La guerra siriana e la coscienza silente dell’occidente

Nell’ articolo di “Eureka!” di oggi ci concentriamo sulla questione Siriana e tutte le relative nazioni coinvolte, visto che tale zona è sempre stata un forte banco di prova per la supremazia internazionale delle potenze mondiali.
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Negli ultimi giorni i cieli siriani sono stati oggetto di raid arei da parte delle forze da parte di tre paesi occidentali, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna; l’obbiettivo dichiarato della missione era quello di colpire alcuni siti di stoccaggio di armi chimiche di cui la dittatura della famiglia Assad sia durante la guerra fredda, con il padre Hafiz al Assad, il capostipite della famiglia, e poi, con il figlio Bashar, ha fatto scorte. La missione delle forze anglo-franco-statunitensi, dovuta all’utilizzo di armi chimiche nella zona del Ghouta a pochi giorni di distanza, ha interessato i territori vicino a Homs, uno dei principali centri del paese e teatro di forti scontri. Precedentemente all’attacco sono stati avvisati i russi, principali alleati di Assad, i quali hanno così potuto evitare una strage; inoltre, i missili sono stati lanciati in modo tale da non invadere lo spazio aereo sotto il controllo di Mosca. Su 120 missili lanciati 13 sono stati intercettati dalla contraerea siriana e le persone ferite dall’attacco sarebbero 3, morti 0.

Questi ad oggi sono i fatti sono questi meno uno: la guerra in Siria non è ancora finita; ma ormai siamo arrivati ad una situazione post Dday, in cui però i cattivi hanno vinto. Non che la zona pulluli di spiriti nobili a favore della democrazia, quantomeno per come la intendiamo noi; fatto sta che il regime siriano sta riconquistando pezzo dopo pezzo i territori perduti in sette anni di guerra che verranno ricordati come tra i più sanguinari di sempre ma soprattutto perché noi, il mondo libero, i ricchi del mondo, siamo stati fermi a guardare.

Le motivazioni che hanno portato allo scoppio della guerra in Siria sono da ricercarsi all’interno del movimento che ha colpito quasi tutti i paesi mussulmani delle aree del Maghreb, della penisola araba e del Medio oriente, ossia la Primavera araba. La Siria, però, non è uno stato qualsiasi, poiché nell’intricato equilibrio mediorientale Damasco occupa un posto speciale in quanto ha due alleati molto potenti che dalla caduta del regime hanno troppo da perdere. Il primo come è noto è la Russia, la quale già ai tempi della guerra fredda con Kruscev aveva stretto rapporti molto stretti con la Siria ottenendo intorno agli anni ‘70 la concessione della base militare di Tartus sul Mediterraneo, facendo diventare la Siria un ponte per Mosca per potersi inserire in tutte le questioni che riguardano la zona. Dall’inizio della guerra ad oggi, i russi hanno offerto copertura aerea e l’invio di vari contractor che combattono sia contro lo stato islamico sia contro i ribelli siriani. Il secondo alleato forte è l’Iran. La teocrazia sciita di Teheran ha infatti nella famiglia Assad un importante alleato in quanto il regime di Damasco appartiene alla setta Alawita, una delle branche dello sciismo, e, benché il paese sia a maggioranza sunnita, la situazione prima del conflitto era abbastanza stabile, con la minoranza sciita saldamente al comando di tutti i ruoli di potere. Insieme al movimento rivoluzionario sciita libanese di Hezbollah, essi formano la mezzaluna dello sciismo, un’importante alleanza per le sorti della regione e soprattutto dei fedeli sciiti da sempre in minoranza rispetto ai sunniti. Ma c’è un’altra motivazione per cui la Siria deve rimanere stabile per l’Iran, e questo riguarda il vero nemico di Teheran, ossia Israele; e secondo molti esperti quello che sta avvenendo in Siria sono i preparativi per un più vasto conflitto regionale contro lo stato ebraico al momento impegnato a reprimere con la massima durezza le rivolte nella striscia di Gaza. Teheran nel corso degli anni ha inviato varie milizie armate, consiglieri militari ed armamenti, tra cui anche i guardiani della rivoluzione, i Pasdaran.

Contro il regime di Assad invece combattono l’Esercito libero siriano, che al giorno d’oggi conta sempre meno effettivi ed al suo interno si trova sempre più diviso in varie microfazioni; ci sono poi i fondamentalisti islamici di Tanzim Huras al Deen, alleati di Al Qaida, e Hayat Tahir Sham, ex Al Nusra (il gruppo che aveva rapito due giovani italiane), e i Curdi, i quali sono riusciti a compiere numerose vittorie sul campo ma che hanno ben poche possibilità  di riuscire a mantenere il controllo delle zone conquistate per l’ostilità della Turchia e perché le forze pro Assad sono meglio equipaggiate e più numerose, e soprattutto la nuova amministrazione americana sembra non aver interesse a rimanere in zona, anche se a Washington le cose tendono a cambiare da un giorno all’altro.

In queste brevi righe ho cercato di riassumere al massimo quello che sta accadendo in Siria, tralasciando tutte le atrocità commesse in un conflitto che però ha effettivamente sorpassato il limite, se mai ce ne fosse uno in questi casi; l’utilizzo di armi chimiche durante la guerra è stato accertato per 7 volte da parte dell’Agenzia internazionale per le armi chimiche, l’OPAC, mentre le denunce all’ONU sono 16. In questa situazione però manca sempre un unico punto di vista, ossia: cosa ne pensa il popolo siriano? Chi ha a cuore i loro interessi?

L’ONU è troppo debole per poter portare avanti queste istanze, con il Consiglio di sicurezza nascosto in veti e contro veti. Quindi quello a cui stiamo assistendo è solo una personalizzazione della guerra, perché da una parte l’amministrazione Trump colpisce la Siria un po’ per far vedere che ancora c’è sul piano internazionale, un po’ per dimostrare la sua distanza da Mosca in un periodo in cui le indagini sul russiagate sono arrivate al dunque; dall’altra abbiamo l’Inghilterra che, per colpire la Russia per il caso Skripal, si aggrega all’America, abbiamo la Francia di Macron, che, anziché cercare una strategia comune europea, sempre che la cosa sia possibile, parte in solitaria un po’ come Sarkozy in Libia e speriamo con esiti migliori. Ma in tutto ciò quello che mi lascia più interdetto è l’opinione pubblica occidentale che si indigna perché sono state sganciate delle bombe in Siria da parte delle potenze occidentali, alzandosi a paladini del diritto internazionale in un luogo in cui questo non esiste al momento. Siamo un popolo che non ha più la capacità di capire quali sono le sue battaglie, ci scagliamo gli uni contro gli altri secondo un pacifismo sterile che serve solo a farci sentire in pace con noi stessi, ignorando che le conseguenze di questa guerra le stiamo pagando noi sulla nostra pelle perché la rotta balcanica viene da lì, non casca dal cielo. E poi spiegatemi perché ci si indigna per i missili occidentali e non per il gas usato dal regime di Assad.

La guerra in Siria è persa, ma forse quelli che stanno perdendo di più siamo noi, che ci siamo rammolliti, che non abbiamo una rotta, che non sappiamo riconoscere bene e male, che pensiamo che la pace sia un dono dal cielo e invece è solo il sacrificio di qualcun altro.

P.S.: questo articolo non vuole assolutamente dire che dovremmo andare a sganciare bombe a caso per il mondo, ma è un forte invito ad una riflessione sul nostro rapporto con un fenomeno a noi fortunatamente molto lontano fisicamente. Pace e amore a tutti.

 

Autore: Pietro Franceschini