Tutti vincitori, uno sconfitto: l’Europa

epa04456094 An exterior view of the European Parliament and flags in Strasbourg, France, 21 October 2014. EPA/PATRICK SEEGER

“E quindi tutti perdenti. Perché l’Europa non riesce a reagire: il punto della situazione e consigli non richiesti ai sovranisti nostrani di tutte le razze – a pelo corto e a pelo lungo – su come procedere insieme senza consegnarci alla Russia”

Nel primo articolo di “Eureka!” parliamo della questione migratoria che ha tenuto banco sia in Italia che tra i banchi del Parlamento Europeo. Uno dei tanti problemi che troverebbe soluzione con la presenza di un’ Europa Federale ma che, per adesso, dobbiamo continuare a guardare con gli occhi di chi sa che, finchè la situazione non cambierà, il problema non cesserà di esistere.
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All’ultimo Consiglio europeo del 28-29 giugno, i capi di stato dei ventotto paesi si sono seduti intorno al tavolo per mettere in scena l’ennesimo psicodramma UE. Si intende risparmiare i retroscena delle trattative apparsi sui giornali, per senso di dignità. Breviario: Frecciatine, veti incrociati, litigi a mezzo stampa, fuga di notizie false – appositamente – per confondere gli sherpa altrui impegnati in trattative, più altri mezzucci vari cui si rimanda l’approfondimento ad un qualsiasi Quotidiano Autorevole Nazionale©.

Principale oggetto del contendere la gestione della “crisi” migratoria, ma anche una grande assente.
Procediamo con ordine.

Antefatti (con paradosso).

Negli ultimi 4-5 anni il flusso migratorio da Africa e Medio Oriente verso l’Europa ha messo in crisi i principi solidaristici propri della costruzione europea. Sbarchi a Lampedusa e nelle isole greche. La rotta balcanica viene chiusa tramite un accordo con la Turchia, successivamente accogliamo un milione di rifugiati, il che rompe gli equilibri nella società tedesca. La rotta mediterranea – che piaccia o meno – viene chiusa nel 2017 dal ministro degli interni Minniti, come dimostra il crollo dell’86% di sbarchi sulle coste italiane rispetto all’anno precedente. Ora il paradosso: man mano che la crisi rientrava, cresceva il fronte sovranista del chiudiamo le frontiere. In serie: Kurz porta la destra al governo in Austria, Orban (ri)vince in Ungheria, il gruppo di Visegrad alza la posta e detta la linea, Le Pen incalza in Francia, come pure i colleghi dell’AFD in Germania, Salvini vince le elezioni diviene ministro dell’interno e chiude i porti. Sui motivi del successo dell’onda nera si sono già pronunciati numerosi esperti, corrispondenti unici, giornalisti e giornalai carichi di approfondimenti & analisi della sconfitta. Passiamo oltre.

I protagonisti e i loro interessi

Si sapeva da tempo che Merkel si sarebbe presentata al Consiglio Europeo con il fiato sul collo del suo ministro degli Interni Seehofer, nonché leader della CSU bavarese, su cui si regge il governo. L’aut aut? Stop ai movimenti intra-EU di rifugiati, altrimenti si torna ad elezioni.

Il quartetto di Visegrad – insieme ai baltici e all’Austria, futura presidente semestrale del Consiglio dell’UE – si pone un obbiettivo molto semplice: nessun migrante oltrepassa i nostri confini nazionali. I moderati della situazione.

Francia-Spagna firmano con un documento congiunto: hotspot europei ma situati nei paesi di sbarco, sì alla redistribuzione dei migranti, stop ai flussi. Posizione già espressa al mini-vertice che ha preceduto di una settimana il Consiglio, concluso in un nulla di fatto.

