L’euro è morto, viva l’euro!

Old Italian Lira and Euro banknotes

Nell’ articolo di “Eureka!” di oggi trattiamo un argomento molto discusso nel nostro panorama politico; quello della moneta unica. Le forze populiste hanno fatto leva più volte sull’ idea di tornare alla Lira, non considerando i veri e propri scenari apocalittici che si prospetterebbero nel nostro Paese; di seguito riportiamo la nostra analisi.
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Breve debunking sull’ipotesi di abbandonare la moneta unica europea. C’è da registrare che, nonostante la campagna elettorale, è un tema passato molto in sordina in tempi recenti. Alcuni partiti hanno approfittato delle elezioni per mitigare la loro posizione: MoVimento 5 stelle, Lega e Fratelli d’Italia, in sostanza. Altri invece, non hanno nemmeno provato – sinistra e destra extraparlamentari. Ma è davvero così? Analizzando le più recenti uscite, non si può dire con certezza quanto sia reale questo cambio di rotta nel dibattito politico. Di certo ci sono le recenti uscite a riguardo, nonostante l’ordine di scuderia di stemperare i toni sull’Europa. In particolare, la Lega, al di là di tutto, ha candidato tra le proprie fila Alberto Bagnai e Claudio Borghi ovvero i massimi supporters italiani del ritorno alla lira. Segno eloquente che l’idea di abbandonare la moneta unica è tutt’altro che passata dalle parti di via Bellerio. La lista non si esaurisce con l’ex sindacato del nord. Anche 5s, Forza Italia, Liberi e Uguali e FdI tentennano sulla questione.

Abbiamo dunque preparato un vademecum in caso di emergenza.

Svalutare per tornare a competere.

Primo mantra del fronte no-euro, cercare lo slancio delle esportazioni attraverso la svalutazione della lira, al fine di rendere più convenienti le merci italiane. Eppure, certifica l’Istat, nel 2016 l’Italia ha avuto una bilancia commerciale in attivo di 43 mld di euro. Significa che le nostre merci vanno già forte: in Europa solo la Germania fa meglio. Non solo, ma questo dato rappresenta un record. Tasso di crescita globale dell’export intorno al 4,8% dal 2008 ad oggi; e incidenza odierna del settore nel PIL pari ad un terzo di esso, quanto basta per diventare cruciale nel trainare la nostra economia. Questi risultati sono stati raggiunti con l’euro, non con la liretta che affonda. Uscire dall’UE per cambiare valuta comporterebbe la perdita in primis di tutti gli accordi commerciali attualmente in vigore, molto prima che qualsiasi altro effetto monetario abbia compimento. L’attenzione andrebbe semmai focalizzata sui consumi interni, più che quelli esterni, dal momento che sono fermi (-0,2%) dallo scoppio della crisi. L’inflazione, però, penalizza il mercato interno – universalmente considerata una tassa occulta – perché diminuisce il potere d’acquisto e vanifica eventuali aumenti del reddito. Alla luce di ciò, la proposta no-euro è di spingere ancora di più le esportazioni affossando i consumi nazionali come contraccolpo. Che la somma dei due movimenti risulti segno positivo è tutto da vedere. Tutti quelli invece che “competere con le merci tedesche avendo la stessa moneta non è giusto”, sono invitati a chiedere cosa ne pensi un campano delle merci emiliano-romagnole. Eventualmente, se rimpianga la grana di vecchio corso, una volta riavuta la lira nazionale. 

Svalutare per risolvere la crisi del debito.

Secondo punto caldo della questione, l’Italia attualmente detiene un debito pubblico di circa 2290 mld di euro, il cui rapporto con il PIL si è assestato a quota 132%. Spada di Damocle sopra la nostra economia, ma i no-euro hanno la soluzione anche per questo scoglio. Neanche a dirlo, si torna alla lira e si attacca a stampare.

Tutto bello-bello-bellissimo come direbbe qualcuno, ma anche in questo caso ci sono un paio di controindicazioni. La prima: al cambio di valuta unilaterale, è quasi scontato che i creditori chiedano – e ottengano – pagamento in euro, ovvero la valuta con cui è stato stipulato il contratto di acquisto dei BTP. Immaginate dunque, con la lira in picchiata, la bellezza di acquistare euro sempre più costosi in termini di cambio, per evitare il default. Weimar è vicina, ma l’Argentina lo è ancora di più: lo scenario appena prospettato è preso in prestito proprio dall’esperienza sudamericana.

