Rubrica “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”: Intervista al Prof. Giuseppe Verlato

Con questo articolo apriamo la nuova rubrica di Eureka “L’Europa attraverso gli ultimi cinquant’anni”, che vuole analizzare, con alcune interviste speciali, come è mutata l’idea di Europa nell’ultimo mezzo secolo. Oggi i sentimenti verso questa realtà politica e culturale sono vari, non sempre positivi e troppo spesso confusi. Ma è sempre stato così? Cosa è cambiato negli ultimi 68 anni? Attraverso testimonianze di uomini, donne, federalisti (europei) e non, cercheremo di capirlo insieme, in vista delle prossime elezioni europee.

Ecco quindi, per cominciare, il punto di vista di Giuseppe Verlato, classe ’58, docente di Statistica medica presso l’Università di Verona e laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova.
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A che età ha iniziato a sentir parlare di “Europa” e sotto quali vesti?

Non ricordo molto bene. Quando sono nato esisteva la C.E.E. e questa “Europa” dei sei. Era qualcosa di cui tutti volevano fare parte, non come adesso. Era poi molto più diluita perché ognuno aveva la sua moneta. In un primo tempo era più un’entità economica: si sapeva che esisteva e basta. Poi il blocco tra NATO e sovietici si faceva molto sentire: c’erano i buoni e c’erano i cattivi. Ci sentivamo un po’ privilegiati a vivere in un mondo libero.

Quando Lei era all’università, come vedeva l’Europa?

La mia visione di Europa è cambiata radicalmente quando sono andato in Olanda nel 1985, alla venera età di 27 anni, per lavorare nell’Università Calvinista olandese. Ero molto in ansia, triste. Dopo tre mesi sono tornato in Italia ancora più triste. Questo perché in Olanda tutti mi insegnavano qualcosa: ogni occasione era buona per imparare cose nuove. Io chiesi al mio capo olandese: << Ma qual è il settore che tira di più? >>, e lui mi rispose: << Quello che ti piace di più, diventerà quello che per te tirerà di più>>.  Era una realtà completamente diversa. Mi ricordo che prendevo 533mila lire al mese, le ragazze madri invece, per il solo fatto di essere ragazze madri, prendevano 600mila lire. È stata una lezione di vita. E la mia speranza era quella, era che l’Europa ci portasse un po’ più di ordine, un po’ più di etica. La speranza era che si instaurassero dei meccanismi virtuosi anche qui in Italia dove, per non perdere il posto, non bastava essere bravo: era molto importante l’appartenenza a un gruppo politicamente forte. Dall’altra parte, tuttavia, c’era il problema di forti pregiudizi tra i cittadini di diversi Stati.

Come ha vissuto la creazione del’Unione Europea? Quelle che erano le aspirazioni sono state totalmente o in parte realizzate?

Secondo me l’Unione Europea è stata fatta in un momento difficile: in un momento in cui l’Italia aveva maturato un debito enorme. Forse andava fatta prima: era una scommessa forse un pochino rischiosa.

Prima negli anni ’80, il periodo del C.A.F. (Claxi, Andreotti, Forlan), c’è stata un’espansione del debito pubblico dal 50% al 120% del PIL soprattutto per conquistare i voti degli elettori; poi è finito il periodo di espansione e sono avvenute una seria di crisi economiche: prima nel 2001, poi nel 2008. Queste sono avvenute in un periodo in cui l’Italia stava cercando di allinearsi con gli altri paesi e di ridurre il debito pubblico.  Secondo me l’Italia è stata sfortunata. C’era un desiderio sincero di entrare in Europa, di aderire a questa realtà anche non sapendo i pregiudizi nei confronti degli italiani. Siamo entrati fiduciosi ma ci sono state crisi economiche a cui non eravamo preparati: abbiamo fatto un passo lungo. Con l’unità di Italia sono state unite una realtà più forte con una economicamente più debole e, dopo più di 150 anni, non è ancora stato assorbito completamente il colpo. Lo stesso è successo quando è nata l’Unione Europea.

Come ha influenzato, se ha influenzato, la Sua vita questa Europa?

Diciamo che da ricercatore io avevo già molti contatti con l’estero. Arrivavano anche dei finanziamenti europei. Con la creazione dell’attuale Europa le cose si sono semplificate: è diventato più facile spostarsi e non c’era più la necessità di cambiare continuamente la moneta. Quindi l’identità europea nel mondo della ricerca, anche se già presente, è cresciuta. Poi il mio orizzonte di ricerca è in Europa quindi tendo a notare e beneficiare maggiormente, per esempio, di finanziamenti europei.

Lei si sente cittadino italiano, cittadino europeo e/o cittadino del mondo?

È difficile dire cosa uno si sente. Io mi sono trovato bene con alcune persone: ho un amico siciliano, uno indiano. Vedi, arrivati alla nostra età c’è una sfiducia diffusa nei confronti delle nostre istituzioni, che è alla base anche dei voti di protesta. L’esperienza mi ha spinto a non credere più di tanto alle istituzioni ma a poche cose, ad esempio il gruppo italiano per la ricerca del cancro gastrico.

Cosa si aspetta Lei ora dall’Europa e dalle prossime elezioni europee? Come vede l’Europa fra dieci anni?

L’Europa la vedo male perché abbiamo il 60% dell’elettorato che vota partiti che danno messaggi errati. Il debito pubblico italiano è stato fatto dagli italiani, soprattutto per motivi elettorali, e molto nel passato. Non è stato fatto dai tedeschi. Noi abbiamo avuto un grandissimo aiuto dai “mostri” tedeschi (come vengono visti), che hanno fatto si che sul debito pubblico italiano, per moltissimi anni, ci fosse un interesse minore rispetto agli USA. Mario Draghi è riuscito, in modo un po’ ai limiti di quello che è il suo mandato, a comprare titoli di stato italiani. Invece l’Europa viene vista dall’elettorato come un mostro.

Quanto ci vorrà per capire che stiamo andando nella direzione sbagliata? Lo spread che passa dal 120 al 320 nel giro di sei mesi, non è la congiuntura mondiale, la crisi del brick, l’aumento della Cina, il prezzo del petrolio: è un effetto diretto di questo governo. Cosa bisognerebbe fare? È una situazione difficile, anche perché i giovani, giustamente, non vogliono pagare gli sbagli che hanno fatto gli altri. Vediamo se si riesce a trovare un equilibrio. Soprattutto bisogna cambiare l’idea che ci sono dei mostri a Bruxelles che ci mandano in malora.

La mia sensazione è che abbiamo una visione limitata delle cose, di quelli che sono i meriti. Monti, la Fornero è vero hanno fatto le cose male: c’è stata tanta gente che ha pagato per tutti. Però sono riusciti a invertire la tendenza. È questo che bisogna guardare. Ci si aspetta miracoli dalla politica.

Cosa succederà non lo so, io spero che ci sia capacità di adattarsi. Siamo sul filo del rasoio e prima o poi anche la bomba demografica esploderà. Quindi speriamo. Io cercherò di non perdere mai la fiducia nel futuro.

 

Autrice: Maddalena Marchi