Ciò che unisce e ciò che divide Pyongyang e Teheran

Nel seguente articolo di “Eureka!” riflettori puntati sugli equilibri asiatici che coinvolgono Iran, Arabia, Corea del Nord, e ovviamente gli Stati Uniti d’America. Le forze in gioco sono tante, l’influenza europea praticamente nulla…(Tutte le nostre attività e iniziative sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/GfeSezVerona/?fref=ts)

 

Tra Pyongyang e Teheran ci sono più di 10000 chilometri, eppure la storia recente rende questi due popoli uniti da un comune destino, anche se con un apparente finale diverso per ora. Dalla rivoluzione islamica del 1979 l’Iran è stato relegato a stato canaglia da parte dell’occidente, trovandosi quindi in una situazione simile a quella della Repubblica Democratica di Corea, la quale è sì uno stato vassallo della potenza cinese ma che in quanto a rapporti con l’occidente sta agli stessi livelli di Teheran. Un’altra caratteristica ad unire questi due stati è il comune desiderio di possedere un arsenale nucleare in grado di porli in una posizione quantomeno di presunta parità con l’acerrimo nemico di questi due paesi: gli Stati Uniti d’America.

La situazione però negli ultimi anni aveva cambiato di prospettiva; infatti la Repubblica islamica aveva accettato di firmare un accordo storico con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dalla quale otteneva l’eliminazione delle sanzioni internazionali nei suoi confronti in cambio di un blocco di un lustro per l’arricchimento dell’uranio e la possibilità per l’agenzia di ispezionare i siti, anche quelli ad uso militare. Questo accordo, che non eliminava comunque la possibilità che in un futuro l’Iran potesse tornare a rappresentare un problema per l’occidente ma sicuramente era un passo in avanti rispetto al travagliato passato – per usare un eufemismo –, le relazioni tra la Repubblica degli Ayatollah e gli Stati uniti. Per questo accordo purtroppo si deve parlare al passato, in quanto il Presidente americano Donald Trump, senza dare troppo bado alle proteste degli alleati della NATO e in particolare del presidente francese, ha deciso di ritirarsi dall’accordo, poiché a detta sua l’Iran non ne rispettava lo spirito. Il problema principale di questa sua affermazione sta nel fatto che gli accordi non hanno uno spirito ma dei criteri da rispettare, e sia l’Iran che l’occidente li stavano rispettando, quindi non si capisce dove si trovasse il problema.

In soccorso però ci viene sempre l’economia, ormai unica materia in grado di spiegare in maniera un po’ più limpida ciò che agli occhi pare offuscato. L’Iran è da sempre il principale nemico della potenza egemone del Medio oriente alleata degli Stati uniti, l’Arabia Saudita, la quale ha sempre visto con una certa sofferenza gli accordi siglati a Vienna nel 2015, in quanto consentivano agli iraniani di vendere all’estero l’enorme quantità di gas naturale prodotto, più ecologico del petrolio, di cui l’Iran possiede la seconda riserva mondiale, andando quindi ad indebolire il potente petrolio saudita. Non di meno vi è la questione atavica di sunniti sauditi contro sciiti iraniani. La logica ci porta quindi a pensare che Trump, per rafforzare i suoi rapporti con Ryahd e il nuovo principe ereditario Bin Salaman, abbia deciso di abbandonare un accordo che avrebbe indebolito sia lui che lo storico alleato.

Fin qui non ci dovrebbero essere problemi nella comprensione delle azioni in ogni caso sconsiderate di Trump, se non che l’eccentrico tycoon un paio di settimane fa ha deciso di riabilitare la Repubblica della Corea del nord e il suo leader Kim Yong Un, dopo che dall’inizio del suo mandato aveva iniziato un scontro a suon di Twitter contro di lui. L’incontro avvenuto a Singapore rappresenta sì una data storica per le relazioni internazionali, in quanto due paesi che non si erano parlati, se non in maniera muscolare, negli ultimi settant’anni hanno deciso di incontrarsi e di firmare insieme un accordo di intesa, che da un lato poneva al centro la denuclearizzazione totale della Corea del nord e dall’altro la fine della presenza americana a protezione del Sud, il che ha lasciato sbigottita Seul, non era stata informata di ciò. Il tutto però in maniera unilaterale, senza sentire alleati, senza che ci siano controlli sull’effettiva validità dell’accordo, tutto basato su una stretta di mano che in politica internazionale conta come il due di coppe con la briscola a spade. Per questo accordo è molto più difficile trovare una spiegazione logica, se non quella di un accrescimento della coda da pavone dei due interessati: da una parte, un dittatore tra i più sanguinari della storia; dall’altra, un uomo che valuta se stesso in base al numero di affari che riesce a portare a termine. Il vero problema di questo accordo è che di fatto non va a modificare di un non nulla l’equilibrio internazionale.

La domanda lecita che ci si dovrebbe porre dall’esterno è: perché la Corea sì e l’Iran no? Cosa pone su due piani differenziati uno stato che avrebbe un’effettiva possibilità di colpire in maniera seria gli alleati dell’America come Israele, data la sua vicinanza all’Europa, la sua dimensione sia geografica che economica, e uno stato ridotto all’orlo del baratro con frequenti carestie e che in caso di attacco sarebbe soggiogato in tempi da invasione polacca?

A noi mortali non è dato sapere. Per noi europei, fatto sta che le continue uscite di Trump ci rendono deboli e indifesi. Servono nuovi strumenti più autonomi, ma di questi tempi l’Europa sembra più immobile di un morto.

 

Autore: Pietro Franceschini