La cultura dell’ ombra

Recentemente, un breve scritto di Goffredo Parise è apparso sul Corriere di Verona. Allo scrittore vicentino era stato commissionato dal comune di Noventa di Piave, nel 1980, la prefazione al volume “Una terra ricca di memorie. Noventa di Piave”. Il Corriere di Verona l’ha riproposta nei giorni scorsi, e le parole di colui che Andrea Zanzotto, nella prefazione al volume degli Oscar Mondadori a lui dedicato, non esita a definire enfant prodige, per la precoce vocazione letteraria, testimoniano un attaccamento profondo al Piave e alle sue terre. Un interesse per la natura rigogliosa e selvaggia di quei luoghi, “un Eden a forma di labirinto”, che non si limita ad un’ammirazione estatica di un paesaggio naturale, ma contiene qualcos’altro, di profondo appunto.

Più che semplice habitat, il Piave, è luogo dell’inconscio, punto focale, centro di gravitazione di un enorme Maelstrom che chiama a sé. Dietro il Piave si nasconde, infatti, il grande rimosso del Ventesimo secolo, gettato volontariamente dagli uomini nella spazzatura della Storia, la Natura. Da Parise la sua presenza-assenza è sentita con viva sensibilità. E la riemersione di questa testa di morto, nelle sue ultime opere, avviene con una sconvolgente violenza, nell’erotismo sfrenato, per esempio, che travolge Silvia, protagonista dell’Odore del sangue, nelle descrizione che il marito, voce narrante, fa di un sogno premonitore in cui vede la compagna soggiogata dal pene di un ragazzo, che Parise descrive come la testa di un cobra, o nella metafora che lo stesso marito usa per spiegare la sua crisi coniugale, una liana abbarbicata ad una scultura nel fitto della foresta tropicale, che sta per scollarsi dalla pietra. Parise trova nel mondo naturale un ricco alveo di immagini e metafore per spiegare gli uomini e le loro passioni. Luogo dell’inconscio e della memoria, di ricordi e affetti.

Il Piave così come il Veneto. Al quale però non risparmia una stoccata finale. La devozione che i suoi abitanti provano per un prodotto della loro terra, ed è nient’altro che un manicale attaccamento ad una abitudine che si confonde con tradizione. Parise la chiama “la cultura dell’ombra, cioè la cultura del bicchiere o dei vari, troppi bicchieri di vino prima di pranzo o comunque fuori dei pasti”, e continua: “micidiali, ombre obbligatorie di solito che, appunto, sono il contrario di qualunque cultura, sono la negazione della lucidità mentale, dunque della ragione”. La bolla, infine, scrivendo il suo “spregio dell’obnubilamento”.

La minaccia dell’obnubilamento, che non pende dall’alto come una spada di Damocle, ma viene dal basso, dal profondo, come una divinità agreste, a ricordare agli uomini che non c’è scampo per loro dalla terra, ed è inutile inseguire paradisi perduti e sogni d’infanzia. E si ripropone ciclicamente, un bivio verso cui l’uomo è spinto. Per il quale le tradizioni locali, regionali o nazionali possono trasformarsi in quelle forze motrici, da identità positive, che formano le impronte culturali degli individui, a gabbie respingenti, cordoni sanitari che dividono tanti da altri. L’oscurantismo in cui incappò l’Italia sotto il regime fascista si può raccontare con lo stesso Parise.

In Sillabari narra la storia di un cane a spasso per le vie di una città italiana. Il racconto allegorico, che come una carta velina si può stendere sulla realtà di quegli anni e non solo, è un ottimo esempio della sua poetica. Il cane, dopo aver aspettato il ritorno del padrone, bighellona per la città, ammazzando il tempo con le note faccende che occupano il tempo dei cani: scroccando il cibo a gatti famelici, inscenando una fugace rissa con un altro cane a suoni di latrati, con una gita in un parco pubblico, facendo amicizia con altri cani randagi e partecipando a una sfilata di uomini in divisa, con molte bandiere sui balconi. Il racconto termina con la morte violenta del protagonista, messo in fuga da due cani e investito da una motocicletta. Il titolo è “Anima”. Ancora una volta Parise si serve di una lente deformante, questa volta il mondo animale, altre volte quello vegetale, per riflettere il mondo per come esso è. Della natura, ha spiegato Zanzotto nella sopracitata prefazione, in Parise rimangono degli echi, bagliori che vengono da un mondo sopravvissuto alla minaccia nucleare, ma che si è atrofizzato in uno scenario, comunque, post-apocalittico. Per ritornare alla narrazione dei sentimenti essenziali, che Parise desiderava, il protagonista di cui si serve è un cane, quasi fosse l’unico degno di ospitare, per l’appunto, un’anima. Vera arma contro ogni forma di obnubilamento.

 

Autore: Salvatore Romano