Lo stato dell’incertezza

Oggi in Eureka! cerchiamo di fare una riflessione sull’uomo all’interno della società allargandola al nostro dominio di interesse, l’Europa. Tuttora nella nostra Unione ci sono dei grandi limiti, è evidente, ma è bene conoscerli ed evidenziarli per comprendere quale sia la cosa migliore da fare per superarli…
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In Moby Dick Ismaele racconta come, dopo aver ucciso la balena, l’equipaggio si attrezzi ad ormeggiarla alla nave e da lì cominciare il lavoro di scuoiamento degli strati di grasso. Tutto per il prelievo del suo olio, merce preziosa, richiesta dai mercati di tutto il mondo. Nei giorni dedicati a questa attività frenetica la nave è costretta a portare sul fianco, come ancorata, la massa enorme del capodoglio. E mentre sul ponte gli uomini sono occupati in queste torbide faccende e la nave solca l’oceano e porta come appeso al collo la spia del suo delitto, attorno al mostro, che un momento prima aveva terrorizzato i marinai nell’atto di arpionarlo, ora fanno banchetto gli squali. A preservare la balena dagli attacchi di questi è Queequeg, uno degli arpionieri. Calato sulla maestosa carcassa, metà in acqua metà fuori, con il suo arpione li uccide, mentre Ismaele dall’alto del ponte lo mantiene con una corda, da cui egli stesso è legato. In questa spiacevole posizione il povero Ismaele, angosciato, si abbandona ad alcune riflessioni: “così legato cominciai a pensare e vidi il mio libero arbitrio come dimezzato; d’altronde come poteva essere altrimenti? stretto a Queequeg da una fune un suo passo falso poteva essere il mio, la sua caduta in acqua mi avrebbe inevitabilmente precipitato con lui negli abissi. Poi mi venne alla mente un altro pensiero: è davvero questa mia posizione così speciale? Non è forse la medesima in cui tutti gli uomini vivono, così legati invece che ad un solo uomo ad una moltitudine? Non provo nulla di nuovo e di diverso da ciò che l’uomo sulla terraferma sperimenta tutti i giorni in società”. In questi termini Ismaele conclude il suo sermone.

Il 13 settembre scorso un discorso di altra natura si è tenuto davanti al Parlamento europeo. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha presentato l’annuale discorso sullo stato dell’Unione. Ha parlato dell’attuale momento in cui vive l’Europa, delle difficoltà passate e delle future. Ha proposto alcune idee per l’avvenire, che hanno toccato diversi punti: la possibilità di allargare lo spazio Schengen, la creazione dello strumento di adesione all’Euro, il bisogno di un mercato unico più forte, il ruolo attivo della Procura Europea nella lotta al terrorismo, la volontà di ribadire che l’Europa è innanzitutto una questione di valori comuni. Dopo di lui ha preso la parola il presidente dell’Alde, eurogruppo al Parlamento, Guy Verhofstadt. Ha ringraziato il presidente per le sue parole, e ha sottolineato l’urgenza del momento attuale. Per catturare il vento nelle vele, come ha detto Juncker, bisogna per lui attuare un piano più deciso di riforma dell’Europa. Ora più che mai, visto che non soltanto la maggioranza dei cittadini ha richiesto soluzioni ai problemi con il motto più Europa, ma anche i leader euroscettici se ne sono avvalsi. E ha snocciolato compulsivamente i nomi di Orbán, Marine le Pen, Geert Wilders, e Norbert Hofer. A loro, Verhofstadt ha continuato, bisogna dire benvenuti, anche se si sa che non si allineano per convinzione ma per i voti. Nella franchezza del suo discorso di pochi minuti risiede la maggiore virtù di cui oggi necessita l’Europa, per scoprire i suoi limiti e porvi rimedio. E forse proprio dalla consapevolezza delle cose ancora da fare si scopriranno i punti più cedevoli della corda che tiene legata l’Ue, e si potranno stringere i nodi. L’ambizione di oggi rimane quella di ieri, non ripetere più con angoscia le parole del poeta Apollinaire: “Incertezza, io e te pari siamo. / Io e te, mio bene segreto, /come i gamberi ce n’andiamo / a culo indietro, a culo indietro”.

 

Autore: Salvatore Romano