Mondiali di calcio: se il pallone entra nella porta sbagliata

Anche il mondo del calcio può stimolare delle importanti riflessioni sui concetti di nazionalità e internazionalità, specie se guardando i mondiali vediamo nazionali multietniche o atteggiamenti violenti di superiorità. Il mondiale di calcio unisce i popoli o li divide?…
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Una delle ultime sere, stavo seguendo una partita dei mondiali di calcio in televisione e mi sono imbattuto in una mirabolante affermazione del telecronista di turno: “Per la patria si dà sempre qualcosa in più!”. Con estrema meraviglia, prima di tutto mi sono reso conto dell’ignoranza politica e storica del tale, ma poi mi sono domandato, questa volta con preoccupazione, se siamo nel 2018 o nel 1936, quando a Berlino Hitler organizzava le Olimpiadi per dimostrare la superiorità ariana anche nello sport, all’insegna della razza, della patria e della nazione.

La riflessione che mi sono posto e che, lo ammetto, continuo a pormi è: la Coppa del Mondo di calcio è un evento tendente al nazionalismo o al federalismo, all’unione fra le nazioni?

Sappiamo come nel corso del XX secolo lo sport sia stato un elemento fondante della propaganda nazionalista, che inseriva all’interno del gioco e della competizione le componenti di identità fra simili e di inimicizia con tutti gli altri. Il fine, ovvio, era quello di incrementare la coesione del noi e la divisione con loro. Allo stesso tempo, sinteticamente sappiamo che il federalismo riprende quanto Immanuel Kant teorizzava nel suo saggio “Per la pace perpetua” riguardo all’uguaglianza fra i cittadini di tutto il mondo, compresi in un contesto globale in cui vi è un potere comune ideato per evitare qualsiasi guerra fra gli uomini.

Andiamo al dunque. Quali sono le caratteristiche proprie dello sport che non lo condannano a una rappresentazione della cruenta lotta fra popoli, come poteva accadere ai tempi hitleriani?

Innanzitutto, ci sono alcuni elementi intrinseci allo sport che possono facilitare la fraternità e la veicolazione sana della naturale competizione fra esseri umani. Dopo tutto, se sfocia nel gioco, lo scontro non si ammorbidisce forse in un incontro? Due squadre nazionali che si sfidano su un campo da calcio, con i rispettivi tifosi che si siedono accanto sugli spalti e che si accodano insieme all’entrata dello stadio, non trasformano lo scontro in incontro? Io credo che, in qualche misura, le risposte possano essere (felicemente) positive.

Insomma, i colori, la gioia, i cori, i senegalesi con il petto nudo e tinto di rosso, giallo e verde, i brasiliani illuminati dalle loro splendenti maglie gialle, gli islandesi che si presentano con le barbe lunghe e che cantano in coro credo possano costruire simpatia in chi li guarda e li conosce. Non è questo il lato migliore e più profondo proprio dello sport?

Inoltre, proprio nello sport gli istinti di superiorità tipici del sentimento nazionalista possono arenarsi davanti alle sconfitte o alla scarsa competitività contro le altre squadre. Ad esempio, gli italiani, perdendo, potrebbero aver compreso che non sono i migliori del mondo e che la loro paventata superiorità calcistica altro non è che miraggio di anni (e di fortune) che furono, visto che anche la Svezia e la Macedonia paiono in grado di fermarli. E allo stesso modo credo possa accadere per molti altri (olandesi?, argentini?, tedeschi?, spagnoli?).

Un’altra questione interessante riguarda, a parer mio, il fatto che, durante i mondiali di calcio, chiunque si accorge che ciascuna nazionale dovrebbe più propriamente essere chiamata multinazionale. Perché? Perché la formazione della Francia pullula di francesi con origini africane, quella della Germania è costernata da tedeschi di origini turche, quella della Nigeria ha qualche titolare con la pelle chiara e calciatori di origine slava e kosovara sono inclusi in tutte le rose europee. Morale: forse è vero che i confini non sono costruiti seguendo le divisioni di sangue!

Purtroppo, però, ora è il momento di elencare anche qualche punto che mi fa credere che la Coppa del Mondo sia una manifestazione che abbia effetti filo-nazionalisti.

Eric J. Hobsbawm, storico britannico, in “Nazione e nazionalismi” raccontava di quando, a inizio Novecento, si disputarono le prime partite fra squadre nazionali e di come, con i nazionalismi non ancora pienamente consolidati, si potesse intravedere nello sport l’idea di nazione in carne e ossa. Quanto oggi queste osservazioni possano essere considerate attuali non è facilmente dicibile, ma, sicuramente, il nazionalismo ha storicamente fatto leva sullo sport per diffondersi.

In secondo luogo, io credo che tuttora permanga nei tifosi, nonché cittadini, l’identificazione, alle volte radicale, con le bandiere, le maglie, le vittorie, le sconfitte o i giocatori (che solitamente vengono celebrati più delle eccellenze dell’arte, della letteratura e della cultura), generando spesso il contrasto con gli stessi simboli appartenenti alle squadre avversarie (vi dicono qualcosa la rivalità degli italiani con i tedeschi o quella dei brasiliani con gli argentini, ad esempio?).

In terzo luogo, come accennavo prima, vi è un manifesto problema con la terminologia utilizzata dal mondo dello sport. Infatti, parlare di nazionali è errato, perché i confini degli stati non corrispondono mai (con la eventuale sola eccezione del Giappone) con i confini delle nazioni. A chi non ci crede, chiedo di trovare dieci usanze tipiche in comune fra un altoatesino e un siciliano, oppure fra un catalano e un madrileno. E allora perché le chiamiamo nazionali? Semplice: perché il sistema della Coppa del Mondo è nelle mani degli stati nazionali, che in quanto tali per sopravvivere devono nazionalizzare. Questa imprecisione sostengo non aiuti per nulla a educare alla realtà, cioè alla presa di coscienza dell’unicità del genere umano.

Trovare una risposta dirimente alla domanda iniziale richiederebbe un’analisi più approfondita, che forse può essere ricercata solo da qualche invasato, perché nel frattempo tutti gli altri si godranno i gol e le emozioni che il calcio e lo sport possono regalare. Ma forse non si tratta di una divisione dicotomica, quindi vi invito a mettervi nel mezzo; mentre assaporate il calcio giocato, provate a meditare sui suoi effetti: si scopre un mondo di cose!

 

Autore: Andrea Zanolli