Tre idee di Europa per il nuovo Parlamento Europeo

Nel secondo articolo della nostra rivista “Eureka!” di maggio proviamo a capire quali potrebbero essere i tre possibili scenari all’interno del Parlamento europeo dopo le elezioni; vediamo perchè questo voto sarà fondamentale.
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Le elezioni europee di fine maggio si avvicinano e gli schieramenti dei vari partiti sono ormai chiaramente delineati in tutti i paesi. Oltrepassando le Alpi e analizzando la situazione da un punto di vista europeo, credo ci si renda conto del fatto che gli schieramenti in gioco, in fin dei conti, ruoteranno attorno a tre diverse idee di Europa. Vediamo quali.

Innanzitutto, ci sarà chi, una volta eletto al Parlamento Europeo, avrà come prerogativa quella di difendere lo status quo delle istituzioni europee. Il primo punto del programma di costoro sarà la difesa degli attuali trattati, unico sentiero sul quale ci si può incamminare; ciò significa lasciare un ruolo centrale al Consiglio e al Consiglio Europeo, con possibilità di richiedere l’unanimità in determinate materie. Al centro di questa idea di Europa rimangono gli stati nazionali, che dovranno mantenere chiuse in tasca le chiavi per possibili ritocchi all’attuale struttura dell’Unione. Ma non solo, non si accettano neanche avanzamenti democratici a livello europeo e ulteriori cessioni di sovranità da parte degli stati nazionali. Dall’altro lato, certamente, questa fazione continuerà a supportare – e a sottolineare l’importanza – delle azioni di cui l’UE ha competenza, senza richiedere nessun arretramento. Capofila di questa idea pare essere la Germania, soprattutto con la guida di Annegret Kramp-Karrenbauer (facilmente nota al resto d’Europa come AKK), neo-presidente della CDU tedesca e fervente oppositrice delle proposte di “Rinascimento Europeo” di Emmanuel Macron.

Il secondo schieramento sarà quello di chi avrà l’ambizione di smontare alcune parti dell’attuale Unione Europea. In questo campo, però, non troviamo più chi vuol smantellare l’intera Unione (Brexit insegna), ma chi vorrà ridurre le istituzioni europee a semplici luoghi di incontro intergovernativo fra i capi di Stato. Chissà se in questa idea di Europa ci sarà ancora spazio per la Commissione, il Parlamento o la Corte di Giustizia Europea, organi sovranazionali e sganciati dalle grinfie dei governi nazionali. In ogni caso, al di là della configurazione istituzionale, questa corrente si schiererà a favore di un’Europa estremamente debole e con poche o nessuna possibilità di interferire nelle decisioni dei governi nazionali: in poche parole, gli stralci di sovranità ceduta negli anni dovrebbero tornare alle capitali nazionali. Questa è l’Europa di chi si illude che Parigi o Madrid possano competere, tornando a essere padroni a casa propria, con Washington, Pechino, Mosca e, fra qualche anno, con Seul, Nuova Delhi e molti altri. Questa è anche l’Europa di chi si illude che Lisbona o Roma possano autonomamente reggere, sempre essendo padroni a casa propria, i propri welfare state nazionali, con tassi di invecchiamento rabbrividenti. Ma si potrebbe continuare con la lista: è anche l’Europa di chi si illude che Atene possa gestire e integrare i migranti diretti verso i confini europei, o di chi si illude che Berlino possa sconfiggere i cambiamenti climatici tramite buone politiche interne ai soli confini tedeschi. Non è distopia, è un disegno concreto che trova supporto fra molti politici, particolarmente in auge in diverse regioni europee. Capofila di questa Europa con il filo spinato sono Matteo Salvini e Viktor Orban, che con i loro successi domestici hanno spodestato dal trono Marine Le Pen.

