La Turchia uno Stato europeo? Sì, ma non ora

Nel penultimo articolo del numero di Eureka di maggio si torna a parlare del tanto controverso rapporto fra Unione Europea e Turchia, un matrimonio che in passato sembrava naturale conseguenza del reciproco avvicinamento ma che ora è sempre più irrealizzabile. Hanno cercato per oltre sessant’anni qualcosa che li unisse, adesso sembrano aver trovato tutto quello che li separa.
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Era il 1924 quando, tre anni dopo il Teşkilât-ıesasîye kanunu (la legge sulle istituzioni fondamentali ovvero la prima costituzione turca), Mustafa Kemal proclamò la nascita della Repubblica di Turchia. La fine dell’impero ottomano segnò l’inizio dell’avvicinamento della Turchia verso l’occidente, o meglio, verso l’Europa. Politicamente, è da quasi 70 anni che la Turchia fa parte del mondo europeo: iniziò con l’adesione al Consiglio d’Europa nel 1949 e alla NATO nel 1952. L’anno successivo all’adesione alla NATO la Turchia firmò, con la Comunità economica europea, l’Accordo di Ankara, ovvero il trattato di associazione con lo Stato turco. Nel 1996 aderì all’unione doganale e negli anni successivi ottenne lo status di candidata per entrare nell’Unione europea.
All’inizio del ventunesimo secolo, in Turchia sale al potere l’AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo), un partito islamico-moderato guidato da Recep Tayiip Erdogan, l’uomo che secondo molti sarebbe riuscito a conciliare Islam e occidente. Lo stesso Erdogan apre nel 2005 le trattative di adesione all’Unione europea, trattative che nel corso degli anni sono andate scemando. Le cause sono molteplici: dalla crisi finanziaria che ha colpito l’Europa, dalle ragioni culturali e religiose, le quali preoccupano molti europei (ricordiamo che la Turchia è uno stato musulmano), dalle tensioni che si sono formate in Medio Oriente – in particolare la guerra in Siria – e da provvedimenti da parte dello Stato turco sempre più distanti dai valori europei.
Non solo: Stati come Francia e Germania sono preoccupati da un eventuale ingresso della Turchia, perché tale Stato conta circa 80 milioni di abitanti e un paese così popoloso potrebbe mutare i fondamenti politici dell’Unione europea. Infatti, l’attuale ripartizione dei seggi al Parlamento europeo è basata sulla popolazione: più uno Stato è popoloso, maggiori saranno i suoi seggi. Oggi la Germania, con gli attuali 96, è il paese con più seggi. La Turchia, con una popolazione pressoché pari a quella tedesca, si troverebbe ad avere altrettanti seggi.
Anche le Primavere arabe non aiutarono il processo di adesione, anzi lo peggiorarono. Quest’ultime sconvolsero ogni equilibrio ed Erdogan intravide la possibilità di fare della Turchia la potenza egemone in Medio Oriente. L’allora premer turco iniziò il suo cammino nella direzione opposta all’Unione europea, Unione che non fece nulla per evitare la deriva turca. Erdogan, vista la situazione instabile del paese, iniziò il suo percorso autoritario indebolendo ogni contro-potere interno. Nel 2013, dopo una lunga serie di manifestazioni contro il primo ministro turco, vi fu la prima grande repressione del governo ossia quella delle rivolte di Gezi Park, che causò la morte di 5 persone, 8000 feriti e intossicati e oltre 2000 arresti.
L’anno successivo, Erdogan, nonostante le proteste e le manifestazioni contro di lui, vinse le prime elezioni presidenziali, diventando così il nuovo capo dello Stato turco. Questo perché il “Sultano”, dopo 12 anni di governo, è riuscito a fidelizzare i propri elettori, che vedono in lui un leader forte e capace di garantire stabilità politica in Turchia.
Da quel momento in poi, vi fu un’erosione della democrazia e della libertà dei cittadini che constatiamo ancora oggi, con le molteplici censure e gli innumerevoli casi di oppositori politici, giornalisti e manifestanti che vengono arrestati a causa del loro dissenso nei confronti del capo dello Stato turco.
La democrazia in Turchia ha subito un duro colpo circa un mese fa: il 16 aprile 2017, si è tenuto il referendum costituzionale riguardante l’approvazione di 18 emendamenti che prevedono la sostituzione del sistema parlamentare di governo con un sistema presidenziale. Il referendum è stato approvato con il consenso del 51,41% dei votanti, durante lo stato d’emergenza che non ha permesso un libero e democratico confronto tra le parti (molti sospettano brogli elettorali a favore del Sì). Di fatto, il nuovo presidente diventa, come prevede l’articolo 104, sia il capo dello Stato sia il capo del Governo, con il potere di nominare e rimuovere dall’incarico i ministri e i vicepresidenti.
L’entrata in vigore della nuova costituzione nel 2019 azzererà il primo mandato del presidente consentendo al “Sultano” di governare la Turchia fino al 2029.
Il presidente potrà, inoltre, mantenere il legame con il proprio partito di provenienza, nel caso di Erdogan il partito della Giustizia e Sviluppo (Akp), legame che inizialmente doveva essere troncato a favore di un giuramento di totale imparzialità.
La nuova Repubblica presidenziale turca si muove sempre di più verso uno Stato autocratico ma, nonostante questo, le relazioni tra Unione europea e Turchia proseguono in particolare per un motivo: Ankara serve all’Occidente come filtro per bloccare i flussi migratori del Medio Oriente e bloccare la minaccia terroristica derivata dalla guerra in Siria.
Per quanto riguarda i flussi migratori, oggi la Turchia si impegna a tenere sul proprio territorio chi, dei circa 3 milioni di profughi lì presenti, tenta la traversata verso la Grecia, in cambio di quasi 3 miliardi di euro (dati del 2016) e di sostanziose concessioni, tra le quali le più importanti sono la riapertura del processo di adesione e la possibilità per i cittadini turchi di viaggiare nell’UE senza visto.
Per la guerra in Siria, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, dichiara: “La Turchia è uno degli interlocutori più importanti che abbiamo, condividiamo ancora l’interesse di portare la pace in Siria”.
L’Europa è pronta a continuare un dialogo con la Turchia per la liberalizzazione dei visti e per l’accordo sui rifugiati. Il dialogo, invece, per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea sarà cessato in caso venga re-introdotta la pena di morte. Recep Tayyip Erdogan, infatti, sembra deciso ad andare avanti col progetto di referendum per ripristinare la pena capitale. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta questa posizione di Erdogan: “La pena di morte non è solo una linea rossa, ma è la linea più rossa di tutte, passare dalla retorica all’azione sarebbe un chiaro segno che la Turchia non vuole andare verso la famiglia europea”. Sempre Schinas: “Sulle relazioni future, come ha detto in passato il presidente Juncker, incoraggiamo la Turchia ad avvicinarsi di nuovo all’Ue e non ad allontanarsi ulteriormente da noi”.
È decisa, invece, la posizione del leader dei liberali dell’Alde, Guy Verhofstadt, secondo cui, dal fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, “la Turchia è diventata uno Stato autocratico”, il quale non soddisfa più i requisiti di Copenhagen per l’adesione alla UE”, e per la questione migranti aggiunge: “serve un sistema funzionante di asilo europeo” e non un “losco accordo con un leader autocratico”.
Infine, un problema che va considerato in caso di allontanamento della Turchia dall’Occidente, riguarda il destino dell’appartenenza turca alla NATO, un punto cruciale nello scacchiere globale. Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio, si è vista chiaramente la solidarietà e l’appoggio di Putin al Governo di Erdogan. Questa solidarietà non si è vista altrettanto per quanto riguarda europei e americani. In questo modo, la Turchia potrebbe diventare un potente alleato russo.
Per molti, la Turchia è indispensabile per la gestione dei migranti e per i legami internazionali, ma tutto questo nasce a causa di un’Europa ancora debole, fragile e dipendente, non ancora in grado di gestire al meglio le problematiche internazionali. Il compito dell’Unione europea deve essere quello di slegarsi dalle dipendenze di Stati esteri. L’Europa ha bisogno di una politica estera comune in grado di gestire i flussi migratori senza i ricatti della Turchia. La Turchia, però, non va abbandonata, non si possono fermare le discussioni per il suo ingresso in Europa; integrare un paese ricco economicamente e culturalmente per evitare conflitti politici e sociali. Uno Stato musulmano in Europa non deve essere visto come estraneo o incompatibile, deve essere visto come un valore aggiunto per credere in un mondo federale. Il multiculturalismo in Europa deve essere un obiettivo fondamentale da raggiungere. Bisogna, quindi, continuare i dialoghi con il presidente turco affinché si possa trovare un accordo che renda la Turchia uno Stato più democratico e civile e l’adesione all’Ue sia possibile.

La guerra, come la pace, non ha confini. L’Unione europea al confine ha la Turchia.

 

Autore: Andrea Golini