L’ora delle svalutazioni irrevocabili

Direzione sovranismo passando attraverso le più recenti esperienze dal mondo. Uno sguardo fuori dal cortile.

I vertici del governo italiano hanno appena deciso di innalzare il rapporto deficit/PIL per finanziare una manovra economica molto dispendiosa a causa della mancanza vera e propria di risorse liquide per metterla in atto, nella speranza che i mercati scommettano a favore e vadano a cucire questo buco. Questa scuola di pensiero non è molto diversa da quella applicata nei recenti mesi da Turchia, Argentina e Venezuela, i cui risultati sono stati molto negativi…
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Sebbene vista dall’Italia la recente crisi valutaria turca sia il solito complotto di Soros (destra), Trump (sinistra) o giudaico (entrambi), la realtà dei fatti – che piaccia o meno – ci riporta ancora una volta nell’alveolo della sovranità monetaria e delle sue meraviglie. Chiaramente un addetto ai lavori potrebbe definire azzardate le analogie economiche tra l’Italia di oggi e la Turchia di Erdogan. La (fu) Sublime Porta possiede un debito pubblico contenuto (42% del PIL), ampio deficit commerciale e un’inflazione che dagli anni duemila è sempre rimasta intorno al 10% annuo. Tutti indicatori opposti rispetto al Bel Paese. Eppure, siamo di fronte ad un campanello d’allarme per il fronte sovranista, sponda leghista: riportare indietro le lancette dell’orologio ci condurrebbe esattamente dove si è infilato Erdogan.

In breve. La Turchia sperimenta anni di crescita economica, a partire dal nuovo millennio, sostenuta da ingenti investimenti pubblici. Anziché intraprendere la strada del debito per finanziare le proprie misure espansive, il governo turco punta sulla svalutazione della lira, complice una Banca Centrale accondiscendente come la vorrebbero i nostri sfascisti. Il piano inizialmente funziona: come riportato dal Sole24Ore, la crescita del PIL nel primo decennio è sufficiente a coprire parzialmente l’effetto negativo che la svalutazione comporta su redditi e crescita. Purtroppo, il palliativo sui conti non beneficia la bilancia commerciale, dove – crescendo la domanda interna di beni – aumenta la forbice tra export e import. Risultato – annunciato – nel breve periodo: la vendita netta di moneta nazionale ai fornitori esteri, aumentando così l’inflazione. Un cane che si morde la coda.
Ma non finisce qui. Gli investitori nazionali snobbano la lira, preferendo lo stabile dollaro per mettersi in sicurezza dalle continue svalutazioni irrevocabili, mentre quelli stranieri si tuffano sulla galoppante lira attratti da rendimenti sempre maggiori. A questo punto gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti, il turbine della svalutazione si è messo in moto e neppure Allah può fermarlo. La spintarella è stata tutta interna: turbolenze politiche, un fallito golpe, retate di giornalisti, isolazionismo. Qualcuno direbbe la cara vecchia autarchia, ma sottovoce.
Gli investitori esteri – com’è naturale che sia – di fronte a questo bestiario hanno levato le tende, mollando investimenti, partecipazioni, fondi detenuti in Turchia e quindi liberato lire. Il delitto di un’economia un tempo promettente.

La lezione turca guarda all’Italia produttiva, che il 4 marzo si è rivolta alla Lega sovranista in cerca di risposte. In attesa che – tra una Diciotti bloccata e un tuffo in piscina – queste risposte arrivino, l’Erdoganomics ha già provveduto a darne: energici tagli di tasse a deficit, mascherati da laissez faire ma intrinsecamente statalisti; molti-nemici-molto-onore in politica estera, dirigismo verticista dell’uomo forte al timone della nazione produttiva nonché populismo celodurista sulla gestione dei conti. Per gli addetti ai lavori (e non) si tratta della politica salviniana, quella trainata dall’ideologo-trombato Borghi Aquilini, dallo scalda aule di Pescara Bagnai e dal bancarottiere Armando Siri. Eppure, stiamo parlando della forza di governo definita più responsabile tra le due da certa stampa. Sembra assurdo? Anche ai mercati, difatti l’indice di attinenza alla realtà – spesso definito spread – oscilla intorno al livello ‘finanza creativa’, con tanti saluti alla sostenibilità del nostro debito. Perché, come ci spiega l’altra faccia di questo governo, la gestione dei conti è fantasia, improvvisazione, gioia e perché no: peronismo.

Se la Lega insegue i sogni del Sultano, il Movimento 5 Stelle ha mostrato fin da subito simpatie per le avventure sudamericane, dal Venezuela di Hugo Chavez alla meno recente Argentina di Juan Domingo Peron. Ovvero il fascino letterario del realismo magico raccontato da Garcia Marquez tradotto in politica: terzomondismo naïf, ruralismo luddista, dialettica rubata dalla filmografia su Zorro. È più significativo tuttavia tornare a sottolineare il triste epilogo dei paesi simbolo della narrativa sovranista. Sul Venezuela molto si è detto e scritto. Il paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo ridotto a cosplay di Weimar in seguito a vent’anni di socialismo straccione. Per quanto riguarda l’Argentina, le notizie arrivano più sbiadite. Qualche appunto.

Il governo del conservatore Mauricio Macri si ritrova da mesi nel mezzo di una crisi di fiducia, con l’economia avvitata su se stessa. Il paese soffre da sempre di un’inflazione endemica – a riprova che la sovranità monetaria è per pochi – costantemente in doppia cifra. L’ultimo tentativo compiuto per fermarla ha generato il principale crack finanziario del XXI secolo. Cronaca recente: l’Argentina, non godendo di alcuna credibilità sui mercati, è costretta a finanziarsi tramite bond a 35 giorni – cosiddetti Lebac – ad altissima volatilità. Ciò significa che ad ogni minimo sussulto lo stato può trovarsi aste deserte e senza fondi ad una velocità folle; e si dà il caso che di sussulti ne siano arrivati più di uno. Il primo viene dal nuovo corso monetarista della FED, che dopo anni di Quantitative Easing ha stretto i cordoni e provocato un aumento dei tassi d’interesse, dirottando gli investimenti dall’Argentina verso Washington. Il secondo – e conseguente – fallimento degli obiettivi del governo. Esito: crollo del peso e inflazione galoppante. Con i rendimenti sui titoli più alti al mondo (70%) per cercare di piazzare i propri Lebac e 50 miliardi di aiuti in arrivo dal Fondo Monetario Internazionale, l’Argentina intimamente sempre peronista si avvia verso un autunno caldissimo.

Nella speranza che qualche lettore sia rimasto fin qua, un riassuntino: scarsa stabilità economica, dipendenza dall’estero, poca credibilità finanziaria in aggiunta a giustizialismo anti-impresa, assistenzialismo pauperista, rifiuto del mercato. Il ritratto dell’Argentina di Peron e Kirchner, ma anche dell’Italia così come vista da Di Maio e Toninelli. La sola cosa che ancora ci permette di rimanere a galla rispetto alla Casa Rosada è l’ombrello offerto dall’Unione Europea e dall’euro; nonché un apparato statale non ancora succube della decrescita cubana.
In attesa che l’Italia molli le ancore dal porto sovranista, solita sequenza di consigli non richiesti: gestione seria e serena dei conti pubblici, investimenti sì ma strutturali, non mancette a deficit. Si guardi oltreoceano. Sostegno vero – e non di facciata – all’EU, fine delle avventure azzardate. E poi diciamolo: nel 2018 evocare ancora il mondo fatato di Pepe Mujica è un disco rotto, dimostra solo la subalternità mostrata da certe aree politiche ai romanzi di Marquez usati come testi di macroeconomia. La direzione opposta alla Federazione Europea è il Sudamerica di Lula o la Turchia di Erdogan, è bene ricordarlo.

 

Autore: Filippo Pasquali