Il terzo schieramento, infine, è quello di chi parte dal presupposto che l’Unione Europea non è nelle condizioni di garantire risposte adeguate a molti dei problemi che affliggono i suoi cittadini e, quindi, non è neanche nelle condizioni di sopravvivere. Ma, a differenza della seconda corrente, questo è lo schieramento di chi crede che la soluzione non sia sfogliare all’indietro i calendari, riconsegnando agli stati nazionali la sovranità ceduta alle istituzioni europee dal secondo dopo guerra in poi. Al contrario, questa è la frangia di chi vede le possibili soluzioni in una maggiore unità europea. Questo è lo schieramento di chi propone riforme dei trattati vere e proprie, che vadano a intaccare parti della sovranità nazionale a vantaggio di istituzioni europee con maggiori competenze. Questo aspetto, però, deve essere inestricabile da un aumento della legittimità democratica delle istituzioni europee, a scapito dei metodi intergovernativi e poco trasparenti, tipici del Consiglio e del Consiglio Europeo. Insomma, questa fazione spingerà per l’unione politica e per la formazione di una federazione di stati, che finalmente possano superare le paralisi decisionali che l’Unione Europea odierna vive. Capire chi farà parte effettivamente di questo schieramento è molto complicato. Dal “Rinascimento Europeo” di Macron, alle proposte del liberale belga Verhofstadt, passando per le spinte da parte della società civile, le proposte non mancano, ma spesso peccano di coesione interna e di confronto reciproco.

Spostandoci dalle idee e andando ad analizzare i sondaggi rilasciati dall’Unione Europea il 18 aprile, possiamo provare a descrivere il Parlamento che sarà. Innanzitutto, si nota a prima vista una drastica riduzione di parlamentari per i due gruppi che hanno formato la maggioranza parlamentare fino a oggi. Il Partito Popolare Europeo e i Socialisti e Democratici, infatti, potrebbero perdere oltre trenta parlamentari ciascuno, forse addirittura quaranta. Sempre nel capitolo dei seggi persi, troviamo il gruppo della Sinistra Europea, che però non dovrebbe subire enormi variazioni in termini assoluti, e il gruppo dei Conservatori e Riformisti, il cui futuro è addirittura in dubbio, in caso di uscita della Gran Bretagna (e quindi dei Tories) dall’Unione. Dove andranno a finire, quindi, tutti questi seggi? In cima alla lista di chi guadagnerà parlamentari, c’è il gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà, dove stazionavano – per capirsi – Salvini e Le Pen; per loro, l’aumento sarà di oltre venti seggi, un aumento a cui parteciperà con rilevanza la Lega in Italia. Il secondo gruppo ad aumentare i propri seggi è di pensiero diametralmente opposto al gruppo appena citato: si tratta dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE), che potrebbe guadagnare fino a dieci parlamentari, ma che, subito dopo le elezioni, si scioglierà per formare un nuovo gruppo centrista ancora più ampio, comprendente anche En Marche, il partito di Macron. Infine, dovrebbero vedere un lieve accrescimento anche il gruppo dei Verdi e il gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (qui c’è il Movimento 5 Stelle), che però potrebbe anche scomparire in seguito a Brexit. A questa descrizione dobbiamo aggiungere i partiti nazionali che per la prima volta entreranno nel Parlamento Europeo o che non si sono ancora allineati a un gruppo a livello europeo. Questi partiti comprendono addirittura una cinquantina di deputati, che non sappiamo ancora con certezza a che gruppo si affilieranno. La loro rilevanza è di primo piano e potranno anche spostare gli equilibri: basti pensare che rappresentano poco meno del 10% dell’intera assemblea. Ricapitolando, il quadro pare essere di questo tipo: tre diverse idee per il futuro dell’Europa sono diffuse fra i vari gruppi parlamentari, i quali, a loro volta, potrebbero subire decisi ridisegnamenti in confronto all’attuale Parlamento. Capire cosa accadrà dopo il 26 maggio, ad assemblea rinnovata, non è cosa facile, ma sarà fondamentale, perché la nuova maggioranza dovrà, innanzitutto, approvare la Commissionein carica nei prossimi cinque anni.

Autore: Andrea Zanolli