Una francia giallo-verde

Il movimento popolare dei gilet jaunes che ha travolto la Francia è sotto gli occhi di tutti; ma cosa c’è realmente dietro a tutto questo?
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Dalla Francia fino all’Europa tutta, la complessa sfida di modellare una tassazione che sappia rispondere alla questione ambientale

Primo personaggio in scena – il gilet giallo. I simboli in politica contano, contano eccome. C’è un indumento banale che nel dibattito politico francese, nell’ultimo periodo, è riuscito a creare uno sconquasso imprevedibile – è un gilet giallo. La sua efficacia comunicativa è immediata: è un oggetto popolare, che chiunque tiene nella propria auto; è un oggetto molto visibile, che spicca anche nelle buie giornate d’autunno, in mezzo alla nebbia e alla foschia; è un oggetto, quindi, che si presta molto bene a rappresentare in maniera lampante un sentimento di rabbia di una parte di società contro un governo.

Secondo personaggio in scena – le accise sui carburanti in Francia. Per via anche di un’accisa sul carburante introdotta durante la presidenza Hollande, i prezzi transalpini di benzina e diesel sono aumentati rispettivamente del 15 e del 23% fra ottobre 2017 e ottobre 2018. Inoltre, a settembre 2018 il governo Philippe ha annunciato l’intenzione di aumentare la tassa sui combustibili fossili, fra cui è inclusa l’accisa sul carburante.

Svolgimento. Già la popolazione francese aveva espresso una certa insoddisfazione nei confronti dei prezzi in costante crescita di benzina e gasolio, con una petizione online contro l’aumento dei prezzi che superava le centomila firme raccolte. Il risultato dell’annuncio di voler aumentare ancora le accise non è stato altro che far deflagrare le proteste. La stessa petizione a fine novembre ha superato il milione di firme e, tra fine ottobre e inizio novembre, dei raduni improvvisati su Facebook con lo scopo di bloccare strade e rotonde hanno cominciato a diffondersi a macchia d’olio. Nel frattempo, il gilet giallo si è affermato come simbolo identificativo di queste proteste. Infine, da sabato 17 novembre fino a sabato 22 dicembre l’appuntamento con i gilets jaunes è diventato settimanale; le violenze, a Parigi e non solo, hanno avuto una certa eco nei media, ma il sostegno popolare al movimento rimane ben saldo, aggirandosi attorno ai due terzi dei francesi.

Le cose che più, tuttavia, sono vaghe riguardo a questo movimento sono due: quali siano le sue precise richieste politiche, oltre alla rabbia per l’aumento dei prezzi dei carburanti e al grido da strada “Macron démission”, e chi siano i suoi leader. Le proteste, infatti, hanno presto cominciato a lamentare anche la percezione di perdita del potere d’acquisto da parte delle classi popolari, tanto che l’annuncio di Macron del 5 dicembre sull’annullamento degli aumenti delle accise non ha convinto i gilets jaunes a non scendere più in strada il sabato seguente. Ma nemmeno il successivo annuncio di Macron di lunedì 10 dicembre su un piano di aumento di spesa pubblica in sostegno alle classi meno agiate, che prevede in particolare l’aumento del salario minimo di 100 euro al mese, ha fermato del tutto i protestanti. Strettamente legata a questa è la questione di chi siano i veri rappresentanti del movimento. La cui natura è estremamente fuggevole: alcuni capi sembrano legati all’estrema destra, ma non si può certo affermare che i gilets jaunes siano semplicemente un movimento di destra. Tali tratti da movimento liquido sono in parte figli della nostra epoca di società liquida, ma sono anche un segno della debolezza di partiti d’opposizione e sindacati nell’offrire un’alternativa politica strutturata e credibile. Se la popolarità di Macron è stata indebolita da questa ondata di proteste, Le Pen, Mélenchon & co. non se la passano infatti molto meglio.

Emerge, in ogni caso, da tutta questa faccenda un aspetto che è cruciale: come avviare una transizione ecologica che abbia il sostegno della popolazione? Il principio ispiratore delle politiche del governo francese, infatti, è senza dubbio encomiabile, dato che è difficile obiettare che ridurre il consumo di energia da combustibili fossili e fermare il riscaldamento climatico non sia la sfida principale di questo secolo. Il problema è il come. L’errore più grande del governo francese sembra essere stato quello di mettere in atto una tassazione che ha l’effetto di colpire le classi meno agiate e che vivono in zone rurali, molto più delle classi agiate e che vivono in zone urbane. Chi infatti vive a Parigi, Lione o Tolosa e prende la metro per andare a lavorare non deve sopportare affatto il peso della tassazione, mentre per chi ogni giorno deve percorrere decine di chilometri con la sua auto per il lavoro, e in generale per tutte le persone per cui il costo dell’energia costituisce una percentuale significativa della propria spesa, il peso è forte. La lezione sembra essere quindi quella di alleggerire drasticamente il carico fiscale sul lavoro, per chi è colpito in maniera più incisiva dalla tassazione sui combustibili fossili. Semplice a dirsi, sicuramente meno semplice a farsi.

Questo per quanto concerne l’aspetto economico. Sul lato politico, però, emerge un altro problema. Ne abbiamo già parlato più volte su queste pagine, le considerazioni probabilmente non vi sembreranno nuove. Ma vale sempre la pena riaffermarlo: non si potrà mai trovare soluzioni nazionali a problemi sovranazionali (globali persino, nel caso del clima!). Una carbon tax applicata solo da un Paese europeo troverà sempre di fronte a sé una strada accidentata; il livello minimo per agire in questo senso è quello europeo. L’Unione europea, fin dal Protocollo di Kyoto, ha rappresentato un esempio a livello mondiale per la lotta al riscaldamento climatico e la riduzione delle emissioni di CO2. È arrivato però ora il momento, soprattutto dopo che è stato pubblicato l’ottobre scorso, in vista dell’ultima Cop24 di Katowice, un preoccupante report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), di alzare l’asticella, lasciare da parte le divisioni e implementare una coraggiosa e ben costruita politica ambientale europea. Per fare ciò, serve condivisione di sovranità a livello europeo, serve muoversi verso gli Stati uniti d’Europa. Non è certo semplice, ma il pianeta Terra è sordo rispetto alle sciocche ostilità fra esseri umani e già negli ultimi mesi, con le calamità naturali occorse anche in Veneto, ha dato dimostrazioni che può non perdonare.

Infine, sotto un altro punto di vista la condivisione di sovranità a livello europeo è altrettanto urgente – la tassazione. I sistemi di tassazione nazionali sono sempre più inefficaci e inadatti ai nostri tempi, non solo sul piano ambientale. Lo stesso governo francese aveva infatti proposto nei mesi scorsi una tassazione europea del 3% sui ricavi prodotti nell’Ue dalle imprese con un fatturato superiore ai 750 milioni all’anno. Ma Irlanda, Estonia, Svezia e Repubblica ceca si sono opposte, lasciando quindi libertà a Google, Facebook & co. di fare profitti pagando briciole di tasse. Ah, e nel frattempo recentemente in Ungheria il sovranista Orban ha approvato una legge che, fra le altre cose, consente alle imprese di pagare gli straordinari anche a distanza di tre anni (della serie, il modello dei diritti sul lavoro del sud-est asiatico, dove comandano le multinazionali).

Nel complesso, la matassa è difficile da sbrogliare, non c’è dubbio. Da un lato, il clima è una questione di lungo termine che raramente emerge come prima priorità nel dibattito politico quotidiano e, dall’altro, gli interessi nazionali, nonostante i partiti nazionali pressoché ovunque in Europa diano prova di debolezza, sono ben consolidati. Ma non c’è un’alternativa a combattere il riscaldamento climatico e a costruire un’Europa unita. Lo dobbiamo a noi giovani e lo dobbiamo ancora di più alle prossime generazioni.

Autore: Gianluca Bonato