Rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”: Intervista a Giorgio Anselmi

Nella nuova rubrica di Eureka “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”, analizziamo, con alcune interviste speciali, come è mutata l’idea di Europa nell’ultimo mezzo secolo. In questa seconda puntata, parliamo con Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo. Dalla passione per la storia alla ricerca di un modo per cambiare il mondo, al fine di arrivare alla nascita e alla maturazione di un ideale, di uno scopo di vita, per cui lottare. Ecco l’Europa vista attraverso gli occhi di Giorgio Anselmi

Quando hai iniziato a sentir parlare di “Europa” e sotto quali vesti?

Di Europa fin dalle elementari, ma della CEE, come si chiamava allora, ed in modo serio solo dopo la prima laurea in un corso del CISCE alla Fondazione Cini di Venezia. Anno 1975, se ricordo bene.  Il CISCE era un ente finanziato dagli industriali veneti per dare una formazione europea alle nuove leve di docenti, dirigenti, funzionari.  Ricordo ancora che, dopo aver risposto a tutte le domande del test finale, scrissi “Viva l’Europa!”.  Militante federalista però lo divenni solo 4 anni dopo, in occasione delle prime elezioni europee, quando grazie ad un altro militante ebbi la fortuna di entrare in contatto con il Movimento Federalista Europeo.

Quando eri all’università, come vedevi l’Europa?

Io mi sono laureato prima a Padova, poi a Milano. Anagraficamente appartengo alla generazione del ’68 e quelli sono stati anni di forti tensioni politiche, sociali, economiche. Dell’Europa si parlava onestamente poco. Per usare un facile slogan di quei tempi, la mia generazione contrapponeva alle 3 M della precedente (moglie, macchina, milioni) 3 nuove M: Marx, Mao e Marcuse. Non so nemmeno per quale motivo, forse per una innata diffidenza contadina, ho avuto l’avvertenza o la fortuna di non intrupparmi in uno dei tanti gruppuscoli che prosperavano allora in tutte le scuole superiori e le università. Ho poi visto con molto piacere che alcuni leader della sinistra radicale o extraparlamentare, come si diceva allora, di quegli anni hanno finito per abbracciare la causa europea, capendo finalmente che la vera alternativa e la vera rivoluzione sono quelle indicate dal Manifesto di Ventotene. Per citare i nomi più noti, Joschka Fischer, Daniel Cohn-Bendit, Massimo Cacciari e persino Toni Negri. 

Perché hai scelto di impegnarti in una causa politica e non in un’altra di qualche altro campo?

Avevo una fortissima passione per la politica e per la storia, che della politica è un po’ la madre, fin dalle medie inferiori, insieme con una avversione quasi innata per ogni forma di nazionalismo e di esclusivismo. Talvolta mi viene da pensare che ciò sia stato determinato o almeno influenzato dai racconti che mio padre ci faceva fin da bambini sulla sua esperienza in campo di concentramento.  Comunque, che valesse la pena di impegnarsi per una causa politica per me non è mai stato un problema. In questo e forse solo in questo appartengo alla mia generazione. Il problema era invece per quale causa tra le tante allora proposte dai partiti e dalle ideologie. Ebbene, nessuna per un decennio mi parve degna del mio impegno. Concepivo e concepisco la politica come lo strumento per cambiare la realtà ed adeguarla a dei valori o, se si preferisce, a degli ideali. Far vincere questo o quel partito a livello nazionale non mi pareva proprio in grado di cambiare il mondo, come poi è apparso sotto gli occhi di tutti quando alle fumose illusioni di quegli anni (la tanto decantata “immaginazione al potere”) sono seguite le inevitabili disillusioni.

Quando mi è stato presentato da Arnaldo Vicentini il federalismo europeo e la concreta possibilità di partecipare ad una grande battaglia politica per cambiare l’Europa ed il mondo, non ho avuto esitazioni ad aderire. Ricordo ancora che tenni la prima conferenza sull’Europa non essendo ancora iscritto al MFE ed usando i testi del CISCE di qualche anno prima. Devo aggiungere, per onestà, che contribuì non poco alla mia decisione il fatto di trovare un Movimento ben strutturato, non solo con una sua ideologia, ma con una organizzazione che andava dalla sezione al mondo, e quindi con iscritti, congressi, dibattiti democratici, organi di stampa, collane editoriali. Spesso noi stessi non ci rendiamo conto di quanto sia importante, anzi fondamentale, avere una struttura di questo tipo. Ce lo riconoscono spesso le persone che si avvicinano per la prima volta al MFE o gli stessi uomini di partito, meravigliati che possa esistere un’organizzazione politica, ma non partitica, con una presenza così capillare sul territorio nazionale. Questo vale a maggior ragione oggi, nella cosiddetta “società liquida”, in cui le forze politiche e sociali sono in gravissima crisi. Da qualche anno, quando vado a presentare il MFE a gruppi di persone intenzionate a fondare una nuova sezione, insisto sempre e provocatoriamente su questo aspetto: noi abbiamo un’ideologia forte, non un pensiero debole, ed una struttura pesante e ben radicata, non un ectoplasma.

Da federalista, qual è stato il momento in cui hai creduto che la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa fosse più vicina? C’è mai stato un momento in cui ti è sembrato di credere in un’idea utopica e irrealizzabile?

Soggettivamente il momento più vicino mi è sembrato quello del Progetto Spinelli, ma si trattava appunto di una percezione personale, determinata dal fatto che era la prima battaglia politica a cui partecipavo. Dal punto di vista oggettivo, invece, la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa non è mai stata così vicina come dopo la caduta del Muro e la riunificazione tedesca, quando la Germania non solo rinunciò alla sua sovranità monetaria con il Trattato di Maastricht, ma propose alla Francia col documento Schäuble–Lamers del 1994 una ben più ampia condivisione della sovranità. Purtroppo la Francia rispose picche e si fece solo l’Unione monetaria senza unione fiscale, economica e politica.

Alla seconda domanda rispondo rovesciandone l’impostazione: a me sembra che gli utopisti siano i difensori di una sovranità nazionale tanto illusoria quanto ridicola di fronte alle grandi potenze che vanno emergendo sulla scena mondiale. Noi siamo gli unici realisti!

Perché secondo te un giovane studente/una giovane studentessa dovrebbe innamorarsi dell’Europa oggi?

In un dibattito a Castelfranco un docente universitario mi pose la stessa domanda e poi sciorinò una serie di difetti, inadempienze e magagne dell’UE. Dopo avergli risposto che io non sono certo innamorato dell’attuale Unione europea, che voglio infatti cambiare profondamente, gli chiesi: “Le è rimasto qualche altro progetto politico in cui credere?” Ammutolì. Rifeci la stessa domanda a tutti i presenti. Devo ancora ricevere risposta.

Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni europee? Come vedi l’Europa fra dieci anni?

Diversamente dalle precedenti, le prossime elezioni europee saranno un passaggio fondamentale, perché è in gioco la sopravvivenza stessa del processo di unificazione europea. Oggi i difensori dello status quo sono diventati nemici dell’Europa. Il mondo sta cambiando con una velocità impressionante e non si può pensare che l’UE, progettata e creata negli anni della guerra fredda, possa continuare ad esistere senza mutare profondamente la sua natura e le sue istituzioni, trasformandosi in una federazione.

La risposta alla seconda domanda è implicita nella prima: fra dieci anni avremo o una federazione europea o un insieme di Stati satelliti delle grandi potenze con un Vecchio Continente ridotto a pura espressione geografica.

Autrice: Maddalena Marchi