Rubrica Erasmus: Cáceres (Spagna)

Nell’ultimo articolo del numero di “Eureka” di marzo, spazio alla nostra rubrica Erasmus: oggi si va a Càceres!
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1 settembre 2015. Con la mia valigia da venti chili e la testa piena di sogni, partivo per quella terra sconosciuta nella calda Spagna. Tappa a Siviglia per prendere un autobus che mi avrebbe portato nella città che tutt’ora chiamo casa. Dopo quattro ore infinite di autobus in mezzo al nulla, arrivai a Cáceres. Appena entrai nella casa che avrei condiviso per dieci mesi con due ragazze e un ragazzo spagnolo, cominciarono ad assalirmi mille emozioni e in quell’istante capii che tutto sarebbe cambiato.

La paura più grande era quella di non riuscire a comunicare ed in effetti solo al mio arrivo capii che gli spagnoli non erano bravi con l’inglese e che io non lo ero con lo spagnolo. Ci misi esattamente sette giorni per iniziare a dire qualcosa di sensato in spagnolo e fu una liberazione. Nel primo mese ho stretto amicizie con persone che mai avrei immaginato che sarebbero diventate le amicizie del mio cuore, quelle persone con cui hai voglia di condividere qualsiasi cosa.

Quando iniziamo a stare bene e troviamo il nostro posto nel mondo, il tempo inizia a volare all’impazzata. Era rilassante prendere “un caffè”, che noi non vedevamo come tale per ovvi motivi, appena finite le lezioni. Poi c’erano le lunghe passeggiate, i discorsi sull’amore e i viaggi. In Erasmus il tempo è prezioso, ogni scusa è buona per uscire, soprattutto perché si cerca di stare di più in contatto con le persone come te, ma di culture diverse. Magicamente ci trasformiamo in una persona che ha sete, quella sete pazzesca di conoscere tutti, di sapere com’è fatto l’Afghanistan, come ci si veste in Madagascar o come fanno i messicani a mangiare un cibo tanto piccante.

Nel momento di benessere assoluto arriva la sessione d’esami, ma, da bravi Erasmus che non si sono persi una festa ma che hanno seguito anche le lezioni, gli esami non sono un problema. Con il passare della sessione invernale arrivano i primi momenti tristi, alcuni se ne vanno e quella sensazione di tristezza invade la mente. Gli amici con i quali hai condiviso l’ultimo etto di pasta, vanno via, e tu non sai quando ritornerai a rivederli. Diciamocelo, un amico che vive aldilà dell’oceano è facile che ritorni a vederlo tra un mese, tra un anno o mai.

In Erasmus ho imparato che stirare non è cosi importante, che un pacchetto di pasta può sfamare tantissime bocche, che fare amicizia è più semplice di quanto si può pensare, che la voglia di viaggiare una volta che la scopri non la si toglie più e che sorridere in diverse lingue ti viene spontaneo.

Quell’anno della tua vita nel quale diventi un esperto di cucina e impari a risparmiare qualsiasi centesimo pur di farti un viaggio in più sta per giungere al termine, e più si è verso la fine più ti passano per la mente i momenti belli e brutti che hai passato durante quell’anno.  Si vive un anno intenso, al massimo, carico di emozioni che nemmeno in una vita riesci a vivere, e la paura iniziale del non sapere torna a farti visita, ma questa volta per preparare il tuo ritorno alla vita reale.

Di fronte all’ultima chiamata per il tuo volo di ritorno con il magone in gola e gli occhi pieni di lacrime, ti rendi conto che “casa” non è un posto che ha quattro mura, ma un posto che sa farti stare bene a prescindere da tutto. Quel posto meraviglioso che ha saputo farti diventare migliore e che in qualsiasi momento saprà accoglierti nuovamente; che sia tra un anno o tra dieci per te comunque resterà casa.  Grazie Cáceres.

Autrice: Ana Jembei