La grande sfida dello spread

Da inizio 2018 l’andamento dei mercati è stato nel complesso positivo, ma ora questi si trovano a dover affrontare la prima grande sfida dell’anno: le elezioni politiche italiane. L’impatto maggiore si potrebbe avere, oltre che sul mercato azionario, su quello relativo ai Titoli di Stato, con la forbice dello spread pronta ad allargarsi.

I Titoli di Stato italiani (obbligazioni emesse con l’obiettivo di finanziare il debito pubblico di un Paese) sono di cinque categorie, suddivise a seconda di rendimento, scadenza e pagamenti; la maggior parte di questo volume è costituito dai BTP (buoni del tesoro poliennale), per un valore totale superiore ai 1000 miliardi. Nel linguaggio comune, il rendimento di un Titolo di Stato è      un’ottima misura della solidità di un Paese: più basso è, più facilmente lo Stato riuscirà a coprire i suoi debiti, e di conseguenza darà più garanzia agli investitori. Viceversa, un Paese più incerto sarà visto più cautamente dagli investitori, che quindi chiederanno un rendimento maggiore, dovendo esporre il loro capitale a un rischio elevato. Allargando questo concetto a tutti gli Stati, è possibile confrontare i relativi rendimenti dei Titoli, e di conseguenza confrontare le loro stabilità. L’unità di misura in questione è lo spread, entrato a far parte del nostro vocabolario quotidiano con lo scoppio della crisi, e si misura in “punti base”: un punto base è un centesimo di punto percentuale.

Dopo il fallimento della Lehman Brothers (2008) e le difficoltà finanziarie della Grecia (2010) i tassi d’interesse si impennarono, i valori di spread crebbero a dismisura e si cominciò a pensare che la bancarotta di uno Stato, oltre che una possibile (e definitiva) rottura della zona euro, fossero eventi sempre più probabili. Per quanto riguarda l’Italia, ha sempre fatto fede lo spread tra i nostri BTP e i corrispondenti Bund tedeschi; ebbene, si è passati rapidamente dai 30-40 punti del 2008 ai 170 del 2009, fino a quel tumultuoso 2011 in cui, sotto il governo Berlusconi, si toccò il record storico di 575 punti base, con un rendimento dei titoli del 7,47%. L’Italia cominciò a perdere il suo appeal, e con esso importanti capitali di grandi investitori. Con l’avvento del governo Monti, dopo un andamento all’inizio altalenante, la situazione iniziò lentamente a migliorare grazie alle parole e agli interventi della Banca Centrale Europea: “La BCE è pronta a fare qualsiasi cosa per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”, annunciò Draghi. E nel giro di due anni, lo spread tornò sotto i 200 punti, i rendimenti calarono e la stabilità politico-economica dell’ Italia (e della zona euro in generale) migliorò.

Un nuovo dato, però, torna ad allarmare: verso la fine del 2017, studiando i diversi valori di spread degli Stati europei, è emerso che l’Italia sia, dopo la Grecia, il Paese dell’ Eurozona più rischioso sui mercati, coi rendimenti più elevati, ed è stato appena superato in questa classifica dal Portogallo. I lusitani infatti godono ora di rendimenti più bassi, ma non per un improvviso miglioramento dell’economia, quanto più per il rischio politico delle elezioni italiane del 4 marzo. Si è visto in Francia prima dell’elezione di Macron, così come in Spagna con la questione della Catalogna: il rischio di una scissione o di un governo anti-europeista mina alle fondamenta della stabilità del Paese e della moneta unica, con conseguente rialzo del rendimento dei titoli e dello spread. Così anche in Italia, dove la vittoria di una coalizione anti-euro potrebbe facilmente portare a una grande turbolenza sui mercati azionari e obbligazionari, con un nuovo allargamento a forbice tra il rendimento dei BTP e dei Bund. Vi è anche l’ipotesi che non si raggiunga una maggioranza di governo, e anche in quel caso allora, allungandosi il periodo di incertezza fino ad ulteriori elezioni, lo spread tornerebbe a crescere.

Sicuramente oggi la situazione è molto diversa rispetto all ‘inizio del governo Monti, dato che il trend è positivo da diverso tempo, e l’Italia in particolare ha tratto grandi benefici dalla politica del QE della BCE, la cui presenza sul mercato incrementa la sicurezza dell’euro. Bisogna però tenere conto che il sostegno della Bce sugli acquisti dei Titoli di Stato potrebbe presto terminare, e questo sta già cominciando a incidere sui BTP. Molto probabilmente, fino al 4 marzo aumenterà sempre di più la volatilità, così come i rendimenti e, di conseguenza lo spread. Se alla fine vincesse un partito a sostegno dell’Europa, però, l ’Italia comunicherebbe quella stabilità necessaria a rafforzare l’economia, non solo interna, ma anche di tutta la zona euro.

 

Autore: Gabriele Scandola