Perchè il nuovo che avanza ha già fallito

President Donald Trump holds up a proclamation on aluminum during an event in the Roosevelt Room of the White House in Washington, Thursday, March 8, 2018. He also signed one for steel. (ANSA/AP Photo/Susan Walsh) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Continua la pubblicazione degli articoli di “Eureka!”; oggi parliamo del tema dei dazi che ha recentemente coinvolto Usa e Cina, che, ancora una volta, riporta alla luce la necessità di abbattere ponti e costruire muri!
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All’anno primo della Nuova Era delle Barriere, il Fronte Internazionale Nazionalista muove le prime mosse. Tra questi amanti degli ossimori e dei muri, Trump sicuramente è il più prolifico – se non altro, perché i suoi colleghi occidentali non sono riusciti a vincere alcunché – nell’agitare lo scenario mondiale. Archiviati (per ora?) gli slogan contro i suoi vicini oltre il Rio Grande, il nostro si è subito scagliato contro la giungla del commercio globale; a suo dire penalizzante nei confronti dell’economia statunitense; che soffrirebbe di concorrenza sleale nei suoi prodotti. La soluzione? Un muro, ovviamente. Un muro di dazi. Così da fermare ‘l’invasione’ di prodotti stranieri e dare lavoro alle aziende nazionali, riequilibrando la bilancia commerciale. Funzionerà? Ovviamente no. Vediamo perché.

Tassare i prodotti esteri comporta una ricaduta per il consumatore, dal momento che il produttore salassato compenserà la perdita aumentando il prezzo finale. Questo risultato è scontato, ma è proprio quello che il Fronte Internazionale Nazionalista cerca di ottenere: a parità di prezzo, i prodotti nazionali torneranno competitivi, in modo da aumentare il profitto a scapito degli esportatori. Buy American, hire American.

Problema. Se i prezzi aumentano, il guadagno è per i produttori, non per i consumatori. Peggio: profitto non per tutti i produttori, ma solo una ristretta cerchia – quelli nazionali – altresì definita lobby. È vero che all’aumentare del profitto ottenuto, cresceranno le assunzioni e gli investimenti nel settore, ma tutto ciò avverrà a spese del resto della popolazione, costretta ad acquistare prodotti sovra-prezzati o a rinunciarvi.

Secondo problema, quello divertente. Se una nazione impone dazi sui prodotti importati per ottenere un vantaggio comparato, davvero ci si aspetta che le nazioni tassate restino a guardare? Se pensate di si, la storia non vi dà ragione. Ma nemmeno la ragione vi segue. Le nazioni tassate infatti, reagiranno con dazi pari almeno a quelli imposti loro, per mantenere la bilancia in equilibrio. E così via, verso una spirale guerrafondaia dannosa e basta, per chiunque.

Terzo problema. Ricondurre il vantaggio dei prodotti esteri alla concorrenza sleale o dumping, è disonestà intellettuale. Spesso, è un problema di costi legato all’efficienza e alla produttività del settore nazionale, non sempre connesso con lo sfruttamento dei lavoratori. Tassare i prodotti vantaggiosi significa nascondere la testa sotto la sabbia, fingendo di non vedere l’obsolescenza dei settori nazionali anziché riformarli o investire. Esempio: tariffe sull’import di pannelli solari perché ormai più vantaggiosi del carbone, in maniera da tenere in vita il settore artificialmente, evitando impopolari licenziamenti (Trump). La Rust Belt saluta, il resto del mondo un po’ meno. Buy the best, hire the best.

Tornando all’attualità, la prima tranche di dazi trumpiana guardava solo verso est, sui già citati pannelli solari e lavatrici made in China. La seconda è più impegnativa: importazioni d’acciaio da tutto il mondo, giustificando l’imposta sulla base della strategicità dell’acciaio. gli Usa, sostiene il nostro, non possono dipendere da potenziali nemici per la produzione di armi. Esattamente lo stesso motivo – ma declinato all’opposto – che ha portato noi europei, nel lontano 1951, a creare la CECA. Togliendo dazi e dogane per acciaio e carbone, ponendo così fine alle diatribe territoriali per il controllo dei giacimenti e limitando la possibilità di guerre tra i firmatari. La storia ha già giudicato.

 

Autore: Filippo Pasquali