Danke, Frau Merkel

German Chancellor Angela Merkel arrives at the Mozarteum University to attend a plenary session part of the EU Informal Summit of Heads of State or Government in Salzburg, Austria, on September 20, 2018. (Photo by Christof STACHE / AFP)

Continua la pubblicazione degli articoli di “Eureka!” di novembre; in questo articolo ci soffermiamo sull’annuncio di Angela Merkel di concludere la sua avventura nel partito che l’ha portata ad essere la donna più potente d’Europa. Come valutiamo il suo operato?
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“Wir schaffen das”. L’equivalente, moderato e sobrio, dell’obamiano “Yes, we can” ha accompagnato la politica tedesca degli ultimi tre anni. E caratterizzerà anche l’eredità di Angela Merkel. La cancelliera ha annunciato che non si ricandiderà alla guida della CDU al prossimo congresso ad Amburgo, ma che intende portare a termine il suo ultimo mandato. A spingerla verso questa decisione sono stati sia fattori interni al suo partito sia fattori esterni ad esso.

Innanzitutto, le batoste elettorali in Baviera prima (CSU dal 47,7% al 37,2%) e in Assia poi (CDU dal 38,3% al 27%), due dei Länder più ricchi del Paese. I consensi verso i cristiano-democratici hanno mostrato una tendenza inversa rispetto a quelli verso i Verdi, che si sono presentati come l’alternativa allo spostamento a destra dell’Union. Il partito di Merkel ha tentato negli ultimi anni di rincorrere Alternative für Deutschland sul terreno del rifiuto degli immigrati, nel tentativo di recuperare i voti persi a destra. Tale spostamento ha tuttavia determinato l’abbandono dell’elettorato moderato conquistato negli anni da Frau Merkel, capace di far convergere progressivamente, durante i suoi precedenti mandati, il proprio partito (se non l’intera politica tedesca) verso il centro. Come ha dichiarato Barbara Stamm, presidente uscente del Parlamento bavarese: “A destra dello schieramento non si guadagnano più voti di quelli che, facendo ciò, si perdono al centro”. Ed è proprio l’elettorato di centro che ha cominciato ad abbandonare, spaventato, la CDU.

Altro fattore esterno è rappresentato dalla convivenza sempre più problematica tra la CDU odierna e la SPD all’interno della Große Koalition. Il calo dei due partiti di governo è stato attribuito, da parte dell’elettorato tedesco, alle liti in seno al governo, risparmiando Angela Merkel. Il consenso rispetto al suo operato, infatti, è rimasto stabile al 55% degli intervistati negli ultimi sondaggi. Relativamente al proprio partito, invece, Merkel si è trovata in difficoltà nei rapporti con la CSU e con il suo leader Horst Seehofer, che ha spostato, con scarsi risultati, il partito gemello della CDU su posizioni sempre più vicine a quelle di AfD. I parlamentari della CSU sono fondamentali per l’equilibrio del governo, al punto che la cancelliera ha dovuto accettare l’investitura di Manfred Weber, europarlamentare della CSU, a Spitzenkandidat del PPE per le prossime elezioni europee, al posto del più moderato Peter Altmeier.

Tenendo conto di tutte queste variabili e volendo indurre un cambiamento all’interno dell’Union nell’ottica delle prossime elezioni politiche, Angela Merkel ha voluto decidere il momento e il modo di lasciare il ruolo che riveste dal 2005. Un ruolo che l’ha portata, nell’immaginario pubblico, a identificarsi con la figura di cancelliere tedesco ed addirittura con la Germania stessa. Una Germania moderata, aperta e responsabile. Sicuramente non ha ottenuto grandissime vittorie sul piano di una spinta al processo di integrazione dei Paesi dell’Unione Europea, ma è riuscita a preservare l’Unione durante la peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, portando la Repubblica Federale ad avere l’unico bilancio statale in attivo tra i 28 Paesi che la compongono.

Uno dei provvedimenti più controversi che attutato è stata l’apertura totale delle frontiere durante la crisi siriana, determinando l’accoglienza più di un milione di persone negli ultimi tre anni. La scommessa della cancelliera è stata vinta, ma a pagarne il prezzo è stata soprattutto la Große Koalition. Mentre la CDU è in cerca di un suo successore, la SPD continua a calare nei sondaggi. Ciò si rifletterà anche sulla politica europea: sarà sempre più difficile trovare una Germania disposta a sacrificare i propri interessi per arrivare ad una posizione più morbida nei confronti dei Paesi che non rispettano le regole comuni. Ciò dovrebbe allarmare i politici del Belpaese. Infatti, si può discutere a lungo dell’operato di Angela ma una cosa è certa: la Germania ce l’ha fatta. L’orgogliosa Italia nazionalista ed antieuropeista non può dire altrettanto.

 

Autore: Filippo Viviani