Un miliardario, il Medio oriente e la dimenticata corsa agli armamenti

Ultimo articolo della nostra rivista Eureka!, in cui analizziamo la visita del presidente Trump in Medio Oriente con i vari equilibri delle forze in gioco, nonchè una grande possibilità per l’Europa.
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Diciamoci la verità, le immagini del primo viaggio di Trump in Medio oriente ci hanno suscitato una certa ilarità e sono state produttive di una serie impressionante (e qualche volta anche divertente) di meme che per settimane hanno impazzato sul web. Indimenticabile la scena del presidente americano che non riesce ad azzeccare due passi di danza in Arabia Saudita, o la foto con il leader saudita Re Salman e il generale egiziano Abdel Fattah al Sisi attorno ad un globo luminescente che ai più ha ricordato qualche episodio di Game of Thrones. Insuperabile poi, la foto del tycoon dinanzi al muro del pianto che ha scatenato una serie di polemiche interminabili. Nel suo viaggio, il presidente americano ha infranto anche un record compiendo il primo volo diretto dall’Arabia Saudita ad Israele (seconda tappa del tour mediorientale) che nessuno, pochi mesi prima, avrebbe avuto anche solo l’ardire di immaginare.

Ebbene sì, Trump è uno che non manca di quella sfacciataggine che gli permette nello stesso tempo di essere l’uomo più potente e temuto (?) al mondo e lo zimbello della politica internazionale. E anche in questo viaggio non è stato da meno. Al di là delle relazioni sempre amichevoli tra il paese saudita e gli Stati Uniti a causa di un petrolio che non riesce a non essere il motore del mondo, Trump ha mostrato una reverenza e quasi una sudditanza nei confronti del mondo arabo e dei petroldollari sauditi che ha letteralmente lasciato di stucco il mondo e ha rappresentato una vittoria senza precedenti di un paese che di fatto non rispetta i diritti umani, non rispetta cioè quel baluardo su cui si sta costruendo quel sogno chiamato Europa. Questo è quello che i media hanno risaltato, dimenticando uno degli obiettivi principali della visita del presidente statunitense: l’incremento della vendita di armi ai sauditi. In dieci anni i sauditi hanno praticamente raddoppiato l’acquisto di armi, principalmente dagli Stati Uniti, primo esportatore mondiale, ma anche dall’Italia (come ricordato in un precedente articolo apparso su questa rivista). Si sa, quando un paese compra tante armi prima o poi ha intenzione di utilizzarle ed è esattamente quello che sta accadendo – tra l’altro in costante violazione del diritto internazionale – nell’ormai devastato Yemen. Il piccolo Yemen – che ha visto morire quasi cinquemila persone a causa dei bombardamenti sauditi e con quasi cinque milioni di individui ridotti alla fame, senza contare un’epidemia di colera dilagante – guarda ora con preoccupazione all’accordo che vedrà una vendita di armi per 100 miliardi di dollari da parte delle officine che fanno capo allo Zio Sam, una cifra che è superiore agli armamenti venduti ai sauditi in tutti gli otto anni dell’amministrazione Obama.

Ma il dato più preoccupante che emerge dall’incontro di Riyadh è il cambiamento di strategia internazionale nei confronti del temibile Iran, nemico comune di mezzo mondo occidentale (ma anche di Arabia Saudita ed Israele, forse uno dei pochi terreni di condivisione!). Con l’Iran assistiamo ad un completo cambiamento di rotta rispetto all’amministrazione Obama, che aveva tentato un ravvicinamento con Teheran grazie all’accordo sul nucleare. La retorica di Trump contro l’Iran è sembrata molto dura e segna soprattutto l’intromissione degli Stati Uniti in un conflitto regionale – quello tra Arabia Saudita ed Iran – che potrebbe avere risvolti catastrofici nel corso dei prossimi anni, per decidere quale paese arabo debba avere l’effettivo controllo sugli altri. Ma c’è di più.

Questo accordo tra Trump e Arabia Saudita ha preoccupato Israele, che comunque non ha mancato di riservare al presidente un’accoglienza maestosa. Il giorno della visita di Trump, definito da Haaretz come un “opportunista messianico”, mi trovavo in una Gerusalemme completamente bloccata e tesa all’inverosimile. Solo pochi giorni prima dell’arrivo, una squadra di professionisti americani era stata inviata a Gerusalemme per montare vetri anti-razzo su tutto il piano dell’albergo in cui il Presidente avrebbe passato il suo soggiorno. Diecimila uomini mobilitati, autostrade chiuse, città vecchia bloccata, tutti i caccia israeliani pronti alle procedure di scrambling, tredici limousine, no-fly zone sulla capitale e altre decine di misure di sicurezza in cui, si sa, gli israeliani sono leader mondiali, anche se, come al solito, ne sarebbero bastate meno della metà. Dicevamo di un’accoglienza trionfale. In tutta la città campeggiavano cartelli con le scritte “Make Israel Great Again” o “JerUSAlem is with you”, ovviamente tutti pagati dalle associazioni sioniste che non hanno dimenticato le centinaia di miliardi di dollari che dagli Stati Uniti continuano a defluire verso quella che il Presidente Netanyahu ha definito “l’unica democrazia in Medio oriente”. Certo, una “democrazia” che non rispetta i diritti umani di parte dei suoi cittadini non credo possa essere definita tale, ma su questo con gli States sono abbastanza in buona compagnia. Trump è stato anche il primo Presidente americano in carica a visitare il Muro del Pianto, con un gesto che ha scatenato la derisione mondiale. Impossibile infatti non pensare alle parole del Presidente sulla possibilità di costruire il muro tra il confine tra USA e Messico. Anche questa non è stata proprio una mossa politica azzeccata – o, quanto meno, non è stata ben ragionata – ma si sa che le scelte avventate e la scarsa conoscenza della storia della politica internazionale sono una caratteristica trumpiana. Gli altri Presidenti e capi di Stato in generale avevano infatti evitato questa tappa, in quanto la costruzione ultramillenaria si trova ufficialmente a Gerusalemme Est, illegittimamente occupata da Israele nel 1967 dopo la Guerra dei sei giorni e che i Palestinesi rivendicano come capitale del futuro Stato palestinese.

Occorre, però, dare a Cesare quel che è di Cesare: Trump è stato forse il primo Presidente a chiamare le cose con il loro nome. Nel discorso ai paesi islamici ha infatti parlato di “estremismo islamico” e di “terrorismo islamico” è ha detto forte e chiaro che la responsabilità di sradicare il terrorismo islamista spetta ai paesi a maggioranza musulmana. Che sia finita l’era dell’esportazione della democrazia? Delle lezioni date al mondo? Degli scontri di civiltà? Francamente è troppo presto per dirlo e Trump è troppo opportunista e voltagabbana per poter provare ad azzardare una previsione futura.

Ma tutto questo credo determini un vantaggio senza precedenti per l’Europa. Se, infatti, la politica estera europea offrisse qualche appiglio ai paesi mediorientali per poter trovare un vero mediatore senza troppi interessi militari nella regione, l’Unione Europea potrebbe giocare un ruolo fondamentale per la stabilità e la pace in questa parte di mondo. Ma per tutto questo serve fiducia. Una fiducia che troppo spesso manca perché l’UE è concentrata su altro (migranti, accordi commerciali, patto sul clima, ecc.) e forse anche per la presenza di un Rappresentate della Politica estera europeo che al di fuori dei confini di Bruxelles fatica a farsi tributare rispetto, anche per lo scarso background internazionale dell’inesperta Mogherini. Io credo fermamente che l’Europa possa avere una grande opportunità in Medio oriente, sia per ritrovare una propria unità di visione in politica internazionale, sia per imporre la propria posizione sullo scacchiere mondiale, magari contribuendo a pacificare una regione che fatica a stabilizzarsi ed a trovare quella pace che in Europa dura da più di settant’anni.

 

Autore: Davide Corraro