La grande sfida del riscaldamento globale

Global Disaster

Pubblichiamo di seguito l’ultimo articolo del numero di Eureka di marzo, relativo agli sforzi che le varie nazioni del mondo stanno facendo per contenere il problema climatico. Ne approfittiamo per lanciare l’ultimo appello a tutti, federalisti e non, per partecipare alla manifestazione del 25 marzo a Roma in occasione del 60° anniversario dei trattati. Vi aspettiamo numerosi per chiedere a gran voce, tutti insieme, l’Europa!
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Quello del cambiamento climatico è uno dei più grandi problemi che ci si ritrova oggi ad affrontare. Non è più possibile procrastinare, il nostro pianeta ha bisogno di un’azione concreta in questo preciso momento. Nessun Paese, però, può affrontare questa sfida in autonomia, indipendentemente dalla sua potenza politica ed economica: è necessario trovare una soluzione globale, è necessario che ci sia collaborazione, cooperazione e unità di intenti.

La prima conferenza mondiale sul clima venne organizzata dalle Nazioni unite nel 1992, a Rio. Da questa e da quelle successive uscirono solo belle parole e buoni propositi, ma di fatto non si fece nulla di tangibile per rallentare l’ormai rapido deterioramento della Terra. Solo due di queste conferenze si sono concluse con un accordo: quella di Kyoto nel 1997 –  dove venne firmato il famoso protocollo – e quella più recente di Parigi, la COP 21. Si può dire che la conferenza di Parigi abbia avuto una portata storica: mai si era registrato il consenso di tutti i 169 Paesi partecipanti, e mai c’era stata una movimentazione popolare di così grandi dimensioni per questioni ambientali.

Questi accordi, però, lasciano un po’di amaro in bocca: seguendo la traccia degli impegni sottoscritti da ciascun Paese, si arriverà ad un aumento della temperatura terrestre di ben 3°C rispetto all’epoca preindustriale, mentre l’obiettivo da raggiungere tassativamente è quello di non superare l’1.5°, la soglia di sicurezza che segna la differenza tra la vita e la morte di tante specie. Il testo, inoltre, non indica ad ogni Stato la strada da seguire, ma si limita a tracciarne le linee guida che potranno essere accettate o meno. Insomma, la situazione è tutt’altro che idilliaca, ma è indubbio che la COP 21 sia stato un importantissimo punto di partenza verso l’obiettivo di un concreto ed efficiente sviluppo sostenibile a emissioni zero entro il 2050.

A seguito delle varie conferenze sul clima, sono nate diverse “alleanze globali” per far fronte alle minacce climatiche. Una è, per esempio, l’Alleanza solare internazionale, lanciata alla COP 21 da parte del governo dell’India. Si tratta di un progetto di collaborazione tra tutti gli Stati con un alto potenziale di produzione di energia fotovoltaica, attivando anche programmi di cooperazione tra le nazioni industrializzate e quelle più povere. Un’altra iniziativa degna di nota è quella dell’Alleanza per l’energia rinnovabile lanciata da Bill Gates: è stato creato un fondo che investirà nelle aziende che si dedicano alla ricerca di energie pulite.

La situazione è diventata più spinosa e ancora meno prevedibile dopo l’elezione di Donald Trump. È infatti diventata realistica la possibilità che gli Stati Uniti abbandonino gli accordi di Parigi, e non portino a termine nemmeno quelli siglati con la Cina durante l’amministrazione Obama. Trump, infatti, non ha mai nascosto la sua visione avversa alla COP 21, vista come una minaccia agli interessi delle compagnie petrolifere americane. Un primo passo in questa direzione è stato quello di approvare la costruzione della Dakota Pipeline nonostante le sonore e numerose proteste arrivate da tutto il mondo. Molti Paesi si sono comunque detti pronti a prendere la leadership nel campo ambientale, tra cui anche – oltre ogni aspettativa – la Cina.

 

Autrice: Deborah Gianinetti

Il numero completo di Eureka qui https://issuu.com/brugio60/docs/eureka_2.7