In tutto questo, nelle settimane precedenti al vertice, l’Italia diventa la mina vagante della situazione. Il nuovo governo Conte chiede con vigore la redistribuzione tra i paesi membri dei migranti approdati in Italia, invoca solidarietà e collegialità dell’emergenza. Il suo ministro degli interni prende il telefono e invita l’omologo austriaco Strache a Roma. E poi chiama Seehofer. Quindi Kurz se ne esce con il ‘ricostruito asse Roma-Vienna-Berlino’, quanti ricordi. Conte torna ad agitare lo spettro del veto se i paesi non ascolteranno le richieste italiane: i gialloverdi chiedono il rafforzamento dei piani UE di controllo delle frontiere esterne e l’installazione di hotspot nei paesi africani di transito, per vagliare in loco le richieste di asilo. Il suo ministro degli interni prende l’aereo – militare – e vola a Tripoli. Preso atto del nulla cosmico ottenuto finora, Conte alza il tiro e sbarella la (non) strategia tenuta, attaccando Parigi e Madrid, mentre i primi ministri – pardon, viceministri – bombardano Tunisi, La Valletta e Berlino. Arrivati al punto in cui Machiavelli non capirebbe più, ma Dr. Jekyll sì, ovvero il Consiglio stesso, Conte si presenta per “sbattere i pugni su quel tavolo”, rispolverando un vecchio slogan grillino finito male.

Chi ottiene cosa

Il documento prodotto dallo Psicodramma è un insieme di formule che non impegna nessuno, ma che permette a tutti di uscire in conferenza stampa e sostenere di aver incassato il risultato. E infatti il primo a farlo è il nostro Conte, che sventola orgoglioso il documento finale salvo poi rivelarsi una fregatura. Hotspot nei paesi di primo approdo – cioè noi – redistribuzione dei migranti solo su base volontaria – ovvero nessuno o quasi. Bene il sostegno alla Libia e l’idea di istituire accordi con i paesi di transito. I Visegrad & co. ottengono lo stralcio della solidarietà obbligatoria e soprattutto l’accordo di votare in futuro modifiche al regolamento di Dublino – quello che regola materie riguardanti l’immigrazione – per unanimità. Tradotto: nessuna modifica verrà mai apportata. Merkel guadagna rassicurazioni sui movimenti secondari, che le permettono – forse – di salvare il governo. E la riforma discussa e votata dal Parlamento Europeo fuori dai riflettori è scartata, per rimarcare l’ormai conclamata supremazia degli stati nazionali all’interno del processo decisionale. Appunto per i populisti: prima di battere pugni a destra e a manca, si suggerisce di individuare una strategia. Non si può invocare solidarietà europea e nello stesso tempo (ri)costruire improbabili assi con euroscettici vari. Ancora una volta, giocare a fare il nazionalista preclude richieste di solidarietà, trovandosi costretti ad accusare altri paesi. Esasperando i problemi.

La grande assente

Secondo le attese della vigilia, a fare da co-protagonista della discussione, sarebbe dovuta concorrere la riforma dell’Eurozona. E invece lo Psicodramma Migranti si è rubato tutta la scena. Le tensioni accumulate nelle settimane precedenti, sia tra Paesi che in seno agli stessi governi, ha fatto sì che il dibattito venisse monopolizzato dalla questione, per la sopravvivenza di Schengen. Intanto, però, le riforme – quelle importanti – posticipate. Unico accordo raggiunto la stesura di una road map simile a quanto promesso per la riforma di Dublino. Della serie: “grazie per essere venuti, vi faremo sapere”. I punti salienti, per dovere di cronaca: trasformazione del Fondo Salva Stati (ESM) in un Fondo Monetario Europeo e completamento dell’Unione Bancaria con strumenti comuni di assicurazione sui depositi. Stralciati: bilancio dell’Eurozona, Ministro delle Finanze UE. Anche qui l’Italia ha giocato un ruolo ambiguo, per cui si veda di sopra: flirtare con Visegrad, minacciare, rovesciare il tavolo non porta da nessuna parte. Il nostro governo chiedeva fondi comuni contro la disoccupazione e un sistema di aiuti per i paesi in difficoltà durante crisi cicliche. Ci portiamo a casa un ‘ne discuteremo’, più la richiesta – secondo i retroscena – di effettuare in autunno una manovra correttiva da 5 miliardi di tagli, per non deviare dai binari della riduzione del deficit. A dimostrazione che voltare le spalle ai volenterosi alleati, quali il nucleo fondativo, non porta che a sbattere contro un muro di altolà. Subito dietro c’è il muro della realtà, ma per quello basta aspettare la Legge di Bilancio autunnale.

 

Autore: Filippo Pasquali