Scelta di campo

Nel secondo articolo di “Eureka!” ci focalizziamo sulle difficili trattative in corso per governare il nostro Paese; da una parte chi ha i numeri, dall’ altra chi non cede o chi non ci sta. Di sicuro, però, più tempo passa e maggiore è il rischio che l’economia italiana entri anch’ essa in una fase di stallo tutt’ altro che produttiva.
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La scelta di campo è la più difficile. Una volta chiuse le urne, rimane ancora il grosso da fare. La formazione del governo, il minimo indispensabile per un Paese che voglia funzionare, sta diventando l’utopia, l’isola che non c’è degli elettori e degli eletti. Chi vuole continuare con il vecchio e chi vuole il nuovo a tutti costi, vincenti e perdenti, tutti chiamati a fare la loro parte. Ancora. Non è bastata una data singola. Prima di concludersi, il tour iniziato mesi prima con promesse e programmi, ha rinviato a un indefinito domani l’appuntamento finale. La causa è stata la legge elettorale, non il mal tempo. Ma quanto quest’ultimo è imprevedibile, tanto con la prima si poteva leggere nel futuro dei mesi che sarebbero venuti. Il conteggio infruttuoso delle schede elettorali, i giri a vuoto di consultazioni e dialoghi diffidenti tra le varie parti. Il panorama politico che presenta due poli forti, M5s e coalizione di Centro destra, e la terza gamba debole del Pd.

Il tutto ha l’aspetto dell’anomalia che da mesi i governi europei stanno vedendo recitare sul palcoscenico italiano. Da sempre il luogo ideale per i colpi di teatro più geniali, anche se oggi il copione di chi rimane senza governo è quello già adottato dalle compagnie tedesche, da quelle spagnole e belghe. Nessuna novità quindi per i governi europei, salvo svolgimenti davvero spettacolari, da tutto esaurito, da file infinite davanti le porte d’ingresso, da mitiche procedure di infrazione. Il secondo atto è già cominciato, e i dialoghi degli attori ruotano attorno ad un probabile accordo di governo, la comunione di alcuni punti programmatici. Il fine di tutti deve essere il bene comune. Ma la scelta di campo è la più difficile.

Uno, due, tre, quattro… Berlusconi conta sulle dita della mano i punti del programma che il leader del centrodestra, Matteo Salvini, sta dettando ai microfoni. Poi, quando quest’ultimo ha terminato, l’ex premier prima con un largo gesto accomiata lui e Giorgia Meloni, poi si curva sui microfoni e rivolge un appello diretto ai cittadini. “Attenzione, sappiate distinguere tra chi conosce le basi della democrazia e chi no”. La frecciata è diretta al M5s, ma il suo assolo mette sotto i riflettori le crepe all’interno della sua stessa coalizione, tra chi vuole comandare e chi è costretto nelle retrovie. Egli rimane comunque una variabile importante, abbastanza importante da ostacolare un accordo della sua coalizione con i cinquestelle, e da impedire a Salvini di prescindere dai patti stipulati con lui. Un peso di comparabile rilievo sembra avere, nel Pd, Matteo Renzi, il cui rifiuto di un accordo con i cinquestelle blocca sul nascere le trattative. Il Movimento sceso in piazza per protesta, ora si trova dall’altra parte delle barricate, nel ruolo della classe dirigente, e il suo compito è cercare un partner credibile con cui ottenere una maggioranza in Parlamento e creare un governo. Prima a destra, poi a sinistra. Può rivolgersi a entrambi perché la sua anima è divisa tra questi due poli di attrazione. La discriminante europea sembra non rientrare nei suoi calcoli, anche perché il messaggio che ha fatto veicolare nei mesi pre-elezioni è stato “Italia first”. Ma chi non ne tiene conto è destinato ad essere relegato negli ultimi posti, nel ruolo di scribacchino nelle aule delle relazioni internazionali. Che questa diventi la base comune ai diversi schieramenti, la chiave di volta di una vera scelta di campo, rimane l’auspicio di molti.

 

Autore: Salvatore Romano