Aquisgrana europea o Italia non europea?

Nel seguente articolo di “Eureka” trattiamo la questione relativa al trattato di Aquisgrana, e proviamo a capire come interpretarlo nella maniera corretta.
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“Eh, ma con questo Trattato di Aquisgrana che Merkel e Macron hanno firmato, Francia e Germania vogliono imporre la propria linea agli altri Paesi europei!”. Se avete già sentito parlare del trattato che il 22 gennaio scorso la Cancelliera tedesca e il Presidente francese hanno firmato ad Aquisgrana (città simbolo, poiché sede della corte di Carlo Magno), questa critica non vi sarà con ogni probabilità nuova.

Se invece non ne avevate mai sentito parlare, due parole sul tema. L’accordo fra Parigi e Berlino rappresenta il rinnovo del Trattato dell’Eliseo, che firmarono il 22 gennaio di cinquantasei anni fa Konrad Adenauer e Charles De Gaulle; quell’atto sancì l’amicizia fra i due Stati, dopo un secolo di sanguinose guerre e tremendi massacri causati dal loro conflitto. Le misure che hanno invece oggi concordato Emmanuel Macron e Angela Merkel si concentrano su una maggiore cooperazione e omogeneizzazione delle regole negli scambi commerciali fra i due Paesi, con particolare attenzione alle regioni di confine, oltre che su un approfondimento della collaborazione in materia di difesa. Senza dimenticare l’impegno francese a portare avanti la proposta di un seggio permanente per la Germania nel Consiglio di sicurezza dell’Onu (impegno il cui buon esito è quanto mai improbabile) e il proponimento di concordare posizioni comuni prima dei vertici del Consiglio europeo.

Ma, al di là di ciò che nel concreto il trattato prevede, la sua rilevanza politica è rappresentata per lo più dalla decisione stessa di sancire ora con un accordo la vicinanza fra i due Stati. In una fase in cui spinte nazionalistiche in Italia emergono con forza, la Brexit si approssima (?) e gli USA si isolano sempre di più, uscendo anche dal Trattato sui missili a medio raggio, i due Paesi dell’Ue più grandi per popolazione ed economia manifestano la volontà di una maggiore unione. La comunione di intenti tra Francia e Germania è un elemento indispensabile per l’avanzamento del processo di integrazione europea: senza il consenso di uno di loro, qualsiasi passo in avanti a livello euroipeo avrebbe il sapore (e non solo il sapore) non di un’integrazione fra Paesi, ma di un branco di Paesi guidati da un solo pastore.

I tentativi franco-tedeschi di condivisione delle posizioni politiche dovrebbero dunque essere auspicati, non disprezzati, a meno che non si preferisca l’alternativa di un solo Paese guida nell’assetto europeo che detta la propria linea a tutti gli altri. Appare, inoltre, singolare l’argomento sovranista secondo cui due Paesi non dovrebbero liberamente esercitare la propria sovranità in parte condividendola. Tanto più che di questi tempi un anno fa era ormai pronto un Trattato del Quirinale fra Italia e Francia (ne abbiamo parlato anche su questa rivista, cfr. il numero di febbraio 2018) simile a quello di Aquisgrana. Ma poi è cambiato il governo in Italia e si è cominciato a colpire la Francia come nuovo capro espiatorio, per coprire le proprie difficoltà (l’Italia è ufficialmente entrata in recessione, per chi non se ne fosse accorto).

Il problema, quindi, non è che Francia e Germania firmino un accordo, ma che si trovi l’accordo fra un nucleo più ampio di Stati dell’Eurozona per una riforma dell’assetto europeo. Con l’obiettivo di mettere in piedi un piano di investimenti a livello europeo per rispondere alla rivoluzione tecnologica e del mondo del lavoro, darci uno sviluppo sostenibile e portare avanti una vera politica estera europea. In questa possibile riforma le prossime elezioni europee e il nuovo Parlamento europeo avranno un ruolo cruciale. Qual è l’alternativa? Isolarsi, abbandonare i valori e diritti europei (libertà di opinione, democrazia rappresentativa, difesa delle minoranze, sistemi sanitari ed educativi accessibili per tutti eccetera) e avere al più la possibilità di scegliere a quale padrone vendersi, che siano gli USA di Trump, la Cina di Xi Jinping o la Russia di Putin. A seguire questa strada l’Italia ha già mosso alcuni passi. Che sia forse meglio pensare all’unità europea?

Autore: Gianluca Bonato