Ma c’è dell’altro. Crollo della fiducia internazionale, emergenza tassi d’interesse, aste vuote. Chi comprerebbe debito sapendo che, alla data di riscossione, il bond contratto avrà perso valore a causa dell’inflazione? Per non mancare un’asta – data l’assenza della BCE che fa da garante – servirà offrire tassi di interesse da crisi economica (>30% yield per coupon), per garantire al creditore un introito potenziale, al netto dell’inflazione galoppante. Ma se il tasso di interesse schizza di pari passo al crollo dell’inflazione, dove sta il vantaggio sul lungo periodo? In realtà non lo si vede nemmeno nel breve, ma Borghi non lo sa. Come nemmeno sa dare una risposta al problema dei tassi di interesse “che-tanto-sono-fissati-da-Euribor”. Qualcuno lo avvisi che vale solo per la zona euro e non riformeranno sicuramente il sistema per venire incontro alla liretta. Non dare risposte sarà parte della strategia d’uscita, stile piano B di Varoufakis nella crisi del 2015 in Grecia. Altro piano segreto bello-bello-bellissimo che nessuno ha mai decifrato. Nell’attesa, altro quesito: se il debito è detenuto attualmente per il 68% da privati e istituti italiani, non si capisce come a perderci sia in prima misura la Grande Finanzatm e non i risparmiatori, a fronte della perdita di valore.

Fermare la spirale

Una volta completata l’uscita unilaterale, la domanda da un milione di lirette è: con quali risorse lo stato riuscirà a mantenere la stabilità monetaria e difendersi da attacchi speculativi? Abbiamo forse dimenticato l’attacco a lira e sterlina negli anni ’90? Episodio che fu la goccia che strinse i paesi UE attorno al progetto della moneta unica. Mantenere un tasso di inflazione contenuto è molto dispendioso. Comporta infatti la capacità di comprare dal mercato la valuta nazionale in caso di eccesso di offerta, ma per farlo è necessaria valuta straniera. Acquistata con vere contropartite in moneta o beni, niente lirette che collassano. Evitare una spirale inflattiva con risultati devastanti (cfr. Weimar, Argentina, Zimbabwe, Venezuela etc) è dunque estremamente dispendioso per il bilancio statale. La Svizzera, fino a due anni fa, bruciava 60 mld di dollari al mese (!!) per mantenere il cambio Franco/Euro a 1,2. La Russia, con la rendita del petrolio in fase calante, ha speso altrettanto. Il Venezuela non c’ha nemmeno provato, ma questo è un altro discorso. La domanda a questo punto è: come e con quali risorse l’Italia potrebbe garantire stabilità? Cari amici del fronte no-euro, siete veramente così fiduciosi delle capacità finanziarie nostrane di non essere fatti a pezzi, una volta uscito dall’ombrello protettivo dell’Unione?

Prontuario sul cambio Lira-Euro

Per concludere, un brevissimo accenno alla questione ricorrente dell’ingresso nella moneta unica. È sapere comune che il cambio fissato allora fosse sbagliato, e la lira sottostimata nei confronti del nascente euro. Che la nuova moneta abbia portato a perdere potere d’acquisto, dito puntato contro il governo Prodi/Berlusconi dell’epoca – a seconda che l’accusatore sia di destra o di sinistra.

Per i lettori entrati in contatto con queste sciocchezze elettorali, ma anche per tutti gli altri, la notizia è diversa. Il cambio non l’ha fissato nessuno se non il mercato, in base ai valori di scambio che le monete europee ebbero alla data 31 dicembre 1998. Nemmeno la più feroce esperienza anticapitalista – il bolscevismo – è potuta sfuggire a questa legge dell’economia, figuratevi Prodi o la Grande Finanza. Il cambio era basso perché già allora la lira era una moneta inaffidabile.

Alla luce di tutto ciò, restiamo fiduciosi sul futuro della nuova liretta, nascente dalle ceneri dell’euro maligno. La convinzione di tutti, favorevoli e detrattori, è che l’Italia diventerà un punto di riferimento per i posteri.  Su come non condurre politiche monetarie, senz’altro. Maduro saluta.

 

Autore: Filippo Pasquali