Come l’Unione Europea aiuta l’Italia?

Nel seguente articolo di “Eureka” trattiamo un tema talvolta ignorato o spesso criticato senza un fondamento di verità, cioè l’aiuto economico dato dall’Unione Europea all’ Italia in termini di finanziamenti. E come si può constatare dalla seguente analisi, il nostro Paese non ne coglie i vantaggi.
(Tutte le nostre attività e iniziative sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/GfeSezVerona/?fref=ts)

 

Il dibattito politico italiano è pervaso dall’idea che il nostro paese sia un contribuente netto all’interno del bilancio europeo e che di contro non riceva adeguati finanziamenti da Bruxelles. Come spesso fanno i politici italiani, è sempre più comodo criticare l’Europa accusandola di agire contro gli “interessi degli italiani”. Tuttavia, spesso la realtà si presenta in ben altri modi.

In questo articolo voglio portare un esempio di questa pratica: l’Italia rischia di perdere quasi un miliardo del Fondo sociale europeo per spese non effettuate nel 2014 e nel 2015. Eppure, si tratta di risorse essenziali per orientare e mantenere le nostre politiche sociali.

Il Fondo sociale europeo (Fse) è il principale strumento a disposizione delle regioni per finanziare “politiche attive” del lavoro, ossia interventi che favoriscono l’inserimento o il reinserimento nel mondo lavorativo. Sono politiche complementari a un sostegno al reddito che in Italia è sempre mancato, almeno in forma diffusa. Il Fondo sociale è quindi utilizzato per sostenere l’occupazione, aiutare i cittadini a trovare posti di lavoro migliori e assicurare opportunità più eque per tutti. Complessivamente, il budget dell’Fse, nel periodo 2014-2020, è pari a circa 120,6 miliardi di euro, di cui 83,6 miliardi di contributi UE e il resto risorse nazionali. Il Fondo investe nel capitale umano dell’Unione europea: i lavoratori, i giovani e chi è alla ricerca di un impiego, migliorando le prospettive di vita di milioni di cittadini, in particolare di coloro che incontrano le maggiori difficoltà a inserirsi.

Nell’attuale periodo di programmazione, l’Italia può contare su oltre 10 miliardi di Fse, quasi 1 miliardo e mezzo l’anno. La spesa procede molto lentamente e i pagamenti totali dell’Unione, per spese sostenute a valere sul fondo, sono pari ad appena il 12 per cento del totale, ben al di sotto della media europea vicina al 20 per cento. È un problema che riguarda anche il fondo per lo sviluppo regionale (Fesr), il fondo pesca (Feamp) e il fondo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (Feasr).

Per velocizzare la progettazione e favorire il monitoraggio dei flussi finanziari, le somme stanziate in un dato anno vengono disimpegnate automaticamente dalla Commissione europea se le amministrazioni nazionali e regionali non presentano domande di pagamento entro la fine del terzo anno successivo a quello dell’impegno di bilancio. L’Italia rischia il disimpegno automatico di un ammontare significativo di risorse se, entro la fine del 2018, non spinge il piede sull’acceleratore.

La situazione dell’Italia è tanto critica da aver spinto i servizi della Commissione europea, responsabili del Fondo sociale, a inviare di recente una lettera di avvertimento alle amministrazioni regionali e nazionali in ritardo, esortandole a intraprendere azioni immediate per scongiurare la perdita di risorse.

In totale, i fondi a rischio alla fine del 2018, relativi a impegni del 2014 e 2015, sono circa 733 milioni di euro.

Si tratta di un dato parziale in quanto mancano i programmi multi-fondo (Fse e Fesr), oltre che i numeri relativi agli altri fondi europei. I programmi operativi che rischiano di perdere le somme maggiori sono quelli nazionali (Po Iniziativa occupazione giovani, Po Scuola, Po Governance e capacità istituzionale, Po Inclusione, Po Politiche attive per l’occupazione). Questi investono prevalentemente nelle regioni meno sviluppate, dove anche i programmi regionali rischiano di perdere risorse cospicue.

Le cause delle lentezze sono varie. Per esempio, obiettivi troppo ambiziosi e poco concreti, limitata capacità progettuale e insufficiente capacità di confrontarsi con la complessa gestione dei fondi europei, lungaggini nelle gare di assistenza tecnica, ritardo nell’avvio dell’attuale ciclo di programmazione e così via.

Nonostante le lentezze, va detto che il Fondo sociale europeo ha già dato una mano a oltre 1 milione e 200 mila beneficiari, tra disoccupati di lunga durata, Neet (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione), varie categorie di emarginati, persone con disabilità o minoranze, spesso con esiti positivi per l’occupazione (per esempio, con corsi di formazione e tirocini). Si tratta di risorse essenziali per orientare e tenere in piedi le politiche sociali in Italia e perderle sarebbe un peccato.

È dunque urgente accelerare i processi, trasmettendo alla Commissione le domande di pagamento relative a qualsiasi spesa già effettuata ma non ancora dichiarata. È altresì fondamentale accelerare l’esecuzione finanziaria dei programmi. Da questo punto di vista, a partire dal 2019, le scelte sociali del governo Conte – sulla cui opportunità e sostenibilità non intendiamo qui dare un giudizio – potrebbero rappresentare una utile sponda se il Fse sarà utilizzato in modo attento e complementare al sostegno del reddito, per finanziare politiche attive e supportare i centri per l’impiego. Questi ultimi, vale la pena ricordarlo, soffrono di un’inadeguatezza strutturale (ad esempio, il personale è circa un decimo di quello del Pôle Emploi francese) e necessitano di investimenti significativi e non estemporanei se si vogliono adeguare i servizi forniti agli standard europei.

Questo è solo un esempio dei tanti settori in cui l’Italia, sprovvista di una programmazione efficiente e visionaria, non sfrutta a suo vantaggio l’appartenenza all’Unione Europea: eppure per molti esponenti dei partiti al governo è più conveniente criticare anziché farsi i conti in casa.

 

Autore: Alberto Viviani