Eureka – Marzo 2019 – Editoriale

A meno di tre mesi ormai da queste cruciali elezioni, nel nuovo numero di “Eureka!” affrontiamo i principali argomenti del dibattito politico europeo degli ultimi due mesi, come la Brexit, il trattato di Aquisgrana, le parole di Juncker, la questione migratoria e molto altro. A meno di tre mesi, è il momento di prendere una decisione e schierarsi; il tempo a disposizione per decidere il futuro si sta rapidamente esaurendo. Così come per l’allarme ambientale, non ci sarà una marcia indietro, non ci sarà una seconda possibilità; fare o disfare l’Europa.
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Cinque anni fa, avvicinandosi alla tornata elettorale europea, qualche timida voce proponeva di presentare agli elettori i simboli dei partiti a livello continentale (PPE, PSE, ALDE, ecc.), per tentare di conferire un significato marcatamente comunitario al voto. Il tentativo era chiaramente quello di evitare che le elezioni rappresentassero una sorta di conta interna dei singoli partiti nazionali, un sondaggio di gradimento.

La proposta, come sappiamo, fu a dir poco snobbata, e il grande carrozzone delle campagne elettorali proseguì per la sua strada.

Oggi lo scenario da un lato si è evoluto, dall’altro mantiene ancora forti radici nazionali. A livello europeo, in maniera molto più netta rispetto al 2014, vi sono due schieramenti fortemente contrapposti, che vanno oltre le vecchie divisioni di partito: da un lato i cosiddetti “europeisti”, guidati per popolarità e rilevanza internazionale dal Presidente francese Macron, e dall’altro i sovranisti, che vedono come leader più carismatico il Ministro italiano Salvini. Dietro le due figure più rilevanti si posizionano sostanzialmente tutti gli attori della scena politica europea, chi a sostegno di uno, chi a sostegno dell’altro.

Viste in quest’ottica, le elezioni di maggio rappresentano, per la prima volta nella Storia, un reale confronto tra due visioni contrapposte del futuro dell’Unione europea: il loro esito e la successiva composizione di Parlamento e Commissione, condizionerà le scelte dei prossimi cinque anni, proiettando l’Europa verso una prosecuzione (e un’accelerazione auspicabile) del cammino di integrazione, oppure verso una situazione di incertezza riguardo le reali possibilità di vedere, in tempi “brevi”, un continente federale.

Ora, il successo del fronte “sovranista”, oltre che ad una grande abilità populistica dei suoi leader, è indubbiamente legato a problematiche evidenti nella gestione delle grandi questioni di questo secolo: su tutte, senza inutili giri di parole, la questione migratoria. Aldilà delle singole posizioni a riguardo, è evidente che l’Unione si trova nella paralisi più totale, ostaggio di veti nazionali su qualsiasi decisione ed incapace di prendere provvedimenti duri e coraggiosi contro chi non rispetta i principi fondamentali di questo continente, oltre che quelli universali di democrazia e liberta di pensiero.

Tutto ciò inquadra queste elezioni in un’ottica più continentale che mai, nonostante rimangano strascichi antichi sul loro significato: in Italia, soprattutto, si guarda a queste elezioni come termometro di un fenomeno che, dal 4 marzo dello scorso anno, ha iniziato la sua inarrestabile progressione. La Lega, partito che alle scorse elezioni ha ottenuto una percentuale intorno al 17% dei voti, grazie all’accordo di governo con il Movimento 5 Stelle (che si aggirava sul 32%), ha messo in atto gran parte delle promesse fatte ai propri elettori, oscurando completamente i partner e raggiungendo, a detta degli ultimi sondaggi, una percentuale che varia dal 30 al 35%, con il Movimento 5 Stelle in netto calo, tra il 20 ed il 25%. Sono chiaramente dati da prendere con le pinze, ma che dimostrano come il messaggio populista e sovranista sia in grado di fare presa sull’elettorato in maniera molto efficace.

L’esempio italiano trova sponda in tutto il continente, con Paesi quali Austria e Ungheria già in mano a forze simili, e altri come la Francia dove il malumore è sempre più evidente e difficile da controllare, come testimoniano le manifestazioni che da mesi interessano soprattutto – ma non solo – la Capitale.

In questo momento è richiesto uno grande sforzo a tutti i sognatori degli Stati Uniti d’Europa: in primis, quello di autocritica, riconoscendo gli errori commessi per evitare un ulteriore distacco con la popolazione. In secondo luogo è necessario coraggio, coraggio di prendere scelte dolorose, decise e ferme per ribaltare lo stallo che da troppo tempo paralizza l’Unione e intraprendere un vero cammino di democrazia, diritti e rappresentanza che travalichi muri, confini, barriere.

Chi desidera vedere realizzarsi il sogno dei padri fondatori deve agire, ora. Il tempo degli equilibri è finito.

Autore: Filippo Sartori