“Noi vi vogliamo aiutare”

Continua la pubblicazione degli articoli di Eureka!; oggi parliamo di ciò che sta succedendo nel panorama politico italiano, la cui storia recente è stata segnata dal referendum del dicembre scorso (molto più di una semplice proposta legislativa..).
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“Noi vi vogliamo aiutare, vi vogliamo aiutare” ripete categorico l’intervistatore al proprietario di un povero basso napoletano, che enuclea i suoi guai di fianco all’esponente di un comitato scientifico per la risoluzione dei problemi della città. Si tratta di un vecchio sketch comico del trio “La smorfia”, in cui le miserie del popolino sono rivisitate in una chiave grottesca, e ricondotte in una dimensione tragicomica. Ebbene, sentendo i discorsi dei candidati alle ormai passate comunali, dei leader dei maggiori partiti italiani, questo “vi vogliamo aiutare”, recitato come un mantra, sembra ormai incapsulato nelle loro parole. E più che suonare come un conforto, sembra pesare sulla testa dei cittadini come una nube minacciosa, una maledizione da cui non c’è scampo. Le settimane, i mesi pre-elezioni giustificano poi sempre il parossismo delle dichiarazioni, delle promesse di coloro che gareggiano e che sono preoccupati a lasciare il più indietro possibile il diretto avversario. Il paese rischia di trasformarsi, da qui a fine legislatura, in un’unica grande bolla piena di parole, promesse, e fiducia degli elettori in quella proposta o nell’altra. Con il rischio, perenne quando in gioco vi sono il benessere di pochi e la disperazione di molti, che la bolla poi esploda e che tutto quello che c’era dentro, nascosto o implicito, si riversi di fuori. Come fece la crisi finanziaria del 2008, portando alla luce del sole l’indigenza e la frustrazione dei più e dando così la stura a quei movimenti nel mondo che si possono definire e sono stati definiti anti-establishment. Tutte le possibilità inespresse, le svolte che possono cambiare il destino di un paese si concentrano in quel punto, raggiunto l’acme. D’altra parte tale momento catartico è un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscersi. Scriveva a proposito Hugo che un popolo non può sapere quanta canaglia nasconda nel suo seno finché non c’è una rivoluzione sociale.

La vittoria del no al referendum costituzionale del 4 dicembre è suonata per tutti, per l’allora premier e i suoi oppositori, come una sconfitta personale di Renzi e una sua forte delegittimazione popolare. Da allora l’arena politica si è aperta a tutti coloro che hanno avuto intenzione di scorrazzare sul sabbione e di gareggiare. Se, come preannunciato, Renzi nei prossimi mesi farà un giro in treno dalle Alpi allo Jonio, senza dimenticare le isole, allora la tattica di marciare da nord a sud per racimolare voti e consenso verrà di nuovo confermata. In una strenua volontà di marcare il territorio, essere presente, corpo e anima per gli elettori. Già è stata effettuato dai 5 Stelle qualcosa di simile. La marcia francescana da Perugia ad Assisi, a ribadire la loro proposta di un reddito di cittadinanza. Proposta santa, troppo santa, qualcuno potrebbe dire, per un partito politico, la cui realizzazione è difficile ma suona ottimamente nell’agenda politica. Marcare il territorio è un dovere anche per Salvini, leader della Lega, inviato speciale nelle città da espugnare. Forte della conquista di Genova, su tutte nelle ultime comunali, roccaforte della sinistra, forse potrà trovare un accordo con il redivivo Berlusconi in vista di una futura alleanza. Scenario complessivamente frantumato, di cui la sinistra, ridotta in rivoli che si dipartono da un corso d’acqua principale, ne offre in piccolo la dimensione. Tuttavia un unico coro esce da questo specchio frantumato, come un accordo trovato involontariamente, un “Noi vi vogliamo aiutare” all’ unisono. Indizio forse, al di là delle fratture che corrono lungo il vetro, di un’unica immagine d’impotenza.

 

Autore: Salvatore Romano