Roma, 25 marzo

Nel terzo articolo estratto dal numero di Eureka si parla della manifestazione avvenuta il 25 marzo, riprendendo le parole del presidente del MFE Giorgio Anselmi pronunciate al corteo in piazza Bocca della Verità durante il discorso che ha visto coinvolto tra gli altri anche Guy Verhofstadt. Una giornata in cui i discorsi federalisti hanno soffocato e travolto gli slogan nazionalisti.
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“Viva l’Europa, viva la Federazione europea, viva gli Stati uniti del mondo”. Con queste parole ha concluso il suo discorso il presidente del Movimento Federalista Europeo, Giorgio Anselmi, dal palco di piazza Bocca della Verità. Alla folla, riunitasi nella piazza romana per celebrare i sessant’anni della firma dei Trattati di Roma, ha presentato con questa estrema sintesi una linea di pensiero che risale al trattato Per la pace perpetua di Immanuel Kant. Un filo rosso che ha unito e tenuto insieme non solo “menti illuminate”, ma anche le azioni di coloro che dal secondo dopoguerra si sono impegnati nell’attuazione del progetto europeo. Nella prospettiva che solo il superamento degli innumerevoli particolarismi nazionali avrebbe portato ad una gestione previdente delle risorse comuni, e ad una loro giusta e pacifica distribuzione, si sono mossi quegli uomini. Con la consapevolezza che la creazione di un organismo sovranazionale avrebbe rappresentato un’indispensabile soluzione alle immortali rivendicazioni nazionaliste, hanno scelto quale strada seguire. La medesima che il 25 marzo scorso hanno deciso di percorrere i manifestanti del corteo, facendo sentire la presenza del popolo europeo e la sua reale consistenza ad un popolo opposto, quello degli euroscettici, o a coloro che pensano che i confini degli Stati siano i migliori spazi entro cui muoversi e l’orizzonte nazionale l’unico limite verso cui guardare. Chi ha calcato le strade della capitale quel giorno, conosceva la posta in gioco, il significato dell’evento, e per questo, sotto il sole inclemente, ha marciato insieme a chi ha provato una vertigine al pensiero “viva l’Europa, viva la Federazione europea, vive gli Stati Uniti del mondo”.

In uno dei primi capitoli dell’Uomo senza qualità, Musil scrive che l’uomo che ha il senso della possibilità non può non avere anche il senso delle realtà. Questo individuo vede la realtà non come qualcosa di immutabile, un dato fisso e stabile, ma come un elemento in cui sono nascosti gli indizi di una sua radicale trasformazione. Perciò egli si adopera affinché tali spinte dinamiche vengano alla luce, a trattare la realtà alla stregua di un materiale da lavoro. Ma da questo tipo, che si potrebbe definire forte, differisce il tipo debole, spiega Musil, e la natura di quest’ultimo sembra essersi manifestata in modo comico proprio il 25 marzo. Mentre a Roma duravano le manifestazioni e i capi di Stato si impegnavano nella sottoscrizione di un documento per il futuro del continente, a Lampedusa prendeva corpo l’ennesimo spot “Italia più sicura, padrona dei suoi confini” del leader della Lega Nord, Matteo Salvini. Se le sue parole, insieme a quelle di chi proclama un ritorno alla sovranità nazionale, fossero giunte alle orecchie di uno dei diecimila in piazza quel giorno, questi avrebbe capito che erano fumo negli occhi, che si trattava di nostalgie, o delle chimere di un sognatore. Se si fossero sentite, si sarebbe facilmente smascherato l’illusionista, il visionario, le formule del quale non trovano mai un vero ancoraggio alla realtà, e sono come ragnatele che sembrano perfette nella loro tessitura, ma in verità si dimostrano inconsistenti e campate in aria. Ecco il tipo debole. E se quelle parole fossero state echeggiate dai microfoni e altoparlanti, ne avremmo avuto la prova. Ma la discrepanza tra il sognatore e il realista che marciava a Roma si è concretizzata involontariamente nel video malriuscito, in diretta dall’isola, disturbato dalle raffiche di vento che coprivano parole troppo leggere quel giorno.

 

Autore: Salvatore Romano