Una data storica e tre domande sul Medio Oriente

Nell’ articolo di Eureka! di oggi parliamo della città di Gerusalemme, rapportata alle recenti dichiarazioni di Trump: il 6 dicembre, infatti, passerà alla storia come una data da ricordare. In questo giorno il presidente americano ha deciso unilateralmente di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato israeliano. Questo porta con sé una serie di questioni non indifferenti…
(Tutte le nostre attività e iniziative sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/GfeSezVerona/?fref=ts)

 

1) Quale sarà il futuro della leadership americana nei negoziati di pace?

Alla luce degli ultimi avvenimenti, il quadro geopolitico mondiale non può rimanere invariato data la mossa dell’amministrazione Trump. Questa decisione getta un’ombra sulla capacità da parte di Washington di essere un arbitro imparziale della questione. Pare evidente, in particolar modo agli occhi della leadership palestinese come gli Stati uniti abbiano deciso di schierarsi definitivamente dalla parte dello stato d’Israele, togliendo quindi gli USA da una zona di imparzialità e compromettendo in maniera quasi risolutiva, salvo nuovi colpi di scena che non possono certamente essere esclusi date le caratteristiche del nuovo inquilino della Casa bianca, la tregua degli accordi di Oslo del 1993, che prevedeva la formazione di due stati separati. Inoltre, il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele ha generato instabilità non solo nella regione (i leader di Hamas hanno già promulgato una terza intifada; l’ambasciata americana a Beirut è stata presa di mira da parte di migliaia di manifestanti scesi in piazza), ma anche dal punto di vista interno: l’11 dicembre infatti a Manhattan un immigrato bengalese risiedente in America da 7 anni ha tentato di farsi esplodere nella metropolitana di New York, fortunatamente senza causare dei morti. Le probabilità che atti del genere si ripetano in America restano dunque alte. L’eventualità che quindi gli Stati Uniti possano continuare ad essere un negoziatore riconosciuto da entrambe le parti restano basse e l’”affare israelo-palestinese”, come lo ha definito Trump in campagna elettorale, si trova ad un bivio: o si continua con gli Stati Uniti escludendo le soluzioni a due stati e quindi cercando di trovare una nuova soluzione (stato bi-nazionale?) oppure si apre lo spazio per l’ingresso di nuovi responsabili delle negoziazioni (Putin? Europa?).

2) Come si rapporterà il mondo islamico nei confronti della questione di Gerusalemme?

Per i mussulmani di tutto il mondo, Gerusalemme rimane la linea rossa che non si sarebbe mai dovuto oltrepassare per il raggiungimento della pace in una soluzione con due stati. I palestinesi infatti considerano Al Quds, la città vecchia di Gerusalemme, come la capitale dello stato palestinese e per questo il leader dell’OLP Abu Mazen ha dichiarato che gli accordi di Oslo non verranno più riconosciuti in risposta alla decisone di Trump. Negli ultimi giorni i principali leader del mondo arabo si sono riuniti ad Istanbul sotto la guida del primo ministro turco Recep Erdogan, il quale ha deciso di schierarsi in prima linea divenendo il portavoce della questione di Gerusalemme all’interno del mondo arabo. Ad Istanbul i 57 paesi membri dell’organizzazione dei paesi mussulmani hanno dichiarato di voler riconoscere Gerusalemme est come capitale della Palestina, delegittimando quindi il presidente americano. Il mondo arabo però al suo interno si trova diviso in particolar modo le due principali potenze medio orientali: l’Arabia Saudita da sempre alleata degli americani e che durante le discussioni di Istanbul ha cercato, con successo, di smussare la dichiarazione finale, e l’Iran di Rouhani da sempre intransigente nei confronti degli Stati uniti. L’Iran, alla luce della possibilità da parte di Washington di ridiscutere gli accordi sul nucleare, cerca quindi di spingere in una direzione di rottura dichiarando illegittimi gli americani come negoziatori. Dall’altra parte abbiamo il governo di Riyad, e in particolar modo la figura del principe bin Salman, di tentare una soluzione di compromesso con gli Stati Uniti: è previsto infatti nei prossimi mesi un incontro tra il principe ereditario e il ministro dell’intelligence israeliana Ysraeli Katz. In tutto ciò si inserisce la Russia di Putin; il quale di recente si è incontrato al Cairo con il presidente egiziano al Sisi, Abu Mazen e il re giordano Abdullah. Egitto e Giordania dipendono politicamente e ed economicamente dalla Casa bianca, ma non è da escludere che Putin possa ottenere una maggiore influenza date le sue recenti vittorie nella guerra in Siria.

3) L’Europa cosa intende fare?

Immediatamente dopo la dichiarazione di Trump, tutti i principali stati europei si sono schierati contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, votando compatti in maniera non favorevole all’interno del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dichiarando che non verrà riconosciuto nessun nuovo status della città santa senza che ambo le parti siano favorevoli. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha di recente partecipato ad una serie di incontri con i suoi corrispettivi europei, in particolar modo Emmanuel Macron, che, in assenza di Angela Merkel, per questioni post elettorali si trova ad essere il principale leader europeo e ha dichiarato che la Francia non riconoscerà il nuovo status di Gerusalemme. In un successivo incontro con l’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza europea Federica Mogherini, Netanyahu si è trovato ancora una volta la porta sbattuta in faccia. Inoltre, pare che la Mogherini stia lavorando ad una dichiarazione congiunta da parte dei 27 paesi europei di ferma condanna alla decisione di Trump, la quale rischia di cancellare le poche possibilità di pace. Ovviamente l’Alto Rappresentante sta trovando difficoltà a raggiungere tale dichiarazione, per la contrarietà da parte di Victor Orban, primo ministro ungherese, da sempre pecora nera all’interno del Consiglio europeo in quanto contrario a maggiori forme di integrazione e vicino al Cremlino, e da parte dell’uscente governo della Repubblica Ceca, il quale ha dichiarato per voce del suo ministro degli esteri di riconoscere come capitale dello stato di Israele Gerusalemme, non nella sua integrità ma solo nella parte ovest, ossia quella prevista dagli accordi di pace successivi alla Guerra dei sei giorni. Ancora una volta, quindi, l’Europa, per colpa del metodo intergovernativo, probabilmente non potrà essere un protagonista vero dei futuri colloqui di pace, lasciando a figure come Erdogan e Putin il ruolo di arbitro della partita.

 

Autore: Pietro Franceschini