella popolazione non potrà mai uscire dalle proprie frontiere (anche perché è molto difficile ottenere un visto anche solo turistico). Questo vuol dire che per te il mondo finisce con il Marocco. Nei giornali sì, si parla del mondo oltre i confini nazionali, però sembra sempre tutto così lontano e questo porta ad avere meno possibilità di vita. L’Italia ha intrinsecamente, assieme a tutti gli altri Paesi, questa apertura che viene dal fatto di potersi confrontare con gli altri. Se critichiamo il nostro governo è perché sappiamo esistere un’altra possibilità di governo. In Marocco non sai come sia la vita negli altri Stati: non sai se ci sia davvero una possibilità migliore. Questa cosa che noi diamo tanto per scontata ha in realtà un valore immenso.

Tu ti senti cittadina italiana, marocchina, europea e del mondo?

Sì.

Come fa però a nascere questo senso di appartenenza? Cosa crea l’identità di una persona?

Credo dipenda semplicemente da quello che consideriamo casa. Hai presente l’emozione che provi quando sono passati anni e rivedi qualcosa? Qualsiasi cosa. Magari è un tappeto indiano che ti aveva portato tuo nonno quando avevi tre anni e non c’entra niente, però tu lo vedi e fa parte di te. E magari quando hai tre anni sei tipo “Okay, va bene, bello”, però poi quando lo rivedi a trent’anni è Casa. Me ne sono resa conto soprattutto durante quest’anno sabbatico, mentre ero in Marocco. Io sono italo-marocchina però lo sono a modo mio: non c’è nessun italo-marocchino, per quanto magari anche lui abbia due genitori marocchini, sia nato in Italia, magari proprio a Merate come me, che sia come me. Ciò che plasma l’identità di una persona sono tutta una serie di cose che ha vissuto: banalmente per me è stato sicuramente avere una casa in cui all’interno si parlava arabo, Merate (però nella sua biblioteca e non nella frazione di Sartirana), l’Italia (però non l’accento napoletano, più quello brianzolo). In Marocco mi sono sentita marocchina per tutte quelle cose che io stessa riconoscevo perché le faceva mia mamma. La cittadinanza è solo alla fine una costruzione che raccoglie tutta una serie di cose in cui nessuno rientra perfettamente.

Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni europee e come vedi l’Europa fra 10 anni?

Più che mi aspetto, spero che tante persone partecipino. Spero che banalmente i vari partiti di estrema destra non prendano una fetta così grande. Non ho delle particolari aspettative: sono solo curiosa di sapere quali saranno i risultati. È anche vero, comunque, che il fatto che parte di estrema destra vinca non è necessariamente il segno che ci siano tanto persone che condividano le loro idee quanto che la sinistra sia eccessivamente debole, come è successo nel caso dell’Italia. Sono curiosa di sapere cosa succederà nel Parlamento Europeo in cui questi dualismi vengono un pochino meno.

Non so come vedo l’Europa fra dieci anni. Diciamo che in questo momento sono anche molto di parte: negli ultimi sei mesi della mia vita l’UE era il male del mondo che bloccava le frontiere, non faceva passare nessuno e pagava gli altri Stati per buttare fuori tutti coloro che avevano diritto all’asilo. Ho tanta paura per l’UE perché sta gestendo malissimo l’immigrazione dando origine a una serie di movimenti che la stanno distruggendo dall’interno. Non penso che da un giorno all’altro possiamo distruggere questa unione, però allo stesso tempo ho paura che continuando così entreremo sempre più in circoli viziosi da cui è molto difficile uscire. Inoltre, l’economia di molti Stati, tra cui la Germania, sta iniziando a retrocedere. Non stiamo gestendo bene l’aspetto economico che inevitabilmente andrà a toccare le persone, che inevitabilmente cercheranno una risposta.

Autrice: Maddalena Marchi