Tre considerazioni (e mezza) sulle banche e l’Unione europea

epa04456094 An exterior view of the European Parliament and flags in Strasbourg, France, 21 October 2014. EPA/PATRICK SEEGER

Penultimo articolo del numero di Eureka! di luglio, oggi affrontiamo uno degli ostacoli più spinosi sul percorso verso la federazione europea: l’unione bancaria. Il ricordo di ciò che è successo in Grecia nel recente passato è ancora vivo nella mente di tutti, e negli ultimi anni anche le banche italiane hanno risentito della crisi, ma una soluzione europea c’è sempre per tutto…
(Tutte le nostre attività e iniziative sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/GfeSezVerona/?fref=ts)

 

La gestione di una banca in default – si sa – è sempre stata una questione spinosa, da qualsiasi parte la si guardi. Sono imprese, ma non agiscono con capitale proprio. Investono, prestano, creano profitto. E appunto falliscono. Da quando gli istituti di credito sono diventati fruibili in massa, nel corso della seconda metà del XIV secolo, ci si è sempre interrogati sul dilemma, anche morale, della risoluzione di crisi degli istituti di credito.

Quale sia il problema è presto chiaro. Il crack di una qualsiasi altra impresa, provoca rovina solitamente circoscritta al contesto locale dell’azienda: impiegati, proprietari, azionisti e le loro famiglie. Ma un’impresa-banca, invece, contiene i risparmi e il frutto del lavoro di migliaia di altre persone e famiglie, società, aziende, associazioni e organizzazioni che non prendono parte alla gestione della stessa. La portata di un default bancario può provocare agevolmente un effetto cascata, considerato che molto spesso tra gli azionisti di una banca figurano altre banche, generando quindi pericolose crisi economiche (leggi: banche USA e il magico mondo dei mutui subprime). D’altra parte – va detto – l’alternativa è il salvataggio pubblico, con i costi che ricadono spalmati sulla popolazione intera anziché sui soli correntisti/azionisti. In pratica lo stato sborsa (e non poco) ma così si evita, in ordine: famiglie e imprese rovinate, effetto contagio e delle non troppo piacevoli recessioni finanziarie. Spero sia chiaro che soluzioni da talk show non sono applicabili. È doveroso analizzare la faccenda, di fronte ai casi mediatici susseguitesi, in particolare sulla condotta tenuta dall’Unione europea nell’affaire banche. Sono necessarie almeno tre considerazioni, più la licenza per una breve polemica.

Numero uno. Da che parte si schiera l’UE nella diatriba di cui si accenna sopra. A favore di un salvataggio pubblico, oppure che l’istituto si autogestisca la propria crisi? Proprio come si dice (urla) dalle nostre parti (leggi: “UE serva delle banche!!undici” e compagnia), l’Europa ha invece deciso, con una direttiva*, che il dissesto bancario deve prima di tutto essere risolto con risorse interne alla banca stessa, in sostanza cavandosela da sola come può. La procedura da seguire è definita del bail in, ovvero la svalutazione del valore di obbligazioni e crediti detenuti della banca a rischio, anche attraverso prelievi diretti, con lo scopo di assorbire il danno delle perdite e ricapitalizzare l’istituto. Il principio seguito dalla Commissione è semplice: visto che, giustamente, non si collettivizzano i guadagni, a maggior ragione le perdite devono essere trattate alla stessa stregua. Come dire: le banche si responsabilizzino, ché da ora in avanti non ci sarà più il paracadute statale a salvarle dai rischi di investimenti azzardati.

Il bail in si inserisce nel quadro dell’Unione bancaria in costruzione dal 2012, che va uniformando i vari sistemi creditizi nazionali. La seconda considerazione da fare riguarda proprio questo cantiere in corso e il fatto che nell’Unione europea attualmente manca un ente che funga da prestatore di ultima istanza. Cioè quell’ente pubblico che di fatto funge da salvagente per le aziende nazionali in crisi. Storicamente il ruolo è stato fin da subito interpretato dalle banche centrali di ogni paese, ma nel regime attuale di transizione le banche nazionali hanno perso questo potere, mentre la Banca Centrale Europea non è (ancora?) ufficialmente il lender of last resort di cui si ha bisogno. In pratica, l’autorisanamento interno stabilito con il bail in serve anche per coprire questo deficit strutturale dell’Unione stessa. Deficit aggredito nel 2015 con l’istituzione del Fondo Unico di Risoluzione (SRF) per gli istituti in crisi, ma che sarà operativo, secondo la tabella di marcia prevista, non prima del 2025. Perché questo enorme lasso di tempo a fronte delle attuali crisi creditizie? Mancanza di fondi? No, verrebbero recuperati con l’emissione di obbligazioni da parte del Fondo. Mancanza di solidarietà? Molto più probabile. Una parte degli stati infatti, si rifiuta di caricarsi il fardello altrui. Gli egoismi nazionali hanno sempre costituito un ostacolo ricorrente nel processo di integrazione europea. Vedi in tempi non sospetti le crisi dei debiti sovrani e dei migranti. Il completamento dell’Unione bancaria europea è doveroso avvenga nei tempi e nei modi più rapidi possibili. Se non altro, si sa: costa meno prevenire, che poi soccorrere un eventuale collasso. Grecia docet.

Quale sia questo ventilato crack, è oggetto della terza considerazione. Guardare attorno non serve. Sulla questione dissesti bancari, è proprio l’Italia il malato d’Europa. La cronologia parla chiaro. Nel giro di pochi anni, sono fallite o quasi, rispettivamente: 2015, quattro banche del centro Italia – Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti oltre che la più famosa Banca Etruria; nel 2016, Monte dei Paschi di Siena; Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca a fine giugno 2017, fiori all’occhiello dell’autonomismo veneto. Applicazioni della direttiva sul bail in: nessuna. In tutte le situazioni elencate, il governo è intervenuto elargendo fondi propri prevenendo il default. Sempre muovendosi tra le strette maglie che la direttiva BRRD impone. Prima si trattò di mitigare i danni delle quattro e per questo, oltre che al dissesto delle banche venete, lo stato creò il Fondo Atlante, una joint venture composta da soldi statali e dai maggiori istituti di credito italiani. Risultato: ha tenuto in vita le banche traballanti per un anno circa, fino al fallimento de facto della Monte Paschi, terzo istituto italiano per dimensioni. Da lì in seguito, non più pervenuto. Se qualcuno ne ha notizia, prego contatti la Sciarelli.

Perché si è evitato di applicare in tutti i modi lo strumento del bail in? Per due ragioni. La prima è che, secondo gli addetti ai lavori, se le banche fossero state abbandonate al loro destino, l’effetto valanga sarebbe stato certo. La Commissione, vagliate le pratiche, ha concesso in tutti i casi il via libera derogando alla propria direttiva, a conferma dell’esistenza di un rischio sistematico. La seconda, per ragioni di consenso. Aumentare il debito pubblico non fa scandalo, risparmiatori straziati sì. Il mancato adeguamento italiano alla direttiva ha avuto un costo politico molto alto, come svela in un articolo del 5 luglio il quotidiano La Repubblica. La Bundesbank ha dato per “morto” il bail in e fonti interne considerano i recenti sviluppi come la parola fine, per la banca centrale tedesca, al completamento dell’Unione bancaria europea, mai gradita dalla Germania e dal suo club rigorista.

Mezza polemica, mezza considerazione finale: quello che si sente in giro è vero. Alcuni paesi europei hanno fatto anch’essi un uso smodato del finanziamento pubblico. I dati, aggiornati al 2014, parlano di 238 miliardi versati dalla Germania ai propri istituti in crisi di liquidità, 52 la Spagna, 42 dall’Irlanda, persino la Grecia ha dovuto sborsare 40 miliardi. La spiegazione di questo trattamento c’è. No, non si tratta di una persecuzione eurocrate. Senza ricorrere allo scandalo, nessuno di questi paesi ha infranto le regole come qualcuno sostiene (urla). Semplicemente, il bail in è entrato in vigore il 1 gennaio 2015, dando tempo a paesi che lo ritenessero necessario, di mettere in sicurezza il proprio comparto bancario. Alcuni stati ne hanno approfittato, con la giusta pianificazione, affrontando il problema alla radice. La strategia italiana di risanamento invece è stata augurarsi che nel frattempo, i vari Zonin, Mussari, Consoli & co. sbancassero i casinò di Las Vegas. Eventualmente, di tanto in tanto, ostentare solidità e additare a gufi e austerity causa il flop al tavolo dei loschi dirigenti sopracitati.

 

Autore: Filippo Pasquali