Eureka! – Dicembre 2017 – Editoriale

Con l’inizio del nuovo anno, ricco di appuntamenti importanti, iniziamo la pubblicazione del numero di Eureka! di dicembre. Il primo articolo, come sempre, a cura del nostro editorialista, che offre una visione sul panorama internazionale…
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Trump fa il suo dovere, e con la lenza che lancia nel bacino mediorientale spera di pescare gloria, successi e voti; Putin, allarmato dalle mosse del nemico, si avvicina di corsa alla riva e getta dalla sponda opposta la sua lenza. Ecco, qualcosa si muove, il filo russo si tende di colpo, ancora poco e ci sarà lo strappo decisivo. Ma in questi mari, sembra pensare l’esperto pescatore, è meglio pazientare, una mossa affrettata può farti rimanere con l’amo in mano. Il subbuglio che si crea è sufficiente ad allarmare i capi di Stato europei. Subito giungono le dichiarazioni e le prese di posizioni. Ma l’onda anomala, che arriva sulla sponda atlantica da due anni a questa parte, lì dove più miti correnti accarezzavano il continente europeo, ha preso di nuovo in contropiede i primi ministri dei ventisette. Questa ha avuto il paradossale merito di metterli con le spalle al muro, di costringerli a orientare diversamente le lancette delle proprie bussole, perché ha fatto loro intendere che sull’ovest ormai non ci si può più affidare. E se all’epoca della guerra fredda, una situazione di stallo spinse gli stessi Stati a compiere passi importanti sulla via della cooperazione, questa sembra ancora l’odierna strada da percorrere. Ed è ciò che alcuni leader europei ammettono oggi nei loro interventi davanti alla stampa.

I discorsi di Macron e quello recente di Schulz sono così intonati, ed il suono che sale da questa concordia d’ugole dice che un’Unione più forte è diventata una necessità. Anche in Italia questo qualcuno lo sa, ma usa un falsetto stentato e la voce non arriva alla platea. E se arriva è una vocetta flebile, che incontra timida i padiglioni auricolari, che sono i primi motori che mettono in movimento il meccanismo dell’applauso. Quando poi è tempo di elezioni, le affermazioni forti e decise muoiono in gola. Ma negli ultimi tempi si nota che il contagio europeista è approdato un po’ dappertutto, e pure in Italia ha sciolto le corde vocali dei più. Questo se sul breve spalleggerà chi ne saprà fare buon uso in vista di competizioni elettorali, alla fine rivelerà quali saranno stati i migliori a barcamenarsi in mezzo ai marosi e a concretizzare i passi che vanno verso una maggiore integrazione europea. Seppure nel 2017 spigolosi scogli sono stati aggirati e l’euroscetticismo è stato sconfitto là dove si temeva che avrebbe vinto, la riva sulla quale passeggia oggi chi crede nel progetto europeo non è ancora sicura e libera da inondazioni. Gli argini non sono ben curati, e le falle lasciano pericolose stagnazioni d’acqua. I successi ottenuti nel passato, il cammino cominciato più di sessant’anni fa danno buone speranze per il futuro.

Ma se esiste mai un tempo in cui cullarsi nell’agio delle cose fatte, non sentire il pungolo delle cose da fare, se in breve esiste davvero questa felice età dell’oro, per l’Europa non ne sono arrivati ancora gli anni. La storia recente e quella più antica può essere uno specchio efficace per riflettere gli errori passati, su questa ci si può soffermare a lungo, come chi sosta dopo aver corso un grave pericolo: “E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, / così l’animo mio ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva”.  

 

Autore: Salvatore Romano