Conosciamo i federalisti europei: Jean Monnet (1888-1979)

Concludiamo la pubblicazione degli articoli del numero di Eureka! di dicembre con la rubrica dedicata all’ approfondimento della vita di alcuni famosi federalisti europei; il nome di oggi è Jean Monnet!
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“Non vi sarà pace in Europa, se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale… I paesi d’Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e l’evoluzione sociale indispensabili. È necessario che gli Stati europei si costituiscano in una federazione…”

Jean Monnet è un politico francese, considerato tra i padri fondatori dell’Unione Europea. Dopo aver trascorso la giovinezza ad aiutare il padre nel commercio del cognac, allo scoppio della prima guerra mondiale si pose, nel tentativo di rendersi utile, il “formidabile problema” dell’organizzazione degli approvvigionamenti, che gli Alleati non sapevano risolvere e che poteva compromettere l’esito del conflitto. Una volta intuita la soluzione, cioè una programmazione comune tra Francia e Inghilterra, riuscì a farsi ricevere dal Presidente del Consiglio e a convincerlo della sua proposta. Inviato a Londra, diede vita a un pool franco-inglese per coordinare gli acquisti e i trasporti. Alla fine delle ostilità, grazie ai brillanti risultati conseguiti, venne nominato segretario generale aggiunto della Società delle nazioni. Monnet iniziò questa sua nuova missione con grande entusiasmo. Ma dovette ben presto riconoscere che la Società delle Nazioni non poteva affatto realizzare quegli obiettivi di pace e di concordia che si proponeva. Potevano essere prese solo decisioni all’unanimità. “Il veto – così Monnet commenta questa sua esperienza – è la causa profonda e nello stesso tempo il simbolo dell’impossibilità di superare gli egoismi nazionali”. Nel 1923 abbandonò dunque il suo incarico e ritornò a occuparsi dell’impresa paterna.

Agli inizi della seconda guerra mondiale, Monnet venne di nuovo inviato a Londra per organizzare la gestione in comune delle risorse degli Alleati. Qui, nel giugno 1940, propose a Churchill e a De Gaulle, un progetto per una unione federale immediata tra Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, questo disperato tentativo di impedire la sconfitta della Francia fallì perché la classe politica francese era ormai rassegnata alla resa. Monnet decise allora di recarsi negli Stati Uniti per collaborare al Victory Program, convinto che l’America avrebbe potuto svolgere il ruolo di “grande arsenale delle democrazie”. L’economista Keynes dirà, alla fine del conflitto, che, con la sua azione di coordinamento, Monnet aveva probabilmente accorciato di un anno la seconda guerra mondiale. Nel 1943, ad Algeri, entrò a far parte del Comitato di liberazione nazionale “Francia libera”, dove collaborò con De Gaulle per organizzare la resistenza. Nella riunione del 5 agosto 1943, Monnet dichiarò al comitato: “Non vi sarà pace in Europa, se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale… I paesi d’Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e l’evoluzione sociale indispensabili. È necessario che gli Stati europei si costituiscano in una federazione.” Nel 1949, Monnet si rese conto che la tensione tra Germania e Francia per il controllo della Ruhr, l’importante bacino carbosiderurgico, saliva minacciosamente, facendo presagire una possibile ripresa delle ostilità.

Per questo, Monnet elaborò, insieme a pochi collaboratori, una proposta rivoluzionaria: la messa in comune, sotto il controllo di un governo europeo, delle risorse franco-tedesche di carbone e acciaio. La proposta costituiva premessa per gettare “le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile per preservare la pace”. In accoglimento di questa idea, col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951, venne costituita la CECA. Nel 1955, dopo la grave crisi causata dal rifiuto della Francia di ratificare la Comunità europea di difesa (CED), Monnet diede vita al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa, con il quale, sino alla fine della sua vita, invitò instancabilmente la classe politica europea a non abbandonare la via intrapresa dell’unità europea.

 

Autore: Umberto Marchi