Eureka – Gennaio 2019 – Editoriale

Come ogni capodanno ci ritroviamo a riflettere sull’anno passato, a fare un bilancio di vittorie e sconfitte, e soprattutto a riempirci di buoni propositi per l’anno che verrà. Ebbene, tutti questi propositi è ora di farli scendere in campo, perchè le elezioni europee sono alle porte, e il destino dell’ Europa sembra dirigersi verso un bivio fondamentale. Da un lato, la forte consapevolezza del bisogno di un’ Unione Europea federale, unita politicamente ed economicamente; dall’altro, il sovranismo nazionale che non vuole arretrare di un centimetro. In mezzo, un’ enorme tempesta di indecisione, scetticismo e disinteresse. Sul presupposto di questa scelta si basa il nostro numero di “Eureka” di gennaio, illuminando la via che deve essere percorsa per garantire un futuro da cittadino europeo e del mondo a ognuno di noi. Di seguito, il punto della situazione nel nostro Editoriale.
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Chi si ferma è perduto. L’epigrafe adatta alla strategia dei gialloverdi nei loro primi sei mesi di governo sembra questa. Questo il pungolo invisibile che ha spinto e guidato i due partner di governo, Salvini e Di Maio. Questo l’imperativo categorico. Non mollare di un centimetro. Mantenere il punto sulle rispettive bandiere sventolate ai tempi della campagna elettorale: reddito di cittadinanza, flat tax, riforme delle pensioni, ecc… Invischiati in un pericoloso gioco al rilancio, si sono dovuti scontrare contro tutti. Commissione europea, mercati, agenzie di rating, e chi più ne ha più ne metta. E questo perché chi dei due si fosse mostrato pronto a cedere, avrebbe svelato che i suoi pugni, agitati tanto veementemente in patria, nei migliori salotti televisivi, anziché di ferro, avevano una consistenza molto più gelatinosa. Da qui l’idea del terzo uomo. Giuseppe Conte, mandato a trattare in Europa, e a ingoiare i rospi che i due non volevano ingoiare. Intanto il tesoretto capitalizzato il 4 marzo, non intaccato da nessuna retromarcia, si sarebbe dovuto ingrossare, pensavano, in vista delle prossime elezioni europee. Con la speranza che la rispettiva posta di voti, una volta rilanciata sul banco dei mercati, non creasse troppi scossoni all’economia del Paese, e si irrobustisse a scapito di quella del compagno. Secondo quanto dicono i sondaggi, la bilancia delle intenzioni di voto ora pende più dalla parte della compagine verde. Chi dei due arrivi prima al traguardo, se in coppia o da solo, non importa. Giocano entrambi lo stesso gioco. E la maturazione aspettata, predetta, invocata, auspicata da tanti, non sembra ancora in vista, e forse non lo sarà mai.

Perché quella presa di coscienza della realtà, che secondo molti giornalisti sarebbe dovuta arrivare con i primi allarmi sui mercati, e per la quale non si può abolire la povertà con un decreto, costa al partenariato di governo. Molto più dello spread. La nave gialloverde gira al largo dalle coste della realtà, naviga con un vento favorevole in poppa, si muove su brezze leggere verso fantastici orizzonti politici, per cui la riforma dell’Europa significa dividere il continente in tanti staterelli, il rilancio dell’economia nazionale passa attraverso la stampa di nuova moneta, la democrazia non deve essere rappresentativa ma ispirata alle democrazie illiberali, dell’Ungheria, della Turchia e della Russia, vere democrature. Questa nave di consensi non ha intenzione di fare approdo sulla terraferma. Non per il momento, almeno.

I richiami alla realtà servono. Le parole e i discorsi valgono quanto le azioni. E il Presidente della Repubblica non sta interpretando il suo ruolo da semplice comparsa. Le sue battute non sono quelle di un copione stantio e imparato a memoria per forza d’inerzia. E quello che gli italiani hanno ascoltato la sera di capodanno era un discorso sentito. In cui ha ripetuto pensieri che ha avuto modo di esprimere anche in altre occasioni. Pensieri semplici con cui ha ribadito i valori essenziali a cui questo Paese è ancorato. L’Italia è una democrazia, che deve essere fondata sulla solidarietà. Non si può risolvere il problema della sicurezza creando fasce di uomini e donne senza diritti, e allargando le maglie dell’illegalità del Paese. Così si va nella direzione opposta alla sicurezza. L’Italia è un Paese membro dell’Unione europea, e non solo. È un Paese fondatore, e come tale deve far sentire la sua voce, divenendo artefice di un cammino di riforme per un’Unione sempre più democratica. Poche parole, il giusto per evitare che il Paese possa andare alla deriva.

Autore: Salvatore Romano