In marcia per l’Europa

Cenni storici, citazioni, cronaca politica: tutto questo nel seguente articolo (dal nostro giornalino Eureka) il cui tema principale è il ruolo dell’Italia nel Vertice europeo del 25 marzo.
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“Nel banchetto della vita per i poveri non c’è posto”, scriveva l’economista inglese Thomas R. Malthus in un suo saggio proprio nel momento in cui l’Inghilterra, entrando a pieno regime nella rivoluzione industriale, invalidava in parte le sue fosche previsioni sullo squilibrio futuro tra popolazione e risorse alimentari. Nel mondo di oggi, la globalizzazione da una parte e lo sviluppo tecnologico dall’altra hanno permesso ad una larga fetta della popolazione mondiale di sedersi a tavola. La cooperazione economica a livello internazionale fu la soluzione adottata anche all’indomani della seconda guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra, il piano Marshall, insieme all’istituzione del Fondo monetario internazionale e ai diversi accordi per la circolazione delle merci, favorirono la ricostruzione e la ripresa economica dei paesi danneggiati. Così furono vitali, per i paesi firmatari, gli accordi istituzionali volti alla costruzione di un primo abbozzo di Europa comunitaria. Nel 1951 fu fondata la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) da Italia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Francia, Germania Occidentale. Sei anni dopo, il 25 marzo 1957, fu la volta dei Trattati di Roma che diedero vita alla Comunità economica europea (Cee) e alla Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Queste misure furono la base della stabilità di molti paesi europei nel successivo mezzo secolo. L’Italia allora contribuì a quella cooperazione economica, ne fu anzi protagonista. Oggi, invece, mentre si frantuma quella forza politica che con timore e a bassa voce ha rivendicato come propria la battaglia europea e parallelamente soffia il vento nelle vele dei movimenti euroscettici, il paese deve chiarire le sue posizioni in Europa. Lo deve fare non solo in vista degli appuntamenti elettorali che si terranno aldilà delle Alpi, delle celebrazioni il prossimo 25 marzo a Roma. Ma anche e soprattutto in vista di quell’Europa a due velocità annunciata da Angela Merkel per superare lo stato di inerzia attuale. Che ruolo giocherà nelle trattative per una maggiore integrazione? Reciterà la parte del commensale che, ricevuto il pasto, denigra a casa, tra i suoi, la pessima qualità del cibo? Oppure sarà un ospite gradito per le sue larghe vedute, i suoi modi affabili? Siederà a tavola per necessità o per virtù?

Franza o Spagna purché se magna” era il triste motto di chi un tempo si trovò in balia degli eventi, incapace di reagire. La Penisola fu degradata a bottino dagli eserciti delle potenze continentali. Vide il re di Francia, Carlo VIII, scendere le Alpi e muovere verso il regno di Napoli. Ascoltò in silenzio il Papa, Giulio II, il re di Francia, Luigi XII, e l’imperatore Massimiliano I confabulare a Cambrai. Sospirò per un po’ di pace in seguito all’accordo siglato a Noyon tra Francesco I e Carlo V. Sentì i passi dei lanzichenecchi nel 1527 dirigersi verso Roma. A cavallo tra XV e XVI secolo, si concretizzarono con più evidenza gli effetti di una divisione mantenuta in nome dei numerosi particolarismi regionali. L’unità si raggiunse proprio grazie al loro superamento.

“Tutte le città, tutti gli stati, tutti i regni sono mortali; ogni cosa o per natura o per accidente termina e finisce qualche volta; però uno cittadino che si truova al fine della sua patria non può tanto dolersi della disgrazia di quella e chiamarla mal fortuna, quanto della sua propria; perché alla patria è accaduto quel che a ogni modo aveva a accadere, ma disgrazia è stata di colui a battersi a nascere a quell’età che aveva a essere tale infortunio”, scriveva Guicciardini nei suoi Ricordi. Esempio di quel metodo di osservazione disincantata della realtà per scoprirne le leggi. E proprio quest’anno si potrebbe rivelare decisivo per le sorti dell’Unione europea. In meglio come in peggio. Ma i risultati per chi reputa le libertà fondamentali, l’uguaglianza di tutti i cittadini, e i valori della democrazia come diritti e non come privilegi ereditati non verranno se costoro, desiderosi di abbattere ogni forma di parassitismo sociale, non si metteranno in marcia per un’Europa sempre più unita.

 

Autore: Salvatore Romano