Il mea culpa

Quarto articolo del numero di “Eureka” di marzo, discutiamo delle parole di Juncker sul caso della crisi greca; a pochi mesi dalle elezioni europee, il tempo per le chiacchiere sta finendo.
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Un perfetto volano per la retorica populista. Al recente mea culpa di Juncker sulla Grecia i due vicepremier nostrani danno la schiacciata vincente. Un assist così è peccato lasciarlo passare. Certifica tutte le miscellanee teorie su complotti e cospirazioni di mercati e lobby finanziarie, di un’Europa ancella dei poteri forti, che il governo pentaleghista poteva desiderare. Le due paroline “austerità avventata” bastano per incendiare gli animi, il resto del discorso di Juncker al Parlamento europeo del 15 gennaio scorso finisce nel dimenticatoio. Volontariamente o meno, si perde il senso delle dichiarazioni del presidente della Commissione. Il mostro della propaganda mangia di solito quello che gli fa più comodo e anche questa volta ha rigettato come non commestibile la ricostruzione degli eventi che nel 2015 videro protagonisti la Grecia e la famosa Troika, ossia Fmi (Fondo monetario internazionale), Commissione europea, e Bce (Banca centrale europea). Nel suo discorso Juncker ha ammesso che c’è stata dell’austerità avventata, ma ha anche detto «Non perché abbiamo voluto punire quelli che lavorano o sono disoccupati, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci troviamo, restano essenziali».

Soprassedere su questo punto, sia sul piano delle parole che su quelle dei fatti, è diventata una specialità italiana. La spesa sociale ammessa con reddito di cittadinanza e quota 100, misure che hanno portato il famoso rapporto deficit/Pil al 2,04 per cento, sfugge a quest’obbligo: riforme strutturali. Non assumersi questa responsabilità e pensare sul breve termine, con scadenza alla prossima tornata elettorale, è impegno più che condiviso dall’attuale classe dirigente. Ha continuato Juncker: «Rimpiango il fatto che abbiamo dato troppa importanza all’influenza del Fmi. Eravamo diversi al momento dell’inizio della crisi a pensare che l’Europa avesse abbastanza muscoli per resistere senza l’influenza del Fmi». E la frecciata al Fmi rivela la divergenza di opinioni che esisteva ai tempi della cosiddetta Troika, tra le tre teste che la componevano. Presidente della Commissione europea dal 2014, Juncker si è sempre dichiarato contrario alle politiche di austerità cieca. Nei primi mesi del 2015 la commissione aveva approvato una Comunicazione sulla flessibilità che, violando di fatto il Patto di Stabilità, consentiva all’Italia circa 30 miliardi di bilancio aggiuntivo. Nel 2016 evitò di sanzionare la Francia per un deficit superiore al 3 per cento, cosi come si mostrò benigno nei confronti di Spagna e Portogallo per non aver realizzato gli aggiustamenti del Patto di Stabilità.

«Se la California è in difficoltà non si rivolge al Fmi, ma agli Stati Uniti (…) mi sono sempre rammaricato di una mancanza di solidarietà nei confronti della crisi greca: non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia». Affermazioni di Juncker sulla solidarietà che fanno il paio con quanto Macron disse in un’intervista al Corriere della Sera il 6 luglio 2015: «Quel che succede oggi in Grecia è il prodotto di una mancanza di responsabilità e solidarietà. Dobbiamo accettare il principio di trasferimenti da un Paese all’altro, ridistribuire risorse verso le regioni che ne hanno più bisogno: a beneficio di tutta la zona euro». Quello che proponeva Macron era un’Unione europea capace di una vera politica fiscale, di cui fosse responsabile un unico ministro delle Finanze, lui sì in grado di attuare quei trasferimenti di risorse citati dall’ex ministro dell’economia francese. Tutte cose che mancano ancora all’Unione di oggi. Incompleta, tenuta sotto scacco da ventisette presidenti del consiglio, da premier e vice-premier, quali strumenti ha a disposizione per affrontare una prossima crisi? E gli Stati nazionali quali armi per combattere la tirannia dei mercati e delle lobby finanziarie? Se i sovranisti vogliono distruggere anche quell’Europa che c’è e ha consentito settant’anni di pace e benessere economico, a recitare il prossimo mea culpa, col rimorso tardivo per quello che si è fatto, saranno loro.

Autor: Salvatore Romano