Rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”: Intervista ad Antonio Argenziano

La rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni” vuole capire, attraverso varie testimonianze, com’è mutata l’idea di Europa nell’ultimo mezzo secolo. Oggi vedremo l’Europa attraverso gli occhi di un ragazzo: Antonio Argenziano, classe ’93, laureato in Storia, antropologia e religioni alla Sapienza e Segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea (GFE), racconta della sua maturazione e presa di coscienza del concetto di “Europa”.
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A che età hai iniziato a sentir parlare di “Europa” e sotto che vesti?

La prima volta in assoluto penso sia stato quando ho studiato diritto al liceo. Probabilmente ne avrò anche sentito parlare per televisione in qualche trasmissione o sul telegiornale, ma non ricordo esattamente.

Da venticinquenne come vedi l’Europa?

Io continuo a vedere l’Europa come una grande opportunità che però adesso non riesce a esprimersi al meglio. Quando penso all’Europa, penso al meglio della nostra storia e alle possibilità di futuro che possiamo avere. “Europa” poi è un concetto prima ancora che un’entità, è qualcosa in cui io personalmente vivo costantemente.   

Tu hai avuto quello che molti definisco il vantaggio di crescere in un’Europa unita. Credi che questa realtà abbia influenzato la tua vita?

Io non ho mai avuto veramente coscienza di che cosa volesse dire “Europa unita” fino a che non ho scoperto il Movimento Federalista Europeo nel 2012. Ero stato poche volte all’estero, sapevo che non si dovevano fare i controlli alle frontiere ma poco oltre. Quindi ha influito nel senso che, semplicemente, l’aver approfondito il tema dell’Unione Europea, la sua storia, le sue problematiche politiche e così via mi ha cambiato la vita perché ho scoperto che sono la passione principale che ho: mi ha indirizzato le scelte di vita. Infatti ha, in questo momento, un’importanza piuttosto grande, che va ben al di là della libera circolazione o del free roaming.

La tua militanza all’interno del Movimento Federalista Europeo ti ha portato ad essere Segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea. Perché hai deciso di dedicare buona parte della tua vita alla politica?

Sono sempre stato abbastanza interessato alla politica, ma non ho mai veramente avuto coscienza di questa cosa fino a qualche anno fa (i primi anni di militanza federalista mi hanno abbastanza aperto la mente sotto questo aspetto). Io avevo sempre rigettato ogni tipo di militanza politica: non ho mai fatto parte, ad esempio, di movimenti studenteschi perché, se mi voglio impegnare per qualcosa, lo voglio fare per qualcosa in cui credo fortemente, per cui sono appassionato, non per obiettivi personali o altro. L’inizio del percorso federalista è coinciso in parte con la fine del percorso scout nel 2014, al termine del quale, prendendo la “partenza”, ho deciso di fare una scelta di servizio extra-associativo nel MFE. È stato allora che ho maturato un po’ più coscientemente questo impegno in politica: quest’ultimo infatti lo vedo come servizio, come modo per cercare di fare qualcosa di buono nel mondo e di dare qualcosa agli altri, visto che mi ritengo “privilegiato” e quindi nella possibilità di poter dare.  

Puoi dire un pro e un contro della Federazione europea e degli stati nazionali?

Un pro particolare per la Federazione europea credo che sia il fatto che sarebbe un’istituzione politica in grado di dare uno slancio nuovo alla civiltà europea: darebbe veramente una svolta da un punto di vista di prospettive collettive che possiamo avere, prima ancora di qualsiasi beneficio concreto. Un punto negativo è che è un progetto molto complesso da realizzare e al momento è difficile vederlo realizzato in pochi anni. L’aspetto negativo in futuro, poi, è che ci sarà un momento in cui la Federazione europea dovrà essere superata da qualcos’altro probabilmente, ma questo starà agli anni a venire.

Per quanto riguarda gli stati nazionali, una grande vittoria storica è stata l’aver riunito delle comunità che erano divise, che parlavano lingue diverse, che avevano tradizioni diverse (basti pensare all’Italia): ha permesso microintegrazioni a livello storico. Mentre il vero punto negativo si manifesta quando lo Stato diventa da strumento a un fine: e quindi quando per la ragion di stato si è stati disposti a sacrificare anche quei principi su cui lo Stato era stato fondato. Qui quindi le degenerazioni del nazifascismo, le degenerazioni razziste e così via.

Tu ti senti cittadino italiano, europeo e del mondo?

Si, principalmente italiano ed europeo. A dire la verità mi sento anche campano e avellinese, nel senso che credo fortemente nell’identità multilivello: credo nel fatto che abbiamo delle identità multiple. Quindi mi sento italiano così come mi sento uomo e una persona a cui piace il calcio. Questi sono vari tipi di identità chiaramente ma, al di là di tutto, penso che le identità siano legate non semplicemente a un’appartenenza geografica, ma a un’appartenenza culturale. Quindi mi sento italiano perché sento che l’Italia rappresenta nella storia qualcosa in cui credo, e lo stesso posso dire per l’Europa. I principi almeno, al di là di come sono stati messi in pratica, su cui si sono fondate l’Italia e l’Europa sono principi che condivido fortemente. Poi mi sento cittadino del mondo perché credo che ci sia una sola umanità, però naturalmente è un senso di appartenenza diverso: non è appartenenza a una comunità di destino (o come la vogliamo chiamare) ma è un’appartenenza al genere umano.

Cosa ti aspetti ora dell’Europa e dalle prossime elezioni europee? Come vedi l’Europa fra dieci anni?

Dalle prossime elezioni europee, nello scenario migliore, mi aspetto che ci sia un sussulto, non tanto dell’elettorato europeo, ma da parte delle forze politiche europee per cercare di invertire un pochino il trend piuttosto preoccupante che stiamo prendendo. Dall’altra parte però, temo che queste elezioni europee saranno prese sottogamba (o comunque valutate come delle semplici altre elezioni) da quei partiti che in teoria dovrebbero essere, o amano definirsi, progressisti nel senso spinelliano (quindi a favore dell’unità europea) e che pertanto perdano questa occasione per trasformare, per rendere concreti i progetti riformativi dell’Unione Europea. Dal punto di vista italiano, temo che queste elezioni possano iniziare l’era di Salvini, che può durare due mesi come vent’anni: non posso prevederlo. Questo non credo sia legato tanto al fatto di Salvini in sé, quanto al fatto che un’opposizione credibile fatica ancora a crearsi: la vera opposizione alla Lega ora la stanno paradossalmente facendo i 5stelle e viceversa. Tutto il resto è testimonianza dal punto di vista di classe politica. Quindi spero in un sussulto e che le società civili italiana ed europea possano essere un motore positivo, perché i partiti nazionali ed europei stanno dimostrando grossa difficoltà a essere una spinta positiva e propositiva secondo questa accezione.

Per quanto riguarda l’Europa tra dieci anni, o saremo veramente vicini a una federazione, quindi sicuramente un’Europa con la governance economica riformata e con dei meccanismi di difesa e politica estera più strutturati ed efficaci, altrimenti, se non si verificano almeno queste due condizioni, tra dieci anni io onestamente sarei molto pessimista sul futuro di questa unione. Io non credo che l’Unione finirà, però potrebbe diventare, semplicemente, un gruppo depotenziato di nazioni in balia dei fenomeni della storia. Secondo me da questo punto di vista una terza opzione non è pensabile.  

Autrice: Maddalena Marchi