I vincitori

Nel nostro ultimo numero di “Eureka!” facciamo il punto della situazione sull’esito delle elezioni politiche italiane, cercando di capire se sia in atto un vero e proprio cambiamento oppure se sia stato solo un rifiuto del passato…
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L’avvocato difensore degli italiani scende in campo. Il biglietto da visita che il neo premier ha presentato a circa sessanta milioni di giovani e vecchi, parte lesa di un processo in cui non sapevano di essere, dice tutto e nulla. Risponde però alla retorica dei due partiti vincitori, M5s e Lega, che hanno fatto della cura degli interessi italiani il loro imperativo categorico. Dal loro matrimonio non poteva che nascere un avvocato, difensore per l’appunto, come da una famiglia di medici legge vuole che il primogenito faccia il medico da grande. L’utilizzo dei mezzi pubblici, le citazioni tratte dai vangeli, i documentari fai da te postati su YouTube, tutto fa parte del grande apparato della corte del populismo, termine che il Presidente Conte stesso ha rivendicato in occasione del discorso di insediamento alle Camere. E termine che da due anni a questa parte, dall’elezioni di Trump, ha acquisito un ruolo di primo piano nel vocabolario della politologia contemporanea. Ha spazzato via le antiche divisioni di destra e sinistra, si dichiara post-ideologico, etichetta i suoi banditori come populisti, coloro che fanno generalmente gli interessi del popolo. Come lo fanno i sovranisti, anch’essi contrari a quelle organizzazioni sovranazionali che scavalcano le prerogative di un popolo che si vuole sovrano.

Gli eventi che hanno caratterizzato la formazione del governo italiano, il non placet di Mattarella, la minaccia di una tempesta finanziaria, la possibilità di un nuovo governo tecnico guidato da Cottarelli, sono stati una manna per i difensori del popolo sovrano. Per coloro che leggevano l’atto di Mattarella come un attentato, un alto tradimento, un’incostituzionalità bella e buona. L’accusa di impeachment, lanciata e poi smentita, il ritorno alla normalità con il nuovo governo finalmente insediatosi, sono conseguenze da una parte degli sbalzi di umore di un popolo sovrano che si è sentito franare il terreno sotto i piedi, dall’altra dalla soddisfazione di uno dei bisogni primari delle democrazie occidentali, le elezioni dei rappresentanti del popolo. E i nuovi rappresentati sono stati eletti sulla base di un programma che, in barba ai parametri deficit/Pil, al debito pubblico, alla tenuta dei conti, punta su un piano di riforme che sembra non scorgere i temporaleschi eventi che si ingrossano all’orizzonte, l’economia globalizzata, la minaccia dei nuovi stati-continente, gli sconquassi sociali del Medio Oriente, e del continente africano. D’altronde, è corollario del sovranismo concentrarsi solo sui problemi di casa propria, prendere un paese e considerarlo come un tutto isolato, un blocco identitario su cui mettere mano. Per questo il contratto di governo contiene soltanto un piccolo paragrafo dedicato all’Unione europea, relegato nelle ultime pagine.

Un accenno obbligato ormai per tutti sovranisti e no, anche solo di poche righe. Se poi la mano che l’abbia vergato sia più di uno che di un altro, è di poco conto, perché la firma del contratto obbliga entrambe le parti, come alla fedeltà reciproca il contratto matrimoniale. Qualora l’idolo sotto cui sia nato questo governo si riveli più populista che sovranista, allora i suoi rappresentati potranno venire meno ai patti senza delegittimarsi agli occhi del popolo che li ha eletti. Questo perché saranno sempre in un modo o nell’altro amici del popolo, primi tra primi. A quel punto, spinti dalla necessità e a fare i conti con la dura realtà, si rivolteranno contro se stessi, tradiranno il partner, ma come in un matrimonio che si rispetti senza perdere le buone apparenze in società. La condizione perché avvenga il cambio d’abito in corsa si è già verificata, come sono già avvenuti i primi ritocchi al contratto per mano del ministro dell’economia, Giovanni Tria. La condizione è stata l’assenza di un qualsiasi confronto diretto tra le parti in campo, Pd, M5s, Lega, Forza Italia, che si sono presentati all’appuntamento del 4 marzo scorso, aldilà delle battute dei vari leader lanciate con i tweet e riportate dai telegiornali. Con il confronto è venuta meno l’ipotesi che si verificasse in Italia quello che si è verificato in Francia con i ballottaggi per le presidenziali tra Le Pen e Macron. Ossia che emergesse nel dibattito politico un tema, che se anche nel mondo della carta e dei contratti occupa un misero angolino, nel mondo reale fa sentire il suo peso. L’Unione europea, il suo presente e futuro, la sua riforma o la sua distruzione. Questo non si è verificato. E si è lasciato fare, l’onda populista che è stata annunciata da tutti, dai suoi detrattori come dai suoi più coraggiosi surfisti, ha travolto tutto. Non vi sono state opposizioni, né un contro-discorso che cercasse di cambiare, anche in extremis, l’ordine delle cose.

Alla fine è rimasta una gran confusione e incertezza sul futuro, se il governo deciderà di mettersi a lato nel processo di riforma e revisione dei trattati dell’Unione, se costantemente vorrà metterla in crisi o meno. La mancanza di chiarezza su questo punto può portare a tutto, ad interpretare che la tacita volontà degli italiani sia quella di uscire dall’euro e dall’Unione, o che il voto del 4 marzo sia stato solo un voto di protesta, di cambiamento contro i vecchi partiti. Cosi come possono essere sconfessate le premesse iniziali, e i due partiti vincitori riorientare le lancette delle proprie bussole su un euro-euforia, anche se tiepida. Questo solo se prevarrà il dio populista, che è un dio metamorfico. Nel frattempo rimane nell’aria una frase generica, “sono l’avvocato difensore degli italiani”.

 

Autore: Salvatore